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Arianna Scinardo
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«Affermare l’arte contemporanea non solo come espressione del presente, ma soprattutto come presenza e relazione»: in questa visione di Andrea Cusumano, quest'anno alla guida artistica di Gibellina nel suo debutto come Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea, risiede il cuore pulsante di una città capace di trasformarsi in un’officina collettiva che affonda le proprie radici nell’espressione estetica e nella memoria. A quasi sessant’anni dal terremoto del Belìce, nel 1968, la frattura storica si rigenera oggi nel palinsesto di «Portami il futuro». L’iniziativa riattualizza l’eredità visionaria dell’ex sindaco Ludovico Corrao che, negli anni ’80, promosse l’idea di un piccolo centro urbano come baricentro di un dialogo internazionale tra artisti; primo fra tutti Alberto Burri con il suo monumentale «Cretto».
In questo scenario, la ricerca artistica e l’accessibilità diventano cardini del cambiamento: l’arte contemporanea, spesso percepita come un «codice» per pochi, a Gibellina si traduce in relazione e nutrimento sociale. Di questa trama, che unisce strategia curatoriale, linguaggi d’autore e coinvolgimento attivo dei cittadini nella definizione di una nuova coscienza del luogo, ci siamo confrontati con l’immaginario e i progetti di Andrea Cusumano, che ha fatto della sua vita una performance artistica sperimentale.
Ottimi consensi sul ricco programma che porta la sua firma. Quali strategie si stanno attuando per coinvolgere la cittadinanza attiva?
Sono molto felice dei consensi che continuano ad arrivare, premiano un lungo lavoro preparatorio. L’inaugurazione è stata un successo e l’avvio delle prime quattro mostre rappresenta plasticamente le prospettive di quest’anno. Il programma, svolto in collaborazione con Cristina Costanzo ed Enzo Fiammetta, prevede una serie di azioni rivolte sempre più a coinvolgere la comunità gibellinese e i territori del Belìce. Ecco nel dettaglio le prime iniziative. Il Progetto Artensis, a cura di Antonella Corrao, ha visto la partecipazione delle ricamatrici di Salemi e Gibellina guidate da Maria Mercante e proseguirà con nuovi incontri tra artigiani del luogo ed artisti; previsto anche un laboratorio con l’artista Loredana Longo. L’architetto Lorenzo Romito con il collettivo Stalker sta portando avanti un progetto di residenza che vedrà il coinvolgimento della cittadinanza insieme ad artisti e scienziati per il recupero del laghetto artificiale progettato dall’architetto tedesco Ungers. Il professor Giorgio Andreotta Calò si trasferirà in residenza con i suoi studenti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia (nella quale insegno) a realizzare assieme alla Congregazione di San Rocco e del Crocifisso un nuovo telo processionale tradizionale chiamato «Prisente» che verrà poi utilizzato per una performance artistica. Il coreografo Virgilio Sieni realizzerà un progetto in residenza con il coinvolgimento di cittadini di diversi comuni del Belìce e allo stesso modo farà la compagnia Zoukak di Beirut che presenterà al Teatro antico di Segesta.
Quali criteri ha seguito nella scelta degli artisti, in termini anche di residenze?
Abbiamo scelto artisti disposti a mettersi in gioco per una comunità in divenire, amanti della Sicilia, che per rigore della ricerca, capacità di costruire emozioni e sfidare le convenzioni estetiche, sono in linea con il progetto. Da artista, per me è importante lavorare con artisti con cui condivido una visione, un’idea di fare arte che è prima di tutto sfida, poi cura ed infine intensità. Ci siamo rivolti ad artisti che non hanno timore di attivare nuovi processi creativi perché non sono subalterni al mercato; se c’è una cosa che amo insegnare ai miei studenti in Accademia è che bisogna aver fiducia nel processo creativo, il risultato è solo una conseguenza.
«La Bellezza è un compito sociale». Da questa sua dichiarazione, ha il timore che la nomina a Capitale dell'Arte rischi di trasformare Gibellina soltanto in una vetrina estetica?
Al contrario, l’estetica è filosofia del bello e in quanto tale è in divenire. Intendo la bellezza come un compito sociale, non un canone convenzionale, ma il frutto di una ricerca collettiva. Il bello ha un ruolo politico perché è rivoluzionario, in antitesi con una dimensione statica della bellezza che tende a conservare e dunque ignorare tutto ciò che appare e che si svela.
Come si posizioneranno Gibellina e la sua arte a partire dal 2027, quando i riflettori si saranno spenti?
Posso solo dire cosa auguro a Gibellina: che possa continuare a essere fonte d’ispirazione e produttrice di sogni visionari, affinché possa affermare l’anima di una città che si ribella alla sconfitta. Guardiamo avanti con la semplicità e l’orgoglio contadino e con la forza di chi ha sconfitto l'oblio.
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