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Luca Locatelli.

© Cortesia di Gallerie d’Italia Torino. Immagine Andrea Cappello

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Luca Locatelli.

© Cortesia di Gallerie d’Italia Torino. Immagine Andrea Cappello

Luca Locatelli e il potere delle iniziative circolari

Alle Gallerie d’Italia di Torino (e con un focus ad Artissima) le 18 soluzioni per un futuro sostenibile presentate dal fotografo pavese

Anna Aglietta

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Nelle Gallerie d’Italia di Torino in piazza San Carlo è in corso fino al 18 febbraio 2024  «The Circle. Soluzioni per un futuro possibile», una mostra inedita del fotografo Luca Locatelli (Pavia, 1971) sul tema dell’economia circolare. Attraverso lo storytelling visivo sono presentate 18 soluzioni per un futuro sostenibile. Le fotografie a grande formato e i video di Locatelli, il quale ha dedicato al progetto gli ultimi due anni, conducono il pubblico in un viaggio in Italia e in Europa e in alla scoperta di modelli industriali e produttivi che rispettino i parametri dell’economia circolare promossi dall’Unione Europea.

Le opere esposte, una settantina, «raccontano esperienze e realtà in cui altissima ingegneria, artigianato e sapienza ancestrale vanno di pari passo per creare uno spazio in cui la Natura torni sovrana, in cui la conoscenza e la sapienza umana si pongono al servizio delle forze ambientali», scrive Elisa Medde, curatrice della mostra. L’esposizione è completata dalle infografiche di Federica Fragapane, che ha creato delle opere interattive per illustrare l’impatto delle azioni umane e il potenziale delle iniziative circolari presentate. Un corpus di opere di Locatelli è inoltre presentato fino al 5 novembre all’Oval del Lingotto, nello spazio espositivi di Intesa Sanpaolo ad Artissima.

Abbiamo incontrato il fotografo per parlare del suo lavoro, del suo interesse nelle soluzioni al cambiamento climatico e della produzione della mostra.

«The Circle» è la culminazione di anni di ricerche e progetti sulle soluzioni al cambiamento climatico. Cosa l’ha motivata a concentrarsi su questo tema?
Agli inizi del 2000 mi sono trovato in una situazione in cui non mi sentivo più felice e ho fatto un viaggio in Amazzonia, in un piccolo villaggio che voleva ripensare il metodo di preservare la foresta. Coincidenza del destino, avevo appena comprato una macchina fotografica e mi ero appassionato di fotografia, così sono partito carico di rullini. Ho trovato la natura più incredibile che abbia mai visto. L'importanza di preservare quella natura, e l’idea del modello di sviluppo sostenibile in questo piccolo villaggio, mi hanno appassionato alla materia in modo definitivo. Da quel momento, sono ritornato in Amazzonia più volte. A un certo punto ho capito che non bastava dire agli altri che cosa non dovevano fare, ovvero: «Non tagliate gli alberi, non fate questo, non fate l’altro…». È importante compiere azioni concrete in quello che si definisce Primo Mondo, e io volevo iniziare una ricerca dedicata proprio a questo genere di storie.

Perché ha scelto la fotografia come mezzo di comunicazione?
Sicuramente non è l’unica forma d’arte che ha un grande potere comunicativo e non è neanche detto che sia l’unica espressione che utilizzerò nella mia vita. Però ho sempre pensato che la forza iconografica della fotografia fosse uno strumento molto potente per generare alcuni processi e tentare di deviare il corso della storia. Inoltre in quegli anni stava nascendo il fenomeno dei social network. In questo momento, in cui scorrono centinaia e centinaia di immagini sotto i nostri occhi tutti i giorni, da un lato perdiamo profondità di analisi, ma dall’altro abbiamo anche la grande occasione di usare questo strumento per comunicare. Negli anni ho cercato di mettere a punto un metodo artistico e scientifico che creasse nelle persone il desiderio di soffermarsi davanti a un’immagine portandole a ragionare in profondità su ciò che stanno guardando.

