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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliLa collezione di Peter Simon, fondatore di Monsoon, il marchio britannico nato nel 1973 e cresciuto sulla ricerca di tessuti, stampe, colori e suggestioni provenienti da culture lontane, è una raccolta ampia, cosmopolita, sorprendentemente libera dalle categorie, nella quale il Modernismo europeo dialoga con la Scuola di Londra, l’Espressionismo astratto con l’Op Art, la pittura britannica con le esperienze artistiche di Africa e America Latina. Christie’s porterà a Londra questa «storia» il prossimo ottobre, durante la settimana di Frieze, con Monsoon: The Peter Simon Collection. La raccolta sarà proposta attraverso tre appuntamenti, un’Evening Sale, una Day Sale e una vendita online, per un totale di quasi 200 opere. Per la casa d’aste si tratta della collezione proveniente da un unico proprietario di maggior valore mai presentata a Londra nell’ambito di una singola Marquee Week. Il vero interesse della collezione sta nel modo in cui le opere, pur appartenendo a epoche e linguaggi diversi, sembrano restituire uno stesso sguardo. Prima di diventare un grande collezionista Simon sedeva con i designer di Monsoon a esaminare portafogli di disegni e stampe destinati a trasformarsi in tessuti per le collezioni di abbigliamento. «Aver sviluppato un occhio per una buona stampa», racconta oggi, «mi è stato utile per individuare la migliore combinazione di colore e composizione in un quadro». È una dichiarazione che permette di leggere l’intera raccolta con una chiave diversa, come il risultato di un’educazione visiva costruita attraverso la moda, il viaggio, il design e una curiosità rimasta costante nel tempo.
Il rapporto con Francis Bacon è forse il punto da cui questo racconto per immagini prende forma. Simon si avvicina all’arte contemporanea partendo proprio dalla pittura britannica e Bacon diventa uno degli artisti capaci di colpirlo più profondamente. In asta arrivano due opere molto diverse, quasi agli estremi opposti della carriera dell’artista. «Study for a Figure», datato intorno al 1945 e stimato 4-6 milioni di sterline, appartiene alla stagione drammatica che segue la realizzazione di «Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion», il dipinto del 1944 che avrebbe segnato l’irruzione di Bacon sulla scena internazionale. «Figure in Movement», del 1978, è invece il grande protagonista della vendita, con una stima di 14-18 milioni di sterline. Qui Bacon è in una fase diversa, più luminosa, e la figura sembra emergere dall’oscurità attraverso una pittura insieme solida e dissolta, attraversata da colori incandescenti. Il corpo si avvita, si trasforma, quasi si libera della propria materia.
Accanto a Bacon compaiono alcuni dei nomi fondamentali del Modernismo britannico, da Ben Nicholson a Barbara Hepworth, da Frank Auerbach a Leon Kossoff. Il «1934 (relief)» di Nicholson, realizzato a mano intagliando un unico blocco di legno, è stimato 1-2 milioni di sterline ed è un esempio raro della serie di rilievi bianchi che contribuirono alla sua reputazione internazionale. Hepworth è invece rappresentata da «The Hands and The Arm», un disegno del 1948 appartenente alla serie oggi conosciuta come «Hospital Drawings», nata dall’esperienza dell’artista nelle sale operatorie londinesi e del West Country. Di Auerbach è in asta «Study of Primrose Hill», una veduta del 1973-74 stimata 2-3 milioni di sterline, mentre «Christ Church, Stormy Day, Summer» di Kossoff, del 1994, è valutato 400-600mila sterline e vanta una storia espositiva particolarmente significativa, dalla Biennale di Venezia del 1995 alla grande retrospettiva dell’artista alla Tate l’anno successivo.
Alighiero Boetti, «Mappa»,1988. Courtesy of Christie’s
Bridget Riley, «Streak 2», 1979. Courtesy of Christie’s
La collezione non si è mai fermata ai confini britannici. Al contrario, uno dei suoi tratti più distintivi è proprio la capacità di mettere in relazione la pittura inglese con la grande storia delle avanguardie europee. In questo dialogo spicca «Composition A, with Double Line and Yellow» di Piet Mondrian, del 1935, stimato 8-12 milioni di sterline. È un’opera nella quale la ricerca dell’artista verso l’equilibrio assoluto raggiunge una forma quasi estrema: linee e campi di colore sembrano ridurre la pittura ai suoi elementi essenziali, trasformandola in un sistema visivo di precisione quasi musicale. Con Joan Miró il registro cambia radicalmente. «Peinture (Les amants – Adam et Eve)», del 1925 e stimato 7-10 milioni di sterline, appartiene alla rivoluzionaria stagione delle cosiddette dream paintings. La coppia di amanti emerge da uno spazio pittorico rarefatto, sospeso tra figurazione e astrazione, in una composizione nella quale il sogno sembra prendere il posto della realtà. Fernand Léger è presente con «Le Siphon» del 1924, stimato 3-5 milioni, mentre Picasso entra nella vendita con «Crâne, lampe, poireaux, pichet», dipinto nel 1945 e anch’esso stimato 3-5 milioni. È una natura morta dipinta in un momento storico irripetibile, pochi giorni prima della fine della Seconda guerra mondiale in Europa, quando gli oggetti quotidiani diventano inevitabilmente anche testimoni di un mondo appena attraversato dalla catastrofe. La passione di Simon per il colore e per il pattern trova poi una sintesi particolarmente felice in una Mappa di Alighiero Boetti, realizzato nel 1988 e stimato 2-3 milioni di sterline. Le terre del mondo sono ricamate sulla seta e riempite dalle bandiere degli Stati, in una superficie dove geografia, politica, artigianato e pura esplosione cromatica convivono. Le mappe, com'è noto, furono realizzate in collaborazione con tessitori afghani secondo le indicazioni dell’artista, e il loro carattere manuale aggiunge all’opera una dimensione tattile che sembra parlare direttamente alla formazione di Simon nel mondo dei tessuti.
