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Il criptico d'arte

Spremere arte da ogni parte

Prendete posizione: sono due e di segno diverso le mostre di Giulio Romano a Mantova

«Due amanti» (particolare) di Giulio Romano, 1524 ca, San Pietroburgo, Ermitage

Non è, pensi, che la mostra proprio proprio riporti a Mantova Giulio Romano, come annunciano con enfasi, dal momento che lui è sempre stato lì: semmai porta al Palazzo Te e al Ducale un bel po’ di gente, che se non avesse la spinta promozionale di una mostrona a vederselo non andrebbe. In compenso ti devi beccare Mantova d’autunno, che dal punto di vista del clima e della luce non è proprio il massimo. Tant’è. Basta la botta degli «Amanti» dell’Ermitage, che vale da sola il viaggio e il prezzo del biglietto, e ti metti buono in treno. In realtà un po’ di bizzarria c’è, perché questa non è una mostra in due sedi, ma sono proprio due mostre diverse, con cataloghi e biglietti separati: immagino le burocrazie, le diplomazie, i casini, i dispetti.

Una è serissima, puntuta il giusto, sta a Palazzo Ducale ed è un ragionamento analitico sugli spazi stessi in cui la visiti: il che è un bel pensiero, come si dice, «site specific». L’altra già dal titolo, «Arte e desiderio», para da tutt’altra parte, e sembra un omaggio diretto alla leggendaria mostra celebrativa di Giulio Romano del 1989 diretta da Ernst Gombrich, quanto meno al capitolo esplorato da Bette Talvacchia, una il cui libro fondamentale sull’erotismo rinascimentale si chiama, per dire, Taking positions, che in quell’occasione titolava il suo saggio con le celebri parole di Pietro Aretino Figure lascive per trastullo de l’ingegno.

Ci sono gli «Amanti», la «Danae» di Correggio nata per Mantova, la vasta «Visione di Aglauro» della camera nuziale di Erse tessuta da Willem de Pannemaker, e sui muri «Amore e Psiche» e soprattutto «Giove e Olimpiade»: che è la versione appena velata di mito ma diretta nell’iconografia di cosa Federico II Gonzaga e la sua morosa Isabella Boschetti amavano fare davvero al Te, cioè nel «luogo da potervi andare e ridurvisi tal volta a desinare, o a cena per ispasso».

E ci sono i famosi «Modi» che Giulio affida a Marcantonio Raimondi e che vengono incisi ed editi con l’accompagnamento dei Sonetti lussuriosi composti all’uopo dall’Aretino, che non parlano di amori degli dèi ma di cortigiane. Qui siamo programmaticamente e senza infingimenti nella categoria «pornografia», tant’è che la storia ricorda che Marcantonio si inguaiò con papa Clemente VII e quell’intrigante dell’Aretino, se non racconta favole, si dovette fare in quattro per cavarlo di prigione. Questo capitolo è messo un po’ in sordina, anche perché non è che dei «Modi» ci sia giunto granché.

Più che altro, fa ridere pensare alle riunioni pensose in cui quelli della comunicazione della mostra pesavano con il bilancino le immagini che sarebbero sopravvissute agli algoritmi pirla dei social e quelle che sarebbero state condannate, grande artista o no, per decidere che cosa diffondere: per esempio, se si cerca nel web pare che in questa mostra la scena di Giove e Olimpiade, dove il divino pisello è ben in vista e pronto all’opra e c’è pure Filippo II di Macedonia in veste di «cuckold» (nel cui volto peraltro il pittore, con somma ironia, ritrae se stesso) neanche ci sia, per dire.

Eppure la chiave di lettura della mostra di Giulio Romano sarebbe questa. È l’allievo migliore di Raffaello, l’artista della misura, ma appena arriva a Mantova molla gli ormeggi dalle retoriche sofisticate delle Stufette e della Loggia di Psiche romane e deborda, enfatizza, si sbriglia senza freni, avviando una stagione tutta sopra le righe, architettura compresa: e questa «nuova e stravagante maniera» si legge fastosa anche nella grandeur dei fogli del Louvre in Palazzo Ducale. Del resto è in una corte di provincia, ricca e colta ma meno codina e ben disposta, anzi desiderosa di farsi épater dal suo genio.

E poi magari, a interrogarli, Federico II e Isabella avrebbero risposto convinti che le loro al Te alla fin fine erano solo cene eleganti. Nella curia papale, insomma, quelle cose le pensavano e le facevano ma non le dicevano: a Mantova le fanno e se ne vantano, con lo spirito sfrontato e il gusto sboccato e un po’ dialettale di un’epica oscena divertita, stravolta, paradossale, quella che d’altronde l’Aretino a Venezia incarna perfettamente e lucidamente.

In un’altra corte padana, a Ferrara, negli stessi anni l’Ariosto celebra l’antica Elefantide, l’autrice del primo manuale sulle posizioni del sesso: e il pubblico sicuramente si dà di gomito e fa i suoi commenti salaci, mica intavola dotte dissertazioni sull’antichità. Solo che Giulio Romano è un disegnatore formidabile e, rilassatissimo, spreme arte anche da queste cose.

Flaminio Gualdoni, da Il Giornale dell'Arte numero 403, dicembre 2019



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