Com’è nata l’idea per il progetto «The Circle»?
«The Circle» è l’evoluzione di un percorso che mi ha visto coinvolto per moltissimi anni nella fotografia editoriale d’autore. Con l’arrivo del  Covid, nel 2020, ho approfittato del tempo a disposizione per fare un editing profondo del mio lavoro. Nel frattempo, ho scoperto che sarebbe nato questo museo di fotografia a Torino, Le Gallerie d’Italia, e ho incontrato il direttore, Michele Coppola, che ha accettato la sfida immediatamente. Insieme alla Ellen MacArthur Foundation, le Gallerie d’Italia mi hanno dato la possibilità di creare «The Circle», che in realtà è un progetto non solo sulla circolarità economica, ma sulla simbologia del cerchio come forma più conveniente in natura, dove tutto è in equilibrio. Volevo creare una serie di immagini che parlassero di un equilibrio logico e naturale, come quello che noi dovremmo avere all'interno del mondo, per risolvere i nostri problemi.

Come ha selezionato le 18 storie del progetto?
Ho cercato di creare una narrativa legata a linee guida scientifiche su quelle che possono essere considerate soluzioni, per creare dei «sotto-cerchi» di tematiche. In seguito, ho cominciato ad abbinarci dei soggetti che pensavo potessero essere una rappresentazione di un concetto più alto. Ad esempio, nella mostra trattiamo le cosiddette «nature-based solutions», soluzioni a base naturale per creare un benessere a vari livelli, così sono andato a cercare delle storie che affrontassero questo tema. Una di quelle che ho fotografato, a cui sono particolarmente affezionato, è «l'industria delle cozze»: sono andato a fotografare il più grande allevamento di bivalvi che abbiamo in Europa, in Spagna, dove ci sono delle corde che vanno sotto più o meno trenta metri. In un’area della Galizia ce ne sono circa 2 milioni, quindi quando ti immergi sott’acqua sei dentro una foresta incredibile. E ogni corda filtra circa 100mila litri d'acqua al giorno, purificando il mare. Ho cercato di incrociare le storie con il loro potenziale narrativo e, conoscendo esattamente quando andavo a fotografare il valore specifico di ogni singola cosa che stavo guardando, la mia sfida è diventata quella di riuscire a tradurre quel singolo particolare in arte. Il mio lavoro è una bisettrice che deve incrociare questi due parametri importanti, arte e documentazione, per poter creare un gioco tra le immagini e le informazioni.

C’è un progetto che risalta, secondo lei, tra quelli presentati in mostra?
Sicuramente uno dei progetti che riassume tutto il concept è l’immagine dell'agricoltura subacquea in Italia, una biosfera con dentro una pianta di tabacco.
È una storia di pionierismo assoluto, che nasce dall'ingegno di un uomo che nella vita costruisce attrezzatura subacquea di altissimo livello, ma che è anche un agricoltore e un ambientalista di cuore,  che decide di fare un esperimento per costruire delle biosfere per l’agricoltura subacquea. Il suo lavoro, per me, rappresenta la creatività nell'utilizzo delle risorse che abbiamo a disposizione. Dal punto di vista dell’immagine, mi piace che non si capisca se è vera o falsa. È una pianta? È sott’acqua? Quando succede questo gioco nelle mie immagini, le persone  vanno a leggere la didascalia: sono riuscito a fermare la loro attenzione e, per un microsecondo, un secondo o 10 minuti, hanno osservato un'immagine che potrebbe cambiare la loro conoscenza delle cose.

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Un mondo dove l’uomo non depreda la natura è possibile
 

«Biosphere underwater farming #3», Italia, 2021 © Luca Locatelli

«Ferropolis, Germania» (2022) di Luca Locatelli © Luca Locatelli

Allestimento della mostra «The Circle.Soluzioni per un futuro possibile». © Cortesia di Gallerie d’Italia Torino. Immagine Andrea Cappello

Anna Aglietta, 25 ottobre 2023 | © Riproduzione riservata

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