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Guglielmo Gigliotti
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L’Antiquarium della settecentesca Villa Albani Torlonia a Roma è sorto due anni fa negli ambienti delle scuderie della ricca dimora suburbana, per ospitare selezionate esposizioni di opere di scultura antica della Collezione Torlonia, la più grande al mondo di arte romana del marmo. «Marmora Romana» è il titolo della mostra, aperta dal 18 settembre fino a primavera 2027, di sculture della Collezione Torlonia, che, grazie all’aggiunta di un nuovo spazio, vengono ad accrescere di 20 unità le 25 già presenti.
Curata da Carlo Gasparri e promossa dalla Fondazione Torlonia (che gestisce sia la Villa Albani Torlonia che la Collezione Torlonia), con il supporto della Fondazione Bvulgari e dello studio legale Chiomenti, la mostra riunisce busti, sculture, capitelli, elementi architettonici, piedi di tavolo, restaurati dai Laboratori Torlonia, nel contesto di un ampio progetto di studio e ricerca attivato per valorizzare in tutti i suoi aspetti una grande eredità artistica.
«Questi spazi, asserisce Alessandro Poma Murialdo, presidente della Fondazione Torlonia, sono il luogo dove la città di Roma può scorgere il risultato del quotidiano lavoro che portiamo avanti: il restauro, lo studio e la divulgazione della Collezione Torlonia e del gusto dell’antico che ha caratterizzato il collezionismo della famiglia culminando nell’apertura del Museo Torlonia». Si tratta, per la Fondazione Torlonia, di tenere vivo, con sensibilità contemporanea, un mondo fondato su principi di armonia di arte e natura, di culto dell’antico, e di alta esigenza estetica. Tutti elementi che confluirono nell’ideazione di Villa Albani, edificata a metà Settecento su progetto di Carlo Marchionni, il quale assecondò le esigenze del dotto cardinale Alessandro Albani, mecenate delle arti, che nella nuova villa fuori Porta Salaria conversava d’archeologia con Johann Joachim Winckelmann (suo bibliotecario), d’arte con Giovanni Battista Piranesi e Anton Raphael Mengs (che realizzò ad affresco in villa il celebre «Parnaso»), di topografia romana con Giovanni Battista Nolli. L’universo Albani confluì poi, nel 1866, in quello dei banchieri Torlonia, con l’acquisto da parte di Alessandro Torlonia di Villa e Collezione, andando così ad incrementare l’immensa raccolta, oggi di 620 pezzi, dovuta all’acquisizione di varie grandi collezioni nobiliari storiche (sovente per saldare i debiti contratti) o agli scavi nelle numerose tenute di famiglia, dalla Caffarella alla Villa dei Quintili.
La mostra presso l’Antiquarium di Villa Albani Torlonia è dedicata alla memoria di Raniero Gnoli (1933-2025), sin dal titolo: «Marmora Romana» era quello prescelto dal grande orientalista e indologo per il suo amplissimo studio di cave, usi e significati dei preziosi minerali che si diffusero nell’impero, pubblicato per la prima volta nel 1971, e addivenuto testo di riferimento assoluto, per rigore filologico e ricchezza di informazioni, nello studio dei marmi antichi.
Abbiamo chiesto a Carlo Gasparri un ricordo del grande studioso.
Raniero Gnoli era certamente un personaggio fuori del comune: chi ha avuto la fortuna di incontrarlo anche per breve tempo ne riconosceva immediatamente la cultura sterminata: padrone di un’infinità di lingue antiche e moderne, si prestava a una conversazione elegante, venata da un sottile sfumatura di humor di stampo britannico. Il suo libro sui marmi romani, se pure marginale rispetto al nucleo principale dei suoi interessi, rappresenta un monumento di dottrina, di conoscenze storiche e filologiche, qualcosa a metà tra trattatistica scientifica, antiquaria, letteratura odeporica, un testo affascinante, che si legge con enorme piacere, come un romanzo, ricco di una quantità sterminata di informazioni preziose, di conoscenze insospettabili: i suoi «Marmora romana» sono stati la Bibbia per generazioni di studiosi dell’architettura, della scultura, del mondo romano di età imperiale. Il suo interesse per i marmi antichi, che lo ha portato a perlustrare tutto il bacino del Mediterraneo per visitarne i luoghi di estrazione, si accompagnava poi a una passione collezionistica, che lo ha portato a formare una raccolta di campioni di marmi, alcuni molto rari, che in parte illustrano il suo libro; ha aperto una strada, che ha generato studi, libri, mostre; ha avuto epigoni, nessuno al suo livello.
