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Jean-François Boclé, «A fruit, a gun», 2017

Maëlle Galerie

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Jean-François Boclé, «A fruit, a gun», 2017

Maëlle Galerie

Addio all'artista martinicano Jean-François Boclé

È scomparso a Parigi a 55 anni. Poeta e scrittore, oltre che artista visivo multidisciplinare, definiva la sua visione un «cannibalismo etimologico», un modo per elaborare come la cultura caraibica sia stata attraversata da migrazioni forzate, navi bananiere e disastri naturali

Daria Berro

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L’11 marzo è scomparso a 55 anni a Parigi Jean-François Boclé, artista martinicano (era nato a Fort de France il 14 aprile 1971) sin dall’adolescenza emigrato nella capitale francese. Formatosi all’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Bourges e all’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi, aveva esplorato temi legati alla memoria coloniale, alla tratta degli schiavi e alle dinamiche di potere del «Plantationocene» (nome alternativo proposto per l’Antopocene), attraverso una pratica multidisciplinare che include installazioni, performance, pittura e fotografia. Boclé definiva la sua visione un «cannibalismo etimologico», un modo per elaborare come la cultura caraibica sia stata attraversata da migrazioni forzate, navi bananiere e disastri naturali. Una pratica tesa a «togliere il silenzio alla storia», costringendo lo spettatore a riflettere sulle tensioni tra metropoli e colonie.

Il suo lavoro trasformava spesso oggetti comuni in potenti narrazioni storiche e politiche. Una delle sue installazioni più note, «Tout doit disparaître!» (Fuori tutto!), del 2004, mutua il suo titolo dai cartelli affissi nelle vetrine dei negozi durante i saldi, ma l’«abisso» (una superficie di 100 mq, alta 130 cm) di 100mila rigonfi sacchetti di plastica azzurri di cui è composta funge da memoriale del «Black Atlantic», per gli africani morti nell’Oceano durante la deportazione nelle piantagioni americane. L’artista era stato selezionato per la realizzazione del Memoriale della Tratta degli Schiavi alle Tuileries di Parigi. 

Banane con scritte politiche, disegni animati in cioccolato e scatole di cartone appiattite diventano strumenti per la comunicazione di narrazioni storiche. Simbolo dello sfruttamento coloniale e della violenza economica nei Caraibi la banana, in particolare, ricorre in opere come «Tears of Bananaman» e «Manifiesto Bananero» che denunciano la pratica della monocoltura da esportazione,  il massacro dei lavoratori delle piantagioni e l'uso di pesticidi tossici, ribaltando l’immagine «cult»  della banana «starlette» di Warhol e dei Velvet Underground del frutto più venduto al mondo.

Bouclé  esplorava la «colonialità del gusto» in performance durante le quali cucinava per il pubblico piatti tradizionali e analizzava la storia del lavoro forzato.  Poeta e scrittore, oltre che artista visivo, nei suoi libri ha raccontato la sua vita quotidiana, i pasti condivisi con gli amici, gli interventi nelle carceri, nelle baraccopoli, nelle scuole e in altri contesti spesso segnati da ferite sociali.

Ha partecipato a 13 biennali, tra cui quelle di L'Avana, Porto Alegre, Kochi-Muziris e Salonicco. Sue opere figurano nella collezione del Fnac, il fondo nazionale francese per l'arte contemporanea, e Saatchi (nel 2014 Charles Saatchi ha acquisito «Tout doit disparaître!») e sono state esposte in sedi internazionali, dal Van Gogh Museum di Amsterdam al Queens Museum di New York. Nel 2005 era stato ospite di Palazzo Lenzi a Firenze, con la personale «Bâbords».

Daria Berro, 13 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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