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Anish Kapoor, «All of Nothing», 2026

Anish Kapoor, 2026. © Anish Kapoor. All rights reserved, DACS, 2026. Foto Dave Morgan

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Anish Kapoor, «All of Nothing», 2026

Anish Kapoor, 2026. © Anish Kapoor. All rights reserved, DACS, 2026. Foto Dave Morgan

Anish Kapoor porta visceri rossi e buchi neri a Londra

As You Like It • Un percorso espositivo che unisce l’inganno ottico alla provocazione fisica. Il grande artista britannico torna nel polo del Southbank Centre con una mostra che spazia tra geometria pura e violenza astratta

In qualsiasi Paese il numero di artisti viventi che possono vantarsi di una fama globale è sempre limitatissimo. Nel caso del Regno Unito, il decesso a giugno di David Hockney (1937-2026) implica che Bridget Riley, nata nel 1931, sia l’unica rappresentante della generazione più antica. Chi sono i loro successori? A mio avviso, gli unici candidati seri sono Damien Hirst (n. 1965), Rachel Whiteread (n. 1963), e forse, come «primus inter pares», un artista di poco più anziano, Anish Kapoor (n. 1954), al centro di una grande mostra monografica alla Hayward Gallery fino al 18 ottobre. Si tratta della sua seconda mostra alla Hayward, a distanza di ventotto anni dalla prima, che celebra inoltre i 75 anni del Southbank Centre, polo culturale che riunisce la galleria a tre sale di concerto.

In un certo senso e grazie in particolare alle sue monumentali sculture pubbliche, Kapoor è diventato l’equivalente dei nostri tempi di Henry Moore. Senz’altro, la sua opera più famosa è «Cloud Gate» del 2006 nel Millennium Park di Chicago, soprannominata «The Bean» («Il Fagiolo»), ma ce ne sono tante altre.

Nato a Mumbai, Kapoor si è trasferito in Gran Bretagna nel 1973 per studiare allo Hornsey College of Art, e in seguito alla Chelsea School of Art and Design. Nel 1990 ha vinto il Premio Duemila alla Biennale di Venezia e l’anno seguente il Turner Prize. Da allora si sono susseguite una moltitudine di onorificenze e dal 2013 gli è stato conferito l’appellativo di Sir. Si distingue da Moore nella sua pratica di pittore, ma si deve comunque ammettere che in generale è soprattutto noto come scultore.

La mostra alla Hayward non è una retrospettiva dell’intera sua carriera, ma combina invece l’opera più recente con le produzioni precedenti, per lo più dell’ultimo decennio. Comunque sia, per visitatori che non si occupano della cronologia dei pezzi esposti, la differenza più consistente è nel fatto che l’opera di Kapoor si divide tra opere geometriche e puriste, e altre gioiosamente disordinate o caotiche.

Nella prima categoria alla Hayward, si può annoverare «Descent into Limbo» (discesa al limbo), un’opera circolare illusionistica, collocata a terra, che nella sua versione originale risale al 1992. Guardando al suo interno, con l’aiuto di Vantablack (un pigmento ultranero che trattiene il 99,965% della luce visibile, azzerando i riflessi), si ha l’impressione di essere risucchiati in un vuoto infinito, fortunatamente profondo meno di tre metri, visto che un visitatore italiano ci è caduto dentro nel 2018 a una mostra in un museo portoghese. Per rappresentare invece la passione di Kapoor per l’acciaio inossidabile lucidato, c’è per esempio «Tsunami», una grande scultura creata nel 2018 che misura 365x410x340 cm, che sembra quasi non toccare il pavimento, e distorce la percezione ottica del visitatore che guarda dentro la sua superficie.

Passando alla seconda categoria, alcune opere di un gruppo di sculture e pitture, che condividono il titolo collettivo «Ritual Expiation» («Espiazione rituale») e risalgono al periodo 2025-26, rappresentano una specie di visione astratta dei visceri umani. Kapoor vuole insistere sulla verità che i nostri antenati hanno praticato il sacrificio ed esulta nel presentare interni gocciolanti rossi e bianchi che si diffondono da un nucleo centrale in tutte le direzioni. Di solito, gli organizzatori di mostre non sentono il bisogno di avvertire i visitatori sul contenuto scioccante delle sale, ma questa è una mostra splendidamente insolita, e ci offre un testo di proprio questo tipo. Però, sul muro accanto alle sculture sanguinolente viene esposto «Ritual Expiation VIII», un dipinto rosso e oro di squisita bellezza che è stato scelto dal Southbank Centre Shop per il merchandising, ed è in vendita stampato su magliette, vassoi e magneti per il frigo. Sarebbe troppo semplice, infatti, immaginare che Kapoor non abbia più sorprese per noi e, al contrario, sono convinto che continuerà a sviluppare in direzioni inaspettate per il futuro prevedibile.

In conclusione, pare importante aggiungere una piccola osservazione. La Hayward Gallery ha vinto su tutti gli altri musei e gallerie nella sua indisponibilità verso il sottoscritto. In passato, per recensire una mostra, si poteva visitarla presentando una tessera appropriata e si veniva anche omaggiati del catalogo. Adesso, a parte alcune eroiche eccezioni, è obbligatoria la prenotazione in anticipo e il catalogo viene erogato solamente in pdf, anche se quest’ultimo alla Hayward invece, non sono stati in grado (o non hanno voluto) darmelo; mi hanno invece indicato il comunicato stampa molto breve e quasi inutile. Come dicono gli inglesi: «The patients are running the asylum» («Sono i pazienti a gestire il manicomio»).

Anish Kapoor, «Ritual Expiation VII tea towel», 2026. © Anish Kapoor. All rights reserved, DACS, 2026. Foto Dave Morgan

David Ekserdjian, 10 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

David Ekserdjian

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