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Opinioni

Sono Raffaello, ma vorrei essere Rothko

Intervista ad Alessandro Preziosi, quando si preparava ad interpretare a teatro il genio urbinate

Alessandro Preziosi. Foto di Francesca Fago

«Somiglio un po' a Brunelleschi, permaloso e ironico. Mi considero un aspirante artista e su Instagram posto le didascalie personali che idealmente attribuisco ai quadri che vedo nei musei»

Era prevista ad aprile al Teatro Sanzio di Urbino la lettura scenica «Raffaello. Una vita felice», adattamento di Tommaso Mattei dell’omonimo libro di Antonio Forcellino, pubblicato nel 2006. Interprete sarebbe stato Alessandro Preziosi (Napoli, 1973), attore di cinema, teatro e tv. La lettura, già presentata alla Rocca di Gradara nel 2009, metteva in scena le ultime ore di vita di Raffaello, mentre per le vie di Roma fervevano i preparativi per il Venerdì santo del 6 aprile 1520. Il Giornale dell'Arte aveva intervistato Alessandro Preziosi alla vigilia della lettura.

Alessandro Preziosi, com’è nata l’idea di trasformare un saggio storico-artistico in una lettura scenica?
La trasposizione di un testo a volte travalica la stessa pagina scritta. Quello che un reading teatrale tenta di fare è riportare in vita l’emotività e la suggestione della personalità dell’artista. Raccontare Raffaello vuol dire cercare di ricostruire la sua ossessiva ricerca di una dimensione religiosa, spirituale, che si fa carne. Ho appena terminato la tournée dello spettