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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliCon la morte di Calvin Tomkins si chiude una delle più lunghe e coerenti traiettorie di osservazione diretta dell’arte contemporanea. Per oltre sei decenni, attraverso le pagine del The New Yorker, Tomkins ha costruito un archivio narrativo che coincide con l’emergere e la trasformazione del sistema artistico globale nel secondo dopoguerra.
Entrato in redazione nel 1960, Tomkins attraversa una fase in cui l’arte contemporanea non è ancora pienamente strutturata come mercato internazionale. Il suo lavoro si sviluppa in parallelo alla crescita di quel sistema: dall’ambiente ancora comunitario degli anni Sessanta fino alla progressiva istituzionalizzazione e finanziarizzazione del settore. I suoi profili non si limitano a documentare gli artisti; contribuiscono a definirne la ricezione pubblica e, in molti casi, la legittimazione critica. La sua pratica si fonda su un metodo preciso: immersione prolungata, relazione personale, costruzione di una narrazione condivisa con il soggetto. Tomkins stesso descriveva il profilo come una forma collaborativa, un dispositivo in cui scrittore e artista partecipano alla costruzione del racconto. Questa impostazione produce testi in cui la dimensione biografica diventa chiave di accesso alle opere, senza ridurle a semplice illustrazione.
Il punto di avvio è spesso ricordato come un episodio fortuito: l’incontro con Marcel Duchamp nel 1959. Da quell’intervista nasce un metodo e un orientamento. Duchamp, ancora figura relativamente marginale all’epoca, rappresenta il passaggio verso una concezione dell’arte come campo aperto, concettuale e potenzialmente illimitato. Tomkins si posiziona esattamente su questa soglia. Negli anni successivi, il suo lavoro accompagna e rende leggibili alcune delle principali trasformazioni estetiche del secondo Novecento: dalla Pop Art al Minimalismo, dalla performance alla Land Art. I suoi testi su figure come Robert Rauschenberg, John Cage o Merce Cunningham non operano per sintesi teorica, ma per costruzione di prossimità. L’artista emerge come soggetto situato, immerso in un contesto relazionale e culturale.
Il suo lavoro si sviluppa anche in una fase di espansione del mercato dell’arte, che egli osserva con attenzione critica. Nei suoi testi emerge una consapevolezza costante della tensione tra libertà artistica e pressione economica. Il mercato appare come un dispositivo ambivalente: capace di sostenere la produzione, ma anche di ridurre la qualità a parametro quantitativo. Negli ultimi anni, il suo sguardo si apre a una maggiore diversificazione degli artisti trattati, riflettendo una trasformazione più ampia del sistema. Resta tuttavia evidente come la sua traiettoria sia inscritta nelle strutture di potere e nelle gerarchie del secondo Novecento, in cui la centralità occidentale e maschile definiva gran parte del discorso artistico. L’eredità di Tomkins non è soltanto letteraria. I suoi archivi, oggi conservati al Museum of Modern Art, costituiscono una fonte primaria per la storia dell’arte contemporanea: corrispondenze, interviste, materiali preparatori che documentano dall’interno la costruzione del sistema.
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