Tavolo tondo con Tritone che sorregge una tazza (porfido rosso egiziano per il tavolo e la tazza; granito grigio per il plinto; bronzo per il Tritone). © Fondazione Torlonia. Foto Lorenzo De Masi
Testa di leone, frammento di trapezoforo (alabastro orientale per la testa; breccia tranquillina per il peduccio). © Fondazione Torlonia. Foto Lorenzo De Masi
Come definire il lavoro della Fondazione Torlonia per la ricerca, il restauro e la valorizzazione di un’eredità così vasta? Esistono casi consimili nel mondo?
La Fondazione Torlonia sta affrontando un compito del tutto particolare. Esistono nel mondo collezioni private di scultura antica in un certo senso comparabili con quella Torlonia, basti pensare a quelle ospitate nelle Country Houses inglesi, che si sono formate nell’ottica di un rapporto con l’Antico tipica del Grand Tour, che in un certo senso è all’origine del Museo stesso; nessuna di queste è comparabile con quella Torlonia per dimensioni, per la qualità, e il significato storico di tanti dei suoi esemplari. Ma mentre quelle hanno avuto, per così dire, una continuità d’uso e di conservazione, le sculture Torlonia sono rimaste «in sonno» per quasi un secolo, dopo la chiusura e lo smantellamento del Museo Torlonia avvenuti per ragioni di scurezza prima della Seconda guerra mondiale. Le 620 sculture del Museo sono rimaste quindi sottratte alla vista del pubblico e al progresso degli studi; riemergono ora dall’oblio, ma richiedono un delicato lavoro di indagine, di aggiornamento delle conoscenze sulle loro condizioni, sulla loro storia, di riflessione sulle modalità di una loro nuova presentazione al pubblico: un pubblico che non è più quello che frequentava il Museo Torlonia nel 1884. Ma questo pubblico può accostarsi ora alle sculture Torlonia attraverso le mostre che la Fondazione ha promosso, in Italia, a Roma e a Milano, e grazie a un’ampia collaborazione internazionale anche all’estero, a Parigi, in Canada, negli Stati Uniti, dove sono stati proposti diversi itinerari per scoprire questo patrimonio, il suo significato storico e artistico. Nello stesso tempo la Fondazione sta portando avanti anche un impegnativo programma di interventi sulla Villa Albani, altro complesso ineguagliabile di architettura, marmi antichi, dipinti, con lo scopo di recuperare l’aspetto originario dell’apparato decorativo dei vari edifici che lo compongono, offuscato dal sovrapporsi di interventi di diversa natura tra ‘800 e ‘900; e contemporaneamente ha avviato un sistematico lavoro di restauro delle sculture, molte anche assai importanti, esposte all’aria aperta, e quindi a rischio di degrado per effetto degli agenti atmosferici. Per promuovere la conoscenza di questo luogo di meraviglie la Fondazione ha organizzato un regolare servizio di visite guidate, e offre anche libero ingresso a due antiche scuderie, ora attrezzate come spazio espositivo, dove sono ospitati due nuclei di sculture del Museo Torlonia in qualche modo collegate con le vicende della collezione Albani. Tutto questo lavoro è stato accompagnato da un lavoro di promozione culturale da parte della Fondazione attraverso l’edizione non solo dei cataloghi delle mostre, ma anche da una serie di pubblicazioni scientifiche dedicate al suo patrimonio.
Quali sono le opere più significative in mostra?
