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Simone Facchinetti
Leggi i suoi articoliCome si fanno le attribuzioni nell’età dei populismi? Chi le propone? E chi le approva? È sufficiente alzare la mano? Passano a maggioranza? Oppure c’è ancora qualche specialista che osa schierarsi contro la vox populi? La faccenda è piuttosto complessa e comica, insieme. Il percorso del presunto Caravaggio riscoperto in Francia insegna molte cose. Proviamo a metterle in fila.
Nel 2014 una famiglia di Tolosa ha scoperto di avere in soffitta una tela di medie dimensioni (144x173,5 cm) raffigurante «Giuditta e Oloferne». Si è rivolta all’antiquario del posto (Marc Labarde) che a sua volta si è messo nelle mani del parigino Éric Turquin. Quest’ultimo, dopo avere studiato a lungo il quadro, ha annunciato di aver scoperto un nuovo Caravaggio. La notizia si è amplificata rapidamente, com’era prevedibile. Gli esperti si sono schierati su due fronti opposti. C’era chi ci credeva e chi dissentiva. La situazione è apparsa subito molto confusa.
Lo Stato francese, senza saper né leggere né scrivere, ha vincolato il quadro per 30 mesi. Giusto il tempo per trovare una soluzione ragionevole: acquistarlo per la Francia? Oppure lasciarlo andare? Alla fine ha deciso di non approfittare dell’occasione. In termini tecnici è una bocciatura. Significa due cose: o non è stato individuato un accordo economico (ma è difficile che lo Stato francese non ci sia riuscito, se solo lo avesse voluto), oppure non crede sia un’opera di Caravaggio. Il dipinto ha fatto una tappa italiana alla Pinacoteca di Brera. Finora l’unico spazio pubblico che ha tirato la volata all’affaire Turquin.
Successivamente è stato esposto da Colnaghi, in trasferta promozionale dai colleghi anglosassoni. È probabile che non sia stato trovato nulla di meglio di una galleria antiquaria in Mayfair. Forse nessuna istituzione straniera ha avuto il coraggio del direttore di Brera, James Bradburne, che esponendo il quadro desiderava legittimamente attirare l’attenzione sul museo: «Va bene anche un Caravaggio discutibile, purché se ne parli», è stato, più o meno, il suo pensiero. Difatti se ne è parlato, eccome.
Ora l’eco è piuttosto forte. È rimbombata un po’ ovunque. Dopo la sfilata londinese sarà la volta di una crociera oltreoceano. Nel mese di maggio la tela sarà visibile nella Grande Mela. Infine tornerà a Tolosa, dove tutto è iniziato, 5 anni fa. Lo stesso Marc Labarde avrà l’onore di dirigere l’asta, il prossimo 27 giugno, all’Hôtel Saint Aubin. Si stima che il quadro possa valere tra i 100 e i 150 milioni di euro. Si dice che sarà una gara onesta e che l’opera non avrà un prezzo di riserva, anche se quello di partenza è fissato a 30 milioni di euro.
Più o meno le cose sono andate così, ora facciamoci qualche domanda. Come si sono comportati gli esperti? Come dicevamo all’inizio non hanno espresso un parere unanime. Qualcuno ha sentenziato: «È un’opera di Caravaggio, ma sarà capita solo tra qualche decennio». Il discorso non fa una piega. Il problema è che bisogna pagarla come un Caravaggio ora, quando molti dubbi non sono ancora stati dissipati. Proviamo a fare due conti. La Danae di Orazio Gentileschi passata da Sotheby’s nel 2016 era stimata 25-35 milioni. Possibile che un’opera di Caravaggio sia venduta allo stesso prezzo? Lo Stato francese si è ritirato. Gli specialisti sono divisi. Nessun museo al mondo si farà avanti (a meno di non avere qualche asso nella manica). L’unica cosa che sopravvive è il rumore, le illazioni, le voci. Le attribuzioni nell’età dei populismi si fanno così. Con il brusio dei sentimenti, senza ragione. A questo punto basterebbe contare fino a 30, per avere qualche legittimo sospetto.
Il dipinto «Giuditta e Oloferne», recentemente attribuito a Caravaggio. © Marc Labarbe
Simone Facchinetti
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