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Il basolato della via Prenestina Antica del Parco Archeologico di Gabii

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Il basolato della via Prenestina Antica del Parco Archeologico di Gabii

Al Parco Archeologico di Gabii gli studiosi sono alla ricerca del foro repubblicano

Nella città latina, fedele alleata di Roma da cui dista solo 20 km, operano le missioni italiane e straniere del Gabii Project: Martina Almonte alla guida del Parco racconta la rinascita del sito con le ultime scoperte e la volontà di attirare il turismo

Guglielmo Gigliotti

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La città latina di Gabii è nata prima di Roma, ha guerreggiato a lungo con la città sul Tevere, e se non avesse prevalso quest’ultima, avremmo forse avuto un impero gabino e non romano. Ma nel VI secolo, Roma, sotto l’ultimo re Tarquinio il Superbo, la sottomise e divenne fedele alleata. Ubicata a 20 km da Roma, Gabii sta vivendo in questi ultimi anni una fase di entusiasmante riscoperta sotto la guida di Martina Almonte, direttrice dell’Istituto autonomo Musei e Parchi Archeologici di Praeneste e Gabii.

Il primo a scoprire la città menzionata da numerosi storici antichi, ma seppellita dal tempo, fu, nel 1792, Gavin Hamilton (1723-98), figura chiave della pittura neoclassica, ma anche pioniere nel campo delle esplorazioni archeologiche, nonché mercante d’arte. Organizzò scavi a Villa Adriana, a Ostia Antica e nella proprietà di Marcantonio IV Borghese alle porte di Roma, dove appunto scoprì l’antica Gabii. Trovò uno dei fori della città, e 49 statue, acquistate da Napoleone, e oggi al Louvre. Il Gabii Project, attivo dal 2007, e ora diretto da Anna Gallone, sta invece portando alla luce i settori centrali dell’antica città che si estendeva lungo la via Prenestina, prezioso asse viario del Latium Vetus, che nei primi secoli di esistenza della città, a partire dall’VIII secolo in poi, fino a Gabii era chiamata via Gabina. Da qui, portati su chiatte galleggianti che dal fosso dell’Osa giungevano al fiume Aniene e quindi al Tevere, proveniva il lapis gabinus, tufo vulcanico dalla qualità ignifuga, di grande importanza in una città che temeva il fuoco più dei barbari. In pietra gabina sono stati edificati a Roma il Tabularium, il Teatro di Pompeo, il Ponte Fabricio all’Isola Tiberina e il Ponte Milvio, e poi le mura del Foro di Augusto, la Cloaca Maxima e numerose altre infrastrutture. Per questo, Gabii, città nata sulle pendici di un lago vulcanico, è da ritrovare anche tra le mura di Roma. 

Ora, il progetto è portare da Roma una parte di quel turismo che la sta soffocando. Da aprile a luglio 2026, grazie a un accordo tra MiC e GetYourGuide (la principale piattaforma digitale al mondo per visite guidate), accordo che si aspira a rinnovare, è stato possibile aprire al pubblico in anteprima il Parco Archeologico tutti i weekend. A partire da settembre, l’area archeologica sarà visitabile la prima domenica di ogni mese, in attesa dell’apertura ordinaria prevista entro fine anno. Sarà occasione per osservare da vicino cantieri di scavo all’opera. A Gabii, infatti, sotto l’ombrello del Gabii Project, operano docenti e studenti di università, soprattutto americane (quella del Michigan in passato, attualmente quella del Missouri, con il prof. Marcello Mogetta), ma anche canadesi, australiane, olandesi, francesi e, ovviamente, italiane, in particolare la vicina Tor Vergata. Sotto gli occhi dei visitatori, la terra partorisce l’antica Gabii. È così che, negli ultimi anni, sono, tra l’altro, emersi sul lato sinistro della via Gabina e dell’antica via Prenestina, che dalla prima si diparte, ambienti termali con tubuli ai muri e mosaici pavimentali in tessere bianche e nere che raffigurano gladiatori, mentre sul lato destro è emersa dall’oblio dei secoli una grande vasca in opera quadrata di pietra gabina, lunga 17 metri, larga 4 e profonda 4. Gli studiosi stanno elaborando ipotesi sul suo uso e significato, forse una piscina sacra, come farebbero pensare i vasi trovati al suo interno, tutti integri e collocati a mo’ di deposizione, quindi non gettati come fosse una discarica. Poco più in alto, in posizione dominante, troneggiano le alte mura del Santuario di Giunone Gabina della metà del II secolo a.C., circondato su tre lati dai resti di un portico, e fornito nella parte frontale di un accesso segreto, costituito da un corridoio sotterraneo: si è pensato a un antro dei vaticini. La scalinata di accesso al Santuario era una cavea teatrale, destinata a ospitare i fedeli durante i riti, come per il tempio della Magna Mater sul Palatino. Il tempio gabino e quello romano rientrano infatti nella tipologia dei santuari romano-ellenistici del Latium Vetus, tra cui quello della Fortuna Primigenia di Praeneste (Palestrina), quello di Ercole Vincitore di Tibur (Tivoli) e quello di Giove Anxur a Terracina, tutti sorti tra II e I secolo a.C., e caratterizzati da un’integrazione nel contesto orografico che accentua il valore panoramico della fruizione, mediante sequenze di terrazzamenti artificiali, portici, imponenti sostruzioni, rampe e piazze. Su presente e futuro degli scavi di Gabii, intervistiamo la direttrice dell’Istituto Martina Almonte. 

