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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliCon Simone Forti, morta a Los Angeles all'età di 91 anni, scompare una delle figure più radicali e influenti dell'arte del secondo Novecento. Danzatrice, performer, coreografa, scrittrice e artista visiva, Forti ha trasformato il modo di concepire il corpo nello spazio, aprendo una strada che avrebbe cambiato profondamente tanto la danza contemporanea quanto la performance e l'arte concettuale. Il suo lavoro ha anticipato alcune delle questioni centrali della ricerca artistica degli ultimi sessant'anni: il movimento come processo di conoscenza, l'improvvisazione come metodo compositivo, il gesto quotidiano come materia estetica, la relazione tra linguaggio, percezione e comportamento.
Nata a Firenze il 25 marzo 1935 in una famiglia ebrea, dovette lasciare l'Italia nel 1938 in seguito alle leggi razziali fasciste. Dopo un viaggio che attraversò Svizzera e Francia, la famiglia raggiunse gli Stati Uniti, stabilendosi infine a Los Angeles. Quell'esperienza di sradicamento, pur raramente affrontata in modo esplicito nella sua opera, contribuì a formare uno sguardo sempre diffidente verso le strutture rigide e le convenzioni, orientato piuttosto verso l'osservazione diretta del comportamento umano e animale. Dopo un breve periodo al Reed College, Forti si trasferì a San Francisco, dove iniziò a studiare con Anna Halprin, la figura che più di ogni altra contribuì a ridefinire il concetto stesso di danza nel dopoguerra americano. Halprin sosteneva che il movimento dovesse nascere dall'esperienza quotidiana, dall'improvvisazione e dall'ascolto del corpo, piuttosto che dalla tecnica accademica. Per Forti quell'incontro fu decisivo. Per quattro anni lavorò al suo fianco, sviluppando un metodo fondato sull'esperienza diretta, sull'azione spontanea e sulla fiducia nel gesto ordinario.
Quando nel 1959 si trasferì a New York insieme al marito Robert Morris, artista destinato a diventare uno dei protagonisti del Minimalismo, trovò una scena artistica attraversata da profonde trasformazioni. Musicisti, artisti visivi, coreografi e poeti stavano mettendo in discussione le separazioni disciplinari. John Cage ridefiniva il concetto di composizione, Allan Kaprow elaborava gli Happening, George Maciunas iniziava a costruire la rete di Fluxus e attorno allo studio di Yoko Ono prendeva forma una comunità nella quale il corpo diventava uno dei principali strumenti di ricerca.
Fu in questo contesto che, tra il 1960 e il 1961, Forti presentò le sue otto Dance Constructions, oggi considerate uno degli atti fondativi della danza postmoderna. Più che coreografie, erano strutture di comportamento. Scale di legno, corde, piattaforme inclinate e semplici oggetti diventavano dispositivi attraverso cui il corpo esplorava equilibrio, gravità, collaborazione e rischio. I performer non interpretavano personaggi né eseguivano virtuosismi tecnici: salivano, cadevano, trascinavano, sostenevano, aspettavano. Il movimento nasceva dalla relazione concreta con lo spazio e con gli altri corpi. Quella trasformazione fu profonda. La danza cessava di essere spettacolo fondato sull'espressione individuale per diventare un'indagine sulle condizioni elementari del movimento. Forti eliminava la separazione tra gesto artistico e gesto quotidiano, tra coreografia e comportamento. In questo senso la sua ricerca anticipò molte delle esperienze sviluppate pochi anni dopo dal Judson Dance Theater, influenzando direttamente figure come Yvonne Rainer, Steve Paxton e Trisha Brown, che avrebbero ridefinito il panorama internazionale della danza contemporanea.
Sebbene il suo nome venga spesso associato a Fluxus, Simone Forti occupò sempre una posizione autonoma rispetto ai movimenti. Condivideva con Fluxus il rifiuto della spettacolarità, la contaminazione tra discipline e l'interesse per processi aperti, ma la sua ricerca rimase costantemente ancorata all'esperienza fisica. Il corpo non era un semplice medium performativo: era uno strumento di conoscenza. Muoversi significava pensare. Durante il soggiorno romano del 1968-69 emerse un altro capitolo fondamentale della sua ricerca. Le visite quotidiane allo zoo la portarono a sviluppare gli Animal Studies, una serie di performance e disegni nei quali osservava gli animali cercando di comprenderne il comportamento senza trasformarlo in allegoria. Come avrebbe scritto anni dopo, si ritrovava in uno stato di "identificazione passiva" con gli animali. Non si trattava di imitarli, ma di lasciare che il loro modo di abitare il mondo modificasse il proprio corpo e la propria percezione.
Anche questa ricerca anticipava questioni oggi centrali. Molto prima che il dibattito ecologico e post-umano diventasse uno dei principali temi dell'arte contemporanea, Forti metteva in discussione la presunta centralità dell'essere umano, esplorando forme di attenzione, ascolto e movimento capaci di superare la tradizionale separazione tra uomo e animale. Negli anni Settanta insegnò al California Institute of the Arts, dove definiva i propri workshop un "laboratorio". Non concepiva l'insegnamento come trasmissione di una tecnica, ma come uno spazio di sperimentazione condivisa. Molti dei suoi studenti sarebbero diventati collaboratori di lunga durata, a testimonianza di una pratica fondata sul dialogo più che sull'autorità. Negli ultimi decenni la sua ricerca si arricchì ulteriormente attraverso quella che chiamava Logomotion, un'indagine sulle relazioni tra parola e movimento. Le News Animations, improvvisazioni costruite a partire dai titoli dei giornali, trasformavano l'attualità in azione corporea, dimostrando come il linguaggio potesse diventare movimento e come il corpo fosse capace di elaborare criticamente l'informazione prima ancora della riflessione teorica.
Nel 2016, insieme a Yvonne Rainer e Steve Paxton, presentò Tea for Three, un'opera che riuniva tre dei protagonisti della rivoluzione postmoderna americana in una riflessione affettuosa sulla memoria, sull'invecchiamento e sull'amicizia. Non era un gesto nostalgico, ma la dimostrazione che l'improvvisazione poteva continuare a generare forme nuove anche dopo oltre mezzo secolo di ricerca.
Negli ultimi anni il riconoscimento istituzionale del suo lavoro è cresciuto costantemente. Il Museum der Moderne Salzburg le dedicò nel 2014 la prima grande retrospettiva, Thinking with the Body: A Retrospective in Motion. Nel 2018 il Museum of Modern Art di New York la pose al centro della mostra Judson Dance Theater: The Work Is Never Done, contribuendo a consolidarne il ruolo nella storia della performance. Nel 2023 il MOCA di Los Angeles organizzò una vasta retrospettiva e, nello stesso anno, la Biennale Danza di Venezia le conferì il Leone d'Oro alla carriera, riconoscendone il contributo fondamentale alla ridefinizione della danza contemporanea.
L'importanza di Simone Forti supera tuttavia la storia della danza. La sua opera appartiene pienamente alla storia dell'arte contemporanea. Le sue Dance Constructions sono oggi considerate sculture attivate dal corpo, le sue performance dialogano con il Minimalismo, con la Process Art e con la Body Art, mentre i suoi disegni, i suoi testi e i suoi libri d'artista testimoniano una pratica nella quale ogni disciplina diventava parte di un unico processo conoscitivo.
Lavinia Trivulzio
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