La stessa centralità del colore ritorna in «Untitled» del 1984 di Willem de Kooning, stimato 4,5-6,5 milioni di sterline, e soprattutto nella presenza di Bridget Riley, rappresentata nella raccolta attraverso opere appartenenti a tre decenni diversi. Tra queste, «Streak 2» del 1979, stimato 3,5-5,5 milioni, proviene dalla Collezione Thyssen-Bornemisza e ha alle spalle un’importante storia espositiva, con presenze nelle retrospettive alla Tate Britain nel 2003 e alle National Galleries of Scotland nel 2019. Riley è un’artista particolarmente rivelatrice per comprendere il gusto di Simon e nelle sue opere il colore diventa movimento, vibrazione, esperienza fisica dell’occhio.
Non poteva mancare Andy Warhol, con «Diamond Dust Shoes» del 1980, stimato 1,8-2,5 milioni di sterline. È un’opera monumentale che riporta, quasi circolarmente, la collezione nel territorio dal quale Simon stesso proviene: quello della moda. Le scarpe erano infatti già state al centro del lavoro di Warhol negli anni Cinquanta, quando l’artista, allora illustratore commerciale, aveva conquistato una particolare notorietà proprio attraverso i disegni dedicati alle calzature. Accanto a Warhol compare Jeff Koons, icona nel Neo-Pop, con «Baroque Egg with Bow (Blue/Turquoise)», realizzato tra il 1994 e il 2008 e stimato 1,5-2 milioni di sterline: una superficie scintillante, monumentale, volutamente spettacolare, che porta all’estremo quella relazione tra oggetto, desiderio, decorazione e cultura visiva che attraversa tutta la storia di Monsoon.
Fernand Leger, «Le Siphon», 1924. Courtesy of Christie’s
Francis Bacon, «Figure in Movement», 1978. Courtesy of Christie’s
Con l’ingresso nel nuovo millennio, lo sguardo di Simon si fa ancora più internazionale e l’espansione globale di Monsoon sembra accompagnarsi a un progressivo allargamento dei confini della collezione. Simon comincia a guardare con maggiore attenzione all’arte latinoamericana e africana, sostenendo artisti che in quel momento non avevano ancora ottenuto la visibilità che avrebbero raggiunto negli anni successivi nei musei britannici. Parallelamente, si interessa ad artisti britannici capaci di interrogarsi su viaggio, identità, memoria e spostamento. È il caso di Hurvin Anderson, presente con «Last House» del 2013, stimato 2-3 milioni di sterline, un’opera di grande formato presentata nella mostra dell’artista al Turner Prize nel 2017 e oggi particolarmente attuale anche grazie alla retrospettiva dedicatagli dalla Tate nel 2026. Il dipinto sembra evocare un paesaggio caraibico, con il suo calore tropicale, ma raffigura in realtà la Palm House di Kew Gardens, a Londra. Anderson costruisce così una pittura sospesa tra luoghi reali e luoghi immaginati.
Anche la brasiliana Beatriz Milhazes occupa uno spazio importante nella raccolta, con cinque opere tra cui «O mar (The sea)» del 1996, stimato 700mila-1 milione di sterline. Il lavoro intreccia il linguaggio visivo della costa di Rio con il Barocco brasiliano e con tecniche artigianali come ricamo e crochet. È un altro esempio di quella contaminazione tra arte, decorazione, tessile e cultura popolare che sembra essere uno dei territori nei quali Simon si è sempre mosso con maggiore naturalezza. La raccolta comprende inoltre due opere importanti di Cecily Brown, The Quarrel II del 2013 e «The Wine Faced Sea» del 2016-17, entrambe stimate 2-3 milioni di sterline. La pittura di Brown, fatta di corpi, paesaggi e materia che sembrano continuamente dissolversi e ricomporsi, aggiunge un’altra dimensione alla collezione, quella della memoria della pittura stessa, del dialogo con la tradizione e con la storia dell’immagine. Michael Armitage, Glenn Ligon e Portia Zvavahera completano un panorama nel quale le iconografie del luogo, del sogno, della memoria e dell’identità diventano sempre più centrali. Guardando oggi l’insieme, è difficile non vedere nella collezione Peter Simon una sorta di autoritratto indiretto, non perché esista un unico stile, anzi. Simon ha seguito la curiosità, l’intuizione e la capacità di riconoscere qualcosa che lo emozionasse, una visione che parte dall’esperienza concreta del colore e della superficie e arriva a questioni più profonde come il modo in cui percepiamo un luogo, il modo in cui ricordiamo, il modo in cui un’immagine può contenere contemporaneamente culture diverse.
Simon racconta di voler liberare la mente e le pareti per cominciare una nuova direzione adesso e da qui arriva la scelta di mettere in vendita la preziosa collezione («spero che queste opere possano emozionare i loro nuovi proprietari e arricchire le loro vite così come hanno fatto per me»). Nel mercato dell’arte questa decisione restituisce al gesto del collezionare la sua natura più dinamica: possedere un’opera significa anche, prima o poi, decidere che è arrivato il momento di lasciarla andare.
Monica Trigona
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