La facciata del Santario di Giunone Gabina

Il lato posteriore del Santuario di Giunone Gabina

Quali sono state le scoperte più significative degli ultimi anni?
Il Parco Archeologico di Gabii costituisce un contesto straordinario per la ricerca, dal momento che le ultime fasi di vita nell’area urbana risalgono al XII secolo d.C., dopodiché il paesaggio urbano si è trasformato in agro romano. Settanta ettari di cui solo una piccola parte è stata scavata e che, quindi, possono riservare ancora grandi sorprese. La scoperta più significativa è indubbiamente quella dell’arx con il palazzo regale, sigillato all’interno di un tumulo appositamente realizzato negli anni di passaggio tra la monarchia e la repubblica. Si tratta di un edificio coevo alla Regia del foro romano e simile a questa per planimetria e funzioni, ma in un incredibile stato di conservazione, con muri intatti per quasi due metri d’altezza. Lo scavo, condotto tra il 2008 e il 2010 dalle università di Tor Vergata (prof. Marco Fabbri) e Basilicata (prof. Massimo Osanna), ha messo in luce anche un edificio precedente, risalente alla fine del VII secolo a.C., cui si riferiscono i vasi in «white-on-red» con le importantissime iscrizioni ora in mostra al Foro di Praeneste, e, ancora più antica, la capanna di un capo. In contemporanea il Gabii Project (capofila le università prima del Michigan con il prof. Nicola Terrenato e ora del Missouri con il prof. Marcello Mogetta) ha portato avanti lo scavo estensivo del cuore dell’area urbana, compiendo negli anni importantissime scoperte: da tombe infantili di età orientalizzante con ricchi corredi, al grande edificio pubblico su più livelli di età medio-repubblicana, alla vasca coeva inserita tra le sette scoperte archeologiche del 2025 proprio da «Il Giornale dell’Arte». 

Che cosa si aspetta di trovare ancora dell’antica Gabii?
Intanto manca all’appello il foro repubblicano... Ma abbiamo il contesto che sta portando in luce il Gabii Project con la piazza lastricata tra la vasca e l’edificio pubblico che fa ben sperare. Stiamo riprendendo anche lo scavo delle Terme imperiali, dove sembra sia stato anche Augusto. Portare in luce tutto il complesso può essere davvero interessante, anche per la restituzione alla pubblica fruizione. Infine, una suggestione: abbiamo trovato le sepolture infantili di età orientalizzante, ma mancano gli adulti, e della stessa epoca sono le famose tombe Bernardini e Barberini di Palestrina, chissà...

Quali strategie state progettando per attirare il turismo a Gabii?
Stiamo lavorando su più fronti. In primis sull’accessibilità del Parco a 360 gradi: dai percorsi (fruibili anche con carrozzina, bicicletta, golf car), alle aree di sosta e ludiche, compresa un’area picnic, ai depositi visitabili, ma naturalmente dobbiamo anche implementare i mezzi pubblici che possano avvicinare al sito sia i cittadini di Roma e provincia sia i turisti, e mettere in atto anche una politica dei prezzi con un biglietto di lunga durata ecc. Vogliamo aprirci a pubblici diversi anche con eventi in orari serali, perciò stiamo realizzando un teatro campestre, fatto con le balle di fieno, che sarà al contempo un’opera di land art e uno spazio per eventi. C’è una grande sinergia con enti pubblici e associazioni del territorio, ma anche con privati. Roma Capitale e metropolitana ci stanno supportando con azioni concrete: un investimento per la realizzazione di illuminazione, punto di accoglienza e messa in sicurezza dei limiti del Parco; la nuova nomenclatura della stazione metro di Finocchio ora anche Antica città di Gabii. Il partenariato pubblico-privato con GetYourGuide, inoltre, ha permesso le aperture del fine settimana per tre mesi. Stiamo costruendo una rete importante che sono sicura porterà i suoi frutti.

Guglielmo Gigliotti, 08 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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