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Una selezione di opere di Renata Boero nella mostra «Colloqui»

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Una selezione di opere di Renata Boero nella mostra «Colloqui»

È finalmente aperto al pubblico il Teatro di Consagra a Gibellina

In attesa dei lavori di completamento previsti in autunno su progetto di Mario Cucinella, l’«arca» ospita una delle tre mostre inaugurali dell’anno di Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea

Giusi Diana

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Il Teatro di Pietro Consagra, con la sua inconfondibile sagoma, è una delle opere iconiche di Gibellina (Tp), allungandosi sul paesaggio urbano come il carapace di un fossile in calcestruzzo. Quest’opera straordinaria, iniziata nel 1989 e mai completata, è stata pensata dal suo autore come la realizzazione di un sogno, quello di abitare dentro lo spessore di una scultura, anzi di trasformare l’intera città in un’enorme scultura urbana, contro l’autoritarismo della scultura tridimensionale posta in verticale al centro della piazza. Nell’anno di Gibellina Capitale italiana dell’arte contemporanea, finalmente il teatro è stato aperto al pubblico a partire dal 15 gennaio, anniversario del terremoto che distrusse la città nel 1968. In attesa che partano i lavori di completamento previsti in autunno, su progetto di Mario Cucinella, qui è possibile visitare uno dei progetti espositivi di punta del programma: «Dal mare. Dialoghi con la città frontale», a cura del direttore artistico Andrea Cusumano. L’istanza morale di Consagra, quella città ideale tratteggiata nel suo celebre scritto La Città frontale, può finalmente avere la sua prova generale.

Il pubblico si riappropria così degli spazi negati e si immerge letteralmente nelle due monumentali videoinstallazioni, accolte con rigorosa grazia dall’edificio di Consagra. Si tratta delle due opere video «The Bell Tolls Upon the Waves» (2024) di Adrian Paci e «Resto» (2021) dei Masbedo, opera realizzata durante la pandemia nel Mar di Sicilia, entrambe di ambientazione marina e stranianti al punto giusto. Perfette per essere contenute dall’enigmatica «arca» di Consagra. L’opera su tre schermi di Paci è ipnotica, come recita il titolo, scandita dal rintocco di una campana «suonata» dal movimento delle onde del mare, ed è ispirata a un leggendario naufragio nelle acque del mare di Termoli, mentre «Resto» del duo dei Masbedo si affida alle note di una sonata del Settecento e all’immagine herzoghiana di una barca che solca il mare con a prua lo schermo che riproduce il video dell’organista intento a suonare. Il mare come metafora di dannazione e salvezza, incanto e pericolo, il suono come elemento che accorda gli interventi artistici, il risultato, impeccabile, è abbraccio e cura per il teatro dimenticato.

La seconda mostra inaugurale (la terza è «Generazione Sicilia: collezione Elenk’art» a cura di Alessandro Pinto e Sergio Troisi al Mac) è «Colloqui» alla Fondazione Orestiadi, curata da Cristina Costanzo ed Enzo Fiammetta, che espone 40 opere di cinque artiste e architette che nella città di Gibellina hanno lasciato le proprie opere, a partire da Carla Accardi e Renata Boero, ma anche Nanda Vigo e, in tempi diversi, Isabella Ducrot e Letizia Battaglia.

In occasione dell’inaugurazione abbiamo rivolto qualche domanda a Renata Boero (Genova, 1936). 

Com’è nato il suo rapporto con Gibellina?
Con Consagra, un grande amico, siamo partiti da Milano negli anni Ottanta per raggiungere Gibellina. Mi aveva parlato di un uomo in Sicilia che voleva ridare vita a questo paese disastrato: era Ludovico Corrao. Ho trovato un uomo meraviglioso e un intero popolo con una grande voglia di rivivere, di rinascere, che provava a superare il dramma del terremoto. Nel 1992 ho lavorato con le donne ricamatrici alla realizzazione del «Prisenti», un drappo processionale in cui abbiamo ricamato la pianta nuova di un paese che non esisteva più, per tornare a vivere. 

I suoi «Cromogrammi», i lavori con i materie naturali, sono tornati di grande attualità. Lei è ritenuta una pioniera delle pratiche artistiche impegnate in senso ambientale.
La mia ricerca è iniziata nel 1965. Ci sono dei miei scritti di quegli anni in cui avvertivo il pericolo, e sollecitavo a ritrovare un’umanità che stava perdendo le proprie radici. La sensibilità per la natura mi ha sempre guidata. Per le mie opere, come questa nuova che ho portato a Gibellina, cerco le radici più nodose. Ho perfino comprato un piccolo bosco, dove faccio degli esperimenti, ossia sotterro le opere in modo che si impregnino bene e raccolgano l’energia della natura, l’energia delle radici che sono le nostre radici. Noi siamo fatti di terra, non dobbiamo rovinarla: bisogna che torniamo a riunirci alla natura.

Adrian Paci, «The Bell tolls upon the waves» al Teatro di Pietro Consagra, Gibellina. Courtesy Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026

Giusi Diana, 17 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

È finalmente aperto al pubblico il Teatro di Consagra a Gibellina | Giusi Diana

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