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Matteo Mottin
Leggi i suoi articoliAl Castello di Rivoli il non finito della residenza sabauda alle porte di Torino non è un deficit, ma un metodo di indagine. E «Inserzioni» (dal 27 marzo al 23 agosto 2026), giunta alla sua seconda iterazione con la curatela del direttore Francesco Manacorda, assume questo metodo per mutare le sale dedicate alla collezione in un organismo che si rigenera periodicamente: ogni sei mesi nuove opere entrano in dialogo con gli spazi aulici a suo tempo restaurati dall’architetto Andrea Bruno, trasformandoli da dispositivo di conservazione a luogo dinamico di produzione. Ogni nuova commissione non è site specific in senso canonico, ma dialoga con il contesto per riscriverlo e aprirlo a nuovi significati.
Questo approccio è particolarmente evidente nell’intervento dell’artista Lonnie Holley (Birmingham, Alabama, Stati Uniti, 1950) nella Sala dei Continenti, al primo piano. Holley, che è anche musicista, nelle sue sculture realizza composizioni tridimensionali «improvvisate», nell’accezione jazzistica, assemblando oggetti trovati e materiali di scarto. Le sue opere non illustrano una storia, ma la fanno affiorare attraverso composizioni e accostamenti: ne emergono narrazioni autobiografiche di abusi, commenti sulla società americana e battaglie per i diritti civili, in un potente controcanto alle allegorie settecentesche che troviamo negli affreschi a soffitto. Il significato non viene illustrato, ma costruito per stratificazione e reso percepibile nella tensione dei fili di ferro, nei volti che emergono da superfici in disfacimento, nello sforzo compositivo di tenere insieme ciò che è stato messo da parte, sia questo un materiale o una narrazione dimenticata.
L’intervento di Gabriel Chaile (San Miguel de Tucumán, Argentina, 1985) entra in relazione con la Sala del pozzo medievale del Castello inscenando quella che pare una battaglia tra entità ancestrali e strane creature meccaniche: tra le fronde di una foresta accennata a carboncino sulle pareti della sala, su un pavimento di adobe due cactus antropomorfi affrontano esseri con lunghe zampe di metallo, dall’aspetto insettoide, per sottrarre loro risorse (uova e farina) tramite lunghe cannucce di ottone. Questo diorama fantascientifico, che rappresenta una lotta sia primordiale che postcatastrofica, invece di estraniare ci riporta alla vera identità del Castello, antico simbolo di potere, spostando la nostra attenzione dalle superfici decorate alla natura brutale dei conflitti che furono il vero «business» dei regnanti.
Al secondo piano, Huda Takriti (Damasco, Siria, 1990) presenta due video. L’intervento, a cura di Linda Fossati, verte sul ruolo delle immagini, del cinema, delle istituzioni e dell’industria nella costruzione delle narrazioni storiche del secondo dopoguerra, e parte da ricerche condotte in archivi italiani, tra cui quello dell’Eni, per esaminare le intersezioni tra sostegno politico, interessi economici e produzione cinematografica nel contesto dei processi di decolonizzazione.
Intorno a queste «Inserzioni» la Collezione è in continuo movimento: la temporanea assenza di «Novecento» (1997), il celebre cavallo di Maurizio Cattelan, recentemente restaurato, è compensata da una sala dedicata ai dipinti di Emilio Vedova. Durante l’anno verrà inoltre presentato un progressivo riallestimento delle sale dedicate ai pionieri dell’Arte Povera e ad artisti a loro affini e contemporanei. Tra questi, il Castello omaggia Giorgio Griffa (Torino, 1936) con una bella sala monografica, in occasione del 90esimo compleanno dell’artista. L’intervento, realizzato in collaborazione con la Fondazione Giorgio Griffa (che dal 9 aprile, nella sua sede, presenterà «Summer 69», dedicata agli esordi dell’artista torinese), vede inoltre una selezione di opere che spaziano dagli anni ’70 a oggi, insieme a una teca con strumenti di lavoro e materiali documentari provenienti dal Crri - Centro di Ricerca del Castello di Rivoli.
Non meno incisivo è il delicato intervento che il Crri dedica alla fotografa genovese Nanda Lanfranco (1935-2023), storica inviata del nostro giornale, che con le sue immagini ha ritratto artiste e artisti che negli anni hanno esposto nel Museo. Il suo sguardo è ravvicinato, partecipe ma mai invadente, e più che documentare sembra voler esprimere una sincera prossimità con i suoi soggetti, andando così a creare una costellazione di relazioni più che un archivio celebrativo. Le oltre trenta stampe originali, provenienti dal Fondo Nanda Lanfranco conservato al Crri, sono significativamente allestite nella sala con il grande specchio diviso di Pistoletto. Esposte oggi, queste immagini restituiscono una memoria affettiva fatta di presenze, gesti e tempi condivisi, e sono a loro volta «inserzioni» in una storia che continua.