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Libri

Visioni cristalline

Un volume dedicato ai cristalli di rocca e alla loro lunga storia in area mediterranea

Particolare della coppa di Cosroe I, età sasanide, VI secolo d.C. Parigi, Bibliothèque Nationale de France

Il volume presenta gli atti di un importante convegno con tema i cristalli di rocca, tenutosi a Firenze presso il Kunsthistorisches Institut in Florenz, Max-Planck-Institut. Dopo l’introduzione dei curatori, sono pubblicati una ventina di contributi di studiosi del settore. Raccogliere saggi su un materiale specifico espone al rischio di una serie di articoli di ineguale spessore. Anche in questo caso questo è il difetto di un volume altrimenti coraggioso, pregevole e importante. La scansione dei testi non è per aree o cronologica, bensì tematica, una scelta opinabile. Zainab Bahrani si occupa di Vicino Oriente antico con un’analisi di grande spessore sia testuale, sia artistica: un testo esemplare (peccato che la fig. 6 risulti rovesciata rispetto alla tav. 15).

Jens Kröger nel suo testo introduttivo relativo alle celebri brocchette islamiche non aggiunge molto alle nostre conoscenze e incorre in una svista (p. 28), allorché attribuisce al Grube la paternità scientifica della mostra veneziana del 1993; un vanto che lo scomparso studioso tedesco ha spesso millantato, non senza contraddizioni con sue malevoli recensioni dell’evento. Non gli appartenne alcuna responsabilità scientifica (se non quella dei suoi testi) essendo quella stata la prima importante curatela di chi scrive queste note. Molto convincenti le considerazioni di Stéphane Pradines relative al Madagascar quale fonte del materiale grezzo.

A Elise Morero, Jeremy Johns ed altri dobbiamo un intervento sulle tecniche di intaglio usate sui cristalli in comparazione con i vetri molati, evidenziando le affinità e le difformità. Sempre di ambito islamico sono i saggi del curatore, Avinoam Shalem, puntuale e preciso nel non disconoscere i limiti delle attuali conoscenze e in modo gentile puntualizzare come non tutte le opere ritenute Fatimidi siano tali, e quello di Marcus Pilz, piuttosto convincente, anche nelle conclusioni. Farid Benfeghoul centra il suo lavoro sulla problematica relativa a lenti, occhiali, ingranditori; cita correttamente il poeta Ibn Hamdis ed esamina la letteratura pertinente, soprattutto islamica. Gli interventi e saggi più strettamente medievistici nostrani ci sono parsi molto meno omogenei. Genevra Kornbluth ci dà una sorta di catalogo di opere Merovingie, mentre Marisa Galvez esamina testi medievali.

Stefania Gerevini interviene con due saggi; nel primo ci ragguaglia sul cristallo di rocca in Occidente (ben note le questioni veneziane) affrontando tecniche e botteghe. L’altro articolo, sul dittico di Berna è interessante e discretamente argomentato. Altri saggi sono precisi, come quello di Brigitte Buettner sulle fonti scritte sulla scienza lapidaria e, in taluni casi, (Isabelle Bardiès su teste di leone del Museo di Cluny a Parigi), fin troppo specifici. L’antica Roma (con molto Plinio) è presa in considerazione nel lavoro di Patrick R. Crowley, magari un po' troppo incline a considerazioni teoriche e filosofiche, quasi suggestioni. Così anche Beate Fricke e Bissera V. Pentcheva.

Il saggio di Gia Toussaint cataloga cristalli di rocca nei tesori medievali di alcune basiliche, anche in questo caso con ampi risvolti simbolici. Il breve saggio di Venetia Porter analizza alcuni sigilli e amuleti islamici in cristallo di rocca. Il volume è utilissimo per lo specialista ma non solo e tenta di dominare (non sempre con successo) un materiale affascinante e dalle sfaccettature molteplici. Fra la fine dell’ultimo saggio della Porter e le tavole a colori avremmo gradito uno stacco e la brocca islamica della Keir Collection, citata da più autori non è illustrata. La forma e la veste grafica sono in ogni caso accattivanti. Il volume merita successo.

Seeking Transparency. Rock Crystals across the Medieval Mediterranean, a cura di Cynthia Hahn e Avinoam Shalem, 344 pp., ill. b/n, 36 tavv. col., Gebr. Mann Verlag, Berlino 2020, € 49

Giovanni Curatola, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

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