Forse la più impressiva è la grande tazza di breccia verde egiziana, un materiale rarissimo, di cui i pochi esemplari noti a Roma erano conservati nel ’500 nella Villa Medici sul Pincio, e da lì sono passati a Villa Albani, la tazza poi nel Museo Torlonia. Sarà per la prima volta visibile a Roma (è stata già esposta nella mostra al Louvre) ancora sul piede in marmi antichi colorati eseguito quando fu posta al centro della Loggia di Villa Medici, con il noto Mercurio in bronzo del Giambologna, oggi al Bargello, collocato al centro. Ne scrive anche Raniero Gnoli nel suo libro, citando in una nota l’unico altro esemplare significativo noto in breccia verde, una vasca nel Duomo Capua, alla quale arriva grazie a una citazione di Winckelmann: come dire, il cerchio si chiude. E poi si vedrà per la prima volta un importante busto con un ritratto in basanite, anche questa una pietra di origine egiziana, proveniente dalla seicentesca collezione del Marchese Vincenzo Giustiniani. La testa, oggi montata su un busto ottocentesco in alabastro, a lungo identificata come Tolomeo Filadelfo o Alessandro Magno, è stata riconosciuta invece come un’immagine di Iside o di una principessa tolemaica che si assimila alla dea.
La mostra indaga anche lo spirito del collezionismo sei-sette-ottocentesco, e le coeve concezioni del restauro. Perché era considerato inaccettabile esporre opere mutile?
È Vasari che ci racconta come il Lorenzetto, scultore e collaboratore di Raffaello, per la prima volta intorno al 1520, organizzando la collezione di marmi antichi del cardinale Andrea della Valle nel giardino interno del suo palazzo, completò le parti mancanti delle sculture che vi andava collocando. Da allora diviene canonico, salvo pochi casi celebri di sculture lasciate allo stato di frammento, come l’Ercole Vaticano, che una scultura si presenti integra: le parti aggiunte moderne, o in molti casi anche antiche, tendevano non solo a recuperare un’immagine unitaria dell’opera, ma a fornirne la chiave interpretativa, suggerendo, mediante l’atteggiamento o gli attributi, il soggetto (talvolta in maniera arbitraria) allo scopo anche di giustificarne la posizione all’interno del programma decorativo del palazzo, o della villa, della residenza nella quale era esposta.
Cosa ci insegna quel mondo perduto, che dagli Albani arriva ai Torlonia? È veramente tutto perduto?
Il numero incredibile di visitatori che hanno registrato sinora le mostre dei marmi Torlonia organizzate in Italia e all’estero dimostra proprio che non tutto è perduto; lo stesso ci dicono, in una forma diversa, le folle che accorrono a vedere l’«Odissea» di Nolan, le schiere di turisti che percorrono le vie di Pompei o che affrontano la calura agostana per fotografarsi davanti al Colosseo. Si tratta di un interesse per l’Antico che ha evidentemente una matrice culturale assai diversa da quella che muoveva i viaggiatori del Gran Tour verso Roma e l’ineludibile visione di Villa Albani, ma che, al di là dei meccanismi di un turismo di massa, esprime un interesse, una curiosità verso questo mondo, forse anche un desiderio di comprendere, che va rispettato e coltivato. Il lavoro che facciamo sui marmi Torlonia vuole contribuire a tenere vivo questo rapporto.
Conclude Carlotta Loverini Botta, direttrice della Fondazione Torlonia: «Tutto quanto facciamo è posto al servizio dell’eterno dialogo dell’antico con il presente: una narrazione ancorata a gesti e valori universali che ritroviamo nei marmi che custodiamo. In un’epoca non facile come quella che stiamo vivendo e di profonde trasformazioni tecnologiche, ci ricordano il senso più profondo della nostra umanità».
Vasca in breccia verde egiziana su piede moderno, cd. Tazza Medici (Alabastro orientale per la testa; breccia tranquillina per il peduccio). © Fondazione Torlonia. Foto Lorenzo de Masi
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