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Simone Facchinetti
Leggi i suoi articoliÈ ancora fresca di stampa la notizia dell’acquisto a New York di un’opera di Antonello da Messina da parte dello Stato italiano (alla cifra di quasi 15 milioni di dollari), che prontamente i francesi hanno fatto saltar fuori un altro dipinto del rarissimo pittore siciliano (alla stima di 1-2 milioni di euro). Farà parte della solita propaganda antinazionale, oppure c’è sotto qualcosa? Se fossi superstizioso non dovrei scriverne perché pare che questa vicenda porti male, questa almeno era l’idea maturata da Federico Zeri quando gli sottoposero per la seconda volta le tavole che, molti anni dopo, sarebbero state acquistate dal Castello Sforzesco a Milano e dagli Uffizi a Firenze. La prima volta Zeri le vide completamente ridipinte e suggerì di farle restaurare. La seconda si rifiutò di studiarle perché notò qualcosa di sinistro nel comportamento dei proprietari. Ecco le parole di Zeri: «Ho in seguito appreso che i tre dipinti sarebbero stati, di lì a non molto, all’origine di una cupa tragedia, che ha portato a un suicidio e a un omicidio, e alla fine di una terza persona, con dettagli di sconvolgente orrore». Successivamente le tavole sarebbero state studiate da Carlo Volpe e disperse sul mercato antiquario bolognese.
Ma che cosa c’entra il frammento che sarà messo all’asta da Ader a Parigi il prossimo 16 giugno? C’entra perché faceva parte dello stesso polittico. Senza entrare troppo nei dettagli bisogna sapere che molto probabilmente si trattava di un complesso costituito da cinque tavole per ognuno dei due ordini. Le tre maggiori sono, come dicevamo, divise tra Milano e Firenze, e le tre minori si conservano alla Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis a Palermo (musealizzate dal 1730). Quindi ne mancherebbero due per ciascun ordine: ecco, il frammento francese è ciò che è sopravvissuto di un elemento dell’ordine superiore. C’è un punto nevralgico in questa storia: che provenienza documentata ha il dipinto? Da dove proviene e quando è arrivato in Francia? Belle domande.
Se lo Stato fosse in grado di dimostrare che l’opera è uscita illegalmente dall’Italia potrebbe pretenderne la restituzione. Certo non è un’impresa facile, tuttavia se dovessi avviare una ricerca partirei da questo ricordo di Mauro Lucco, pubblicato nel catalogo della mostra organizzata dalle Scuderie del Quirinale nel 2006 (p. 170): «Personalmente ricordo quando, sul finire degli anni Settanta, Carlo Volpe mi esibì le fotografie di una serie di tavole, orribilmente ridipinte, a eccezione delle teste, sotto le quali egli riusciva a intravedere la mano del nostro artista (Antonello da Messina, Ndr). Se la memoria non m’inganna, gli scomparti erano cinque, ma due erano in condizioni estremamente precarie». Ritrovare le fotografie sarebbe la prima cosa da fare, poi sarà sufficiente seguire le tracce lasciate sul terreno. La casa d’aste garantisce che l’opera era stata vista da Michel Laclotte all’incirca 25 anni fa e che «potrebbe» provenire dal Castello di La Barben (Bouches-du-Rhône). Non so nella lingua francese ma in italiano «potrebbe» suona male con una provenienza documentata.
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