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Il Salone degli Specchi

Courtesy Hotel Metropole

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Il Salone degli Specchi

Courtesy Hotel Metropole

All’Hotel Metropole di Venezia la camera d’albergo si trasforma in sala da museo

Lo storico albergo non offre solo ospitalità d’eccellenza, ma vuole essere un punto di riferimento culturale in costante dialogo con l’arte contemporanea. La direttrice Gloria Beggiato traccia il percorso di una collezione in costante espansione che include lavori di Joseph Kosuth, Tony Cragg e Christopher Bucklow

Arianna Testino

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Si basa su una solida rete di relazioni (con gli ospiti, con Venezia e con il mondo dell’arte...) l’identità dell’Hotel Metropole, valorizzata dalla proprietaria e direttrice Gloria Beggiato attraverso uno sguardo che abbraccia l’orizzonte internazionale e quello locale. Libero dai vincoli delle catene alberghiere e forte di una lunga storia familiare, il Metropole spicca sulla scena dell’ospitalità di lusso lagunare grazie a un approccio che mescola collezionismo, apertura alla città e passione per le istanze artistiche contemporanee.
 

L’Hotel Metropole non è soltanto un luogo di ospitalità, ma uno spazio nel quale l’arte gioca un ruolo fondamentale, a partire dalla collezione di oggetti antichi della sua famiglia. Quali sono le origini di questa raccolta? E come si è evoluta nel tempo, anche in relazione all’hotel?
La collezione del Metropole nasce da un desiderio molto semplice dei miei genitori, Elisabeth e Pierluigi Beggiato: condividere la bellezza con i nostri ospiti. Nella nostra famiglia c’è sempre stata la volontà di vivere circondati da oggetti capaci di raccontare una storia e di renderli parte dell’esperienza di chi soggiorna in hotel. Tutto ha avuto inizio negli anni Settanta, quando mio padre si recò a un’asta di vini da Sotheby’s e, contro ogni aspettativa, acquistò invece alcuni antichi cavatappi. Poi la passione per il collezionismo è cresciuta spontaneamente e, come spesso accade, una collezione ha creato il desiderio di ampliare la ricerca, dando vita a un patrimonio sempre più ricco di opere e oggetti sorprendenti. Nel tempo è cambiato anche il modo di valorizzare questa raccolta. Se inizialmente le collezioni erano disseminate nei diversi spazi dell’albergo, a un certo punto ho sentito il desiderio di dare loro l’ordine e il risalto che meritavano. È così che alcune, come la nostra collezione di ventagli antichi, sono diventate tanto ampie e importanti da occupare un intero piano dell’hotel, quello che amiamo definire l’«Étage dei Ventagli». Il Metropole è stato spesso definito un museo delle arti decorative, una definizione che considero un bellissimo riconoscimento del percorso compiuto. Oggi ogni ambiente custodisce opere e oggetti che raccontano una storia e contribuiscono a rendere ogni soggiorno un’esperienza di scoperta e di meraviglia.

Gli ambienti dell’hotel accolgono anche mostre temporanee, dando voce ai protagonisti della contemporaneità in collaborazione con la Gervasuti Foundation. Quali sono i criteri che orientano le vostre scelte dal punto di vista curatoriale? E che cosa avete in programma nei mesi a venire?
L’apertura all’arte contemporanea è stata un’evoluzione del tutto naturale. Durante la mia infanzia ho trascorso molto tempo a casa della mia migliore amica, figlia dell’artista Vincenzo Eulisse, ed è proprio in quegli anni che è nata la mia passione per l’arte e, soprattutto, per l’affascinante mondo degli artisti. Con il tempo mi sono resa conto che, dopo aver raccontato per anni l’identità del Metropole attraverso la sua storia e le sue collezioni, desideravo fare un passo in più: ossia introdurre un dialogo vivo con l’arte contemporanea. Il vero punto di svolta è arrivato nel 2017, quando abbiamo iniziato a collaborare con James Putnam. Storico dell’arte e curatore, James è stato tra i primi che hanno sperimentato una relazione tra arte contemporanea e contesti storici come il British Museum a Londra. Da questa visione è nata «Collection», ospitata al Metropole in occasione della Biennale 2017, nella quale le opere di Joseph Kosuth, Gavin Turk e Nancy Fouts creavano un dialogo con le collezioni di antichità esposte all’interno dell’hotel. Da allora il percorso curatoriale prosegue attraverso un confronto costante: il criterio che guida ogni scelta non è mai solo la notorietà dell’artista, ma la capacità delle opere di entrare in relazione con l’identità del Metropole. La prossima esposizione sarà a settembre con «Ethereal Presence», la mostra di Jaume Plensa, curata ancora una volta da James Putnam, in collaborazione con la Gervasuti Foundation e inserita nel programma ufficiale della Venice Glass Week 2026. Anche in questo progetto il dialogo tra arte contemporanea, vetro e identità del Metropole sarà il filo conduttore dell’intero percorso espositivo.

