Spinello Aretino cane di punta del Trecento toscano

Nuovi studi su uno dei principali pittori trecenteschi italiani

Le «Storie di san Benedetto» di Spinello Aretino in San Miniato al Monte a Firenze
Stefano Causa |

«Reculer pour mieux sauter»: raccomanda un proverbio francese. Arretrare per saltare meglio fu quanto tentò Spinello di Luca: se non il più bello, certo il più decisivo pittore fiorentino al calare del Trecento. In lui tornano ripotenziati stilemi e accenti di Giotto, dei Lorenzetti e di Andrea Pisano. Il ciclo a San Miniato al Monte (1388) segna uno degli snodi narrativi più convincenti della Firenze che si avvia ai miracoli di Ghiberti e compagnia di giro umanistico. Gli angeli in rosso e biondo ai lati dell’«Incoronazione della Vergine» del Museo di Pisa, tra gli apici della scena toscana di fine secolo, sono come un Maso o un Taddeo Gaddi al massimo volume.

Nel rintracciare il corpus di Spinello Aretino, tra Lucca, Pisa, Arezzo e Siena fino a tutto il primo decennio del Quattrocento, viene fuori una lectio magistralis sulla tradizione fiorentina. Longhi, che amava il secondo Trecento a patto di applicarvisi con le forbici crociane (o, per dirla a parole sue, distinguendo la qualità dall’industria), riconobbe in Spinello il primo sussulto neogotico della nostra storia.

Vissuto a cavallo tra due secoli, Spinello ritorna sul tavolo con questo libro di Aristide Bresciani, saturo di competenza e passione profuse in egual misura. Dice bene Angelo Tartuferi nella prefazione: giova che a occuparsi di Spinello sia un autodidatta di gran vaglia (a quando una storia dell’arte dalla parte di quelli che si son fatti da soli: dal Seicento napoletano di Giuseppe De Vito al secondo Trecento di Bresciani, appunto?).

Spinello, qualcuno lo ricorderà, è un tema caldo degli anni Sessanta del Novecento. Nella palestra di «Paragone», un banco di prova per giovani conoscitori. Luciano Bellosi, Alvar González-Palacios, Pier Paolo Donati o Walter Vitzthum sono partiti da qui. Per poi imboccare qualcuno di loro altre strade (Vitzthum avrebbe reinventato le regole della connoisseurship nel disegno; quanto ad Alvar, non faremo l’affronto di ricordare ai lettori di «Il Giornale dell’Arte» il raggio della sua strumentazione).

Ma vorrà pur dire qualcosa se il Trecento postgiottesco, da Antonio Veneziano al Puccinelli sino a Spinello stesso e a Lorenzo Monaco, sia stato per l’ultima nidiata longhiana un battesimo del sangue. A quanti propugnino uno specialismo senza ritorno sembrerà patetico ci si possa occupare di vari argomenti spinti da curiosità ondivaga. Incredibile a dirsi: la storia dell’arte era allora anche un fatto di passione.

Spinello è il cane di punta di quel secondo Trecento toscano che si è a lungo considerato terra di nessuno in attesa di eventi di pronta consegna manualistica: il concorso del 1401 per la porta Nord del Battistero di Firenze. Sia che vi si voglia celebrare una degna vigilia del Rinascimento (come recita il titolo di un libro cruciale di Boskovits), sia che lo si voglia considerare come una stagione di ripiego, parliamo di un periodo di sospettabile ricchezza.

Basterebbe il recupero della tradizione della prima metà del secolo a smentire l’adagio, affollato come tutti i luoghi comuni, che le seconde parti di un secolo siano meno interessanti delle prime; come una specie di lato B. A dire la verità queste laboriose inezie su Spinello fanno rinculare me per primo. Giovane di comprovata inesperienza ebbi da Luciano Berti l’incarico di scrivere un saggio sulla sagrestia di San Miniato.

Se Dio vuole poi mi sono applicato ad altro. Un giorno sulle scale della chiesa vidi una ragazza che assomigliava a Nefertiti. Era la cantante anglonigeriana che aveva inciso uno dei dischi che hanno ridisegnato lo Zeitgeist degli anni Ottanta. I benedettini di Spinello e Sade non sembrerebbero avere granché in comune. Ma sta a vedere che anche loro non agognassero di fare una «vita diamante».

Spinello di Luca detto Aretino
di Aristide Bresciani, 310 pp., ill., Polistampa, Firenze 2021, € 25

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