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Yto Barrada e Myriam Ben Salah, Atelier a Parigi, 2026

© Institut français - Benoît Peverelli

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Yto Barrada e Myriam Ben Salah, Atelier a Parigi, 2026

© Institut français - Benoît Peverelli

Alla Biennale Arte 2026 Yto Barrada invita a guardare il mondo con rinnovata consapevolezza

Nel Padiglione francese, l’artista parigina costruisce un percorso espositivo che abita l’instabilità del presente, trasformando la malinconia in una forma attiva di conoscenza

Alessia De Michelis

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«Comme Saturne» di Yto Barrada (Parigi, 1971) si configura non tanto come una via di fuga, quanto come uno strumento di sopravvivenza poetica, sospeso tra ironia, inquietudine e lucidità. L’artista costruisce un percorso espositivo che abita l’instabilità del presente, trasformando la malinconia in una forma attiva di conoscenza.

Fulcro della mostra curata da Myriam Ben Salah nel Padiglione francese alla Biennale Arte 2026 di Venezia (9 maggio-22 novembre), la cui gestione è affidata all’Institut français, è la Sala del Dévoré, dove una tecnica tessile corrosiva, in cui la materia viene letteralmente «divorata» da un acido, diventa metafora di un’economia della frammentazione. «Dal tessile all’installazione, dalla scultura al cinema, Yto Barrada compone un corpus di opere in cui gesti modesti, ricordi fragili e narrazioni a lungo relegate ai margini si intrecciano, afferma la presidente dell’istituto, Eva Nguyen Binh, e sono lieta che il Padiglione francese, interamente rinnovato dopo un anno di lavori, ospiti ora una mostra che riflette così fedelmente la sua pratica artistica. Concepita attorno alla figura tutelare di Saturno, l’esposizione evoca mitologie antiche, riferimenti letterari e savoir-faire artigianale, in una cadenza meccanica che richiama al tempo stesso il lavoro, la trasmissione culturale e l’attenzione ai ritmi del mondo vivente».

Usura, abrasione e perdita di forma si affermano come strategie estetiche e politiche. Questo principio di trasformazione attraversa anche la Sala di Lavoro, dedicata ai Saturnali, momenti di sovversione delle gerarchie e dei generi, e la Sala di Studio, in cui la riflessione si estende al giardino tintorio «The Mothership» di Tangeri: qui il colore naturale emerge come pratica etica e sapere condiviso, in opposizione ai processi industriali. Il percorso si apre con un passaggio liminale: un aquilone in pelle di capra connette simbolicamente cielo e terra, introducendo a un’architettura del tempo fatta di drappeggi e pieghe. Nella Sala delle Pieghe, grandi tessuti di lana mutano sotto l’effetto della luce, mentre il tempo cosmico si intreccia con quello mitico di Crono. Al centro, una ruota di vincoli ispirata all’OuLiPo suggerisce un sistema generativo fondato su regole e variazioni.

Alla base del progetto vi è un processo sperimentale per associazioni e slittamenti: parole, materiali, errori e riferimenti si concatenano in una logica aperta. Il titolo richiama tanto l’immaginario rinascimentale di Saturno (pianeta della malinconia e del pensiero lento) quanto la celebre frase rivoluzionaria sulla violenza che divora i propri figli. In questo spazio di tensione, Barrada costruisce un dispositivo che invita a guardare il mondo senza illusioni, ma con rinnovata consapevolezza.

Alessia De Michelis, 26 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Alla Biennale Arte 2026 Yto Barrada invita a guardare il mondo con rinnovata consapevolezza | Alessia De Michelis

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