Ritratto di Gloria Beggiato (2018). Foto di Matt Jones. Courtesy Hotel Metropole

Organizzare eventi espositivi nella cornice di un luogo votato all’accoglienza offre certamente una serie di potenzialità, ma impone dei limiti. Vuole raccontarceli, insieme a qualche esempio concreto?
Organizzare esposizioni di arte contemporanea all’interno di un hotel come il Metropole è molto diverso dal farlo in un museo o in una galleria, ed è proprio questa la sua ricchezza. Gli spazi continuano a essere vissuti quotidianamente dagli ospiti e ogni progetto deve dialogare con questa dimensione, rispettandola e valorizzandola. Più che di limiti, mi piace parlare di sfide creative. Ogni esposizione nasce pensando a come le opere possano entrare in relazione con la vita dell’hotel e coinvolgere l’attenzione dei nostri ospiti. È un equilibrio delicato, ma è anche ciò che rende ogni progetto unico. Allo stesso tempo, il fatto di non essere una galleria ci permette di scegliere gli artisti e i progetti con grande libertà, ricercando interlocutori che sentiamo davvero in linea con la nostra identità, senza dover invece seguire logiche commerciali. Mi piace pensare che, grazie a questo approccio, il Metropole sia diventato negli anni anche un luogo d’incontro, dove artisti, curatori, collezionisti e appassionati d’arte possano conoscersi, confrontarsi e sentirsi parte di questa visione.

«C.S. #41 Freud Series», il neon di Joseph Kosuth, disegna il perimetro del bar e ne caratterizza l’atmosfera. Qual è la chiave per dare forma a un dialogo coerente tra spazio e opera, rispettando le peculiarità di entrambi?
Per me un’opera d’arte non deve mai essere inserita in uno spazio in modo casuale. È proprio questo il principio che guida tutte le nostre scelte. Nel caso di «C.S. #41 Freud Series» di Joseph Kosuth, il legame con il Metropole è stato del tutto naturale. L’opera riprende una citazione di Sigmund Freud, che soggiornò nel nostro hotel tra il 1895 e il 1897 e qui scrisse parte della sua Interpretazione dei sogni. Il lavoro di Kosuth ne offre una rilettura contemporanea: in questo modo il neon non è soltanto un elemento artistico, ma diventa un ponte tra la memoria storica del luogo e il linguaggio dell’arte contemporanea. Credo che un progetto funzioni davvero quando lo spazio valorizza l’opera e, allo stesso tempo, l’opera restituisce una nuova chiave di lettura dello spazio. Secondo me, infatti, è proprio questa correlazione di significati che si crea tra opera e spazio a renderlo autentico.

La lunga vicenda dell’Hotel Metropole affonda le radici in un’altrettanto ampia storia familiare e reagisce alle trasformazioni della città in cui si trova. Che cosa significa mantenere viva l’identità dell’hotel sullo sfondo di una Venezia sempre più cannibalizzata dal turismo e sempre meno vissuta dalla sua popolazione?
Credo che proprio le trasformazioni vissute, purtroppo, da Venezia siano state il motore che ha naturalmente rafforzato la nostra identità. Il percorso che il Metropole ha intrapreso e proseguito negli anni non è mai stato un progetto costruito a tavolino, ma una risposta spontanea al desiderio di custodire ciò che rende questa città unica. In un momento storico in cui tutto tende a uniformarsi e a rincorrere il turismo di massa, noi abbiamo scelto di percorrere una strada diversa. Continuiamo a investire nel patrimonio artistico, nelle arti decorative, nell’artigianato locale e in tutti quei saperi che rappresentano l’anima più autentica di Venezia. Ogni restauro, ogni collezione, ogni progetto culturale nasce con l’obiettivo di preservare questo patrimonio e trasmetterlo alle generazioni future. Penso, ad esempio, al recente restauro del nostro antico gonfalone, ma anche alle collaborazioni con artisti, artigiani e istituzioni culturali veneziane che si sono susseguite negli anni. Per me un hotel non dovrebbe limitarsi ad accogliere gli ospiti, ma dovrebbe contribuire attivamente alla vita culturale della città in cui si trova. Essere albergatrice a Venezia oggi significa assumersi anche questa responsabilità: non solo raccontare la città e contribuire alla sua tutela e valorizzazione, ma anche restituire qualcosa alla comunità e coinvolgere i veneziani, che purtroppo sono sempre meno, ma per fortuna continuano a custodire l’anima più autentica della città.

Arianna Testino, 13 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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