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William Klein, Wings of The Hawk, 42e rue, New York, 1955 Avec l’aimable autorisation du Studio William Klein et du William Klein Estate.

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William Klein, Wings of The Hawk, 42e rue, New York, 1955 Avec l’aimable autorisation du Studio William Klein et du William Klein Estate.

Arles 2026, il mondo dopo l'Occidente

La 57ª edizione dei Rencontres d'Arles mette al centro Africa, Mediterraneo, ecologia, memoria e nuove forme di rappresentazione. Più che una riflessione sulla fotografia, il festival francese propone una lettura delle trasformazioni geopolitiche e culturali che stanno ridefinendo il sistema internazionale dell'immagine.

Ginevra Borromeo

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Per molti anni i Rencontres d'Arles sono stati il luogo dove osservare l'evoluzione della fotografia. Oggi sembrano diventati qualcosa di diverso: un osservatorio privilegiato sulle trasformazioni culturali e geopolitiche che attraversano il mondo contemporaneo. La 57ª edizione del festival francese, intitolata simbolicamente "Worlds in View", propone una riflessione che supera il medium fotografico per interrogare memoria, identità, ecologia, indipendenza politica e nuove geografie culturali. Non è un caso che il programma si apra con una sezione dedicata all'indipendenza e che gran parte delle mostre guardi verso Africa, Mediterraneo e Sud globale.

La sensazione è che Arles stia registrando un cambiamento profondo del sistema culturale internazionale. Per decenni il racconto della fotografia è stato dominato dall'asse Europa-Stati Uniti. Oggi il baricentro si allarga. La mostra "Ghana! Dreaming Independence 1957-1976" rappresenta uno dei nuclei più significativi dell'intera edizione. Attraverso libri, archivi, pubblicazioni e immagini, il progetto ricostruisce il ruolo della fotografia nella costruzione dell'identità nazionale ghanese dopo l'indipendenza dal Regno Unito. L'interesse non riguarda soltanto la storia politica africana, ma il modo in cui le immagini hanno contribuito a costruire una nuova coscienza collettiva. La fotografia viene presentata come strumento di emancipazione culturale e non semplicemente come documento.

Lo stesso asse attraversa la retrospettiva dedicata a Paul Kodjo, figura centrale della cultura visiva ivoriana post-indipendenza. Attraverso i suoi fotoromanzi e la documentazione della vita urbana di Abidjan negli anni Settanta, emerge il racconto di una modernità africana autonoma, distante dagli stereotipi occidentali. Ancora più articolata appare la presenza del Congo attraverso Sammy Baloji. La sua ricerca intreccia archivi coloniali, memorie familiari, estrazione delle risorse naturali e storia del Katanga, mostrando come il passato continui a modellare il presente. Il colonialismo non viene affrontato come episodio concluso ma come struttura ancora attiva nelle rappresentazioni e nelle relazioni economiche contemporanee.

Parallelamente emerge un secondo asse strategico: il Mediterraneo. Le mostre di Katia Kameli, Anne-Lise Broyer e Bruno Boudjelal costruiscono una geografia culturale che attraversa Algeria, Francia, Nord Africa e Medio Oriente. Qui il Mediterraneo non è più rappresentato come frontiera tra continenti ma come spazio di memoria, conflitto, migrazione e stratificazione storica. Il festival sembra suggerire che molte delle questioni decisive del XXI secolo si giochino proprio in questa regione.

Un terzo nucleo riguarda il rapporto tra fotografia e mondo vivente. La sezione "Forms of Life" affronta la crisi ecologica evitando qualsiasi approccio illustrativo. Gli animali, le piante, il suolo e i processi naturali diventano protagonisti di una riflessione che mette in discussione l'antropocentrismo. La grande mostra "Animal Model" ripercorre due secoli di rappresentazione animale, mentre progetti come quelli di Lisa Oppenheim, Meghann Riepenhoff e Lara Tabet mostrano immagini generate dall'interazione diretta con fenomeni naturali, processi geologici e trasformazioni organiche. Infine emerge un quarto tema, forse il più contemporaneo: la trasformazione stessa delle immagini.

Mostre come "The Cannibal Image", "CTRL." e "We Are Not Alone: Alien Images" indagano il modo in cui le immagini circolano, vengono riutilizzate, manipolate e reinterpretate nell'ecosistema contemporaneo. È una riflessione che tocca indirettamente l'intelligenza artificiale, gli archivi digitali e la crescente instabilità del concetto stesso di fotografia. Guardando il programma nel suo insieme emerge una conclusione precisa. Arles non sta raccontando il futuro della fotografia. Sta raccontando il futuro delle culture visive. Le immagini diventano strumenti per comprendere nuove geografie del potere, nuove forme della memoria e nuove relazioni tra esseri umani, tecnologia e ambiente. In questo senso la fotografia non è più il soggetto del festival. È il linguaggio attraverso cui il festival prova a leggere il mondo.

Ginevra Borromeo, 04 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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