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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoliArriva ai Chiostri di San Pietro, dal 10 ottobre al 17 gennaio 2027, «Gregory Crewdson. Eveningside» (catalogo Edizioni Gallerie d’Italia | Skira), personale del fotografo americano (New York, 1962) che analizza la sua maturità espressiva nelle serie più recenti. La mostra, realizzata da Fondazione Palazzo Magnani in collaborazione con Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo, riunisce lavori dal 2012 ad oggi (oltre al film «Making Eveningside», commissionato nel 2022 dalle stesse Gallerie d’Italia-Torino), come spiega il curatore Jean-Charles Vergne in quest’intervista.
Quali sono le caratteristiche della produzione di Crewdson?
Il suo lavoro occupa uno spazio molto particolare tra fotografia, cinema e pittura. Le sue immagini sono interamente costruite, lui non si limita a registrare il mondo che ha davanti, ma ne crea uno all’interno dell’inquadratura. I luoghi da fotografare sono individuati con grande attenzione, i set trasformati, ogni oggetto selezionato, la luce controllata con estrema precisione e l’immagine finale nasce da un complesso processo di ripresa e postproduzione. Nulla è lasciato al caso.
Si può dire che costruisce mondi?
Sì, non si limita a scattare fotografie, appunto le costruisce. Allo stesso tempo, queste immagini restano profondamente legate a luoghi reali, in particolare alle piccole città del Massachusetts occidentale. Strade vuote, case modeste, foreste, parcheggi, negozi abbandonati e aree industriali diventano lo scenario di figure umane che spesso appaiono isolate, immobili o assorte in sé stesse. Le fotografie sembrano fotogrammi di film che non esistono: non sappiamo mai davvero che cosa sia accaduto prima dell’immagine né che cosa accadrà dopo. Il tempo sembra sospeso. Un’altra caratteristica essenziale è l’importanza stessa del luogo. Nel lavoro di Crewdson esso non è un semplice sfondo, è spesso protagonista. Ripropone anche gli stessi luoghi, oggetti e persone da una serie all’altra e questo crea un rapporto molto particolare con il tempo: le fotografie appaiono immobili, ma le persone invecchiano, i bambini diventano adulti e i luoghi stessi cambiano lentamente. Infine, esiste sempre una tensione tra una straordinaria bellezza visiva e un senso di inquietudine. Le immagini ci attraggono attraverso la luce, la precisione e la composizione, per poi rivelare solitudine, fragilità, desiderio, ansia e le fratture sociali dell’America contemporanea.
Come si è evoluta nel tempo la sua pratica?
Gregory ha sempre manifestato una grande continuità, ma anche eseguito alcuni cambiamenti molto importanti in carriera. Dalla fine degli anni Ottanta ha progressivamente sviluppato un linguaggio sempre più cinematografico, come si vede in serie come «Twilight», «Dream House» e «Beneath the Roses». Un cambiamento decisivo avviene con «Cathedral of the Pines» del 2012-14: dopo quasi tre anni di esaurimento creativo e un periodo difficile della sua vita personale, Crewdson torna alla fotografia a Becket (Massachusetts), un luogo legato alla sua infanzia. Lavora con una troupe più ridotta, si concentra maggiormente sugli interni, sulle figure umane e sulla luce naturale, e realizza quella che è probabilmente la sua serie più intima. La famiglia, la memoria e l’idea di rifugio diventano centrali. Poi con «An Eclipse of Moths» (2018-19) a Pittsfield, la scala si amplia nuovamente e la dimensione politica diventa molto più evidente. Infine, «Eveningside», realizzata nel 2021-22 (commissionata da Intesa Sanpaolo e presentata in anteprima internazionale dalle Gallerie d’Italia-Torino nella grande mostra ospitata tra l’ottobre 2022 e il gennaio 2023, Ndr), riunisce le dimensioni intima, politica e sociale. Crewdson torna al bianco e nero e costruisce una città immaginaria a partire da diverse città reali del Massachusetts occidentale. I luoghi di lavoro quotidiani e i ruoli sociali ordinari diventano centrali.
Come ha selezionato le fotografie lungo il percorso?
Quando Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia mi hanno invitato a curare la grande mostra di Crewdson a Torino nel 2022, esistevano già un lungo dialogo, un paesaggio culturale condiviso e un rapporto di fiducia con Gregory e Juliane Hiam, sua compagna e production manager che da molti anni svolge un ruolo centrale nello sviluppo e nella produzione del suo lavoro. Il progetto torinese ha riunito la trilogia «Cathedral of the Pines», «An Eclipse of Moths» ed «Eveningside» ed è diventato il punto di partenza di un’importante tournée europea che ha toccato Arles, la Finlandia, l’Albania, Charleroi e ora Reggio Emili. Il mio punto di partenza non era realizzare una retrospettiva convenzionale né selezionare quelli che potrebbero essere considerati i greatest hits di Gregory Crewdson. La sua opera è molto più vasta di questa mostra.
Su che cosa si è concentrato?
Sul decennio particolarmente importante 2012-22 e sulle tre serie che formano la trilogia. Nel loro insieme permettono di comprendere come il lavoro di Gregory si muova tra intimità, politica e società. Il processo curatoriale si è quindi fondato sul rendere visibili le relazioni tra le fotografie della trilogia, con le ripetizioni di luoghi, persone e oggetti che creano una rete invisibile che attraversa l’intera mostra. È un aspetto particolarmente importante perché il tempo è uno dei soggetti nascosti del lavoro di Crewdson. A prima vista ogni fotografia sembra completamente congelata. Ma quando le opere vengono riunite, la durata diventa visibile: i bambini crescono, gli adulti invecchiano e i luoghi familiari cambiano lentamente. La mostra doveva quindi permettere allo spettatore di percepire queste connessioni, invece di trovarsi semplicemente di fronte, una dopo l’altra, a immagini singolarmente potenti. Volevo che la mostra rendesse visibile la straordinaria coerenza del mondo che costruisce da decenni.