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Redazione
Leggi i suoi articoliÈ morto il 19 giugno, all'età di 57 anni, l'artista sudcoreano Bae Young-hwan, tra le figure che hanno contribuito all'affermazione internazionale dell'arte contemporanea coreana nei primi anni Duemila. A darne notizia è stata la Gallery BB&M di Seul, che lo rappresentava, parlando di una morte improvvisa senza renderne note le cause.
Nato nel 1969, Bae apparteneva alla generazione di artisti che ha accompagnato la crescente centralità della Corea del Sud nel sistema internazionale dell'arte. Il suo riconoscimento arrivò anche attraverso la partecipazione al Padiglione coreano della Biennale di Venezia del 2005, momento decisivo per la visibilità globale di molti protagonisti della scena asiatica.
Formatosi all'Università Hongik di Seul, inizialmente orientato verso la pittura tradizionale dell'Asia orientale, Bae scelse presto un linguaggio concettuale, sviluppando una ricerca che intrecciava cultura popolare, memoria collettiva e critica sociale. Le sue opere sono state presentate in alcune delle principali istituzioni artistiche della Corea del Sud, tra cui l'Alternative Space Pool, l'Art Sonje Center e il Leeum Museum of Art.
Al centro della sua pratica vi era un'indagine sul linguaggio della musica pop coreana. Bae recuperava i testi delle canzoni più conosciute e li ricomponeva utilizzando materiali inconsueti come antidolorifici, disinfettanti, cotone idrofilo e altri oggetti associati alla cura. Attraverso questa trasposizione materiale metteva in discussione l'ottimismo spesso veicolato dalla cultura pop, suggerendo come quelle promesse di felicità funzionassero piuttosto come rimedi temporanei a un senso diffuso di malinconia e fragilità sociale.
Tra le opere più significative figura Pop Song 3: Gwangju Sangmudae, presentata alla Biennale di Gwangju del 2002, nella quale l'artista rifletteva sul rapporto tra la musica popolare e il movimento democratico che attraversò la Corea del Sud negli anni Ottanta. La sua ricerca mostrava come elementi apparentemente marginali della cultura di massa potessero diventare strumenti per interrogare la storia politica e l'identità collettiva del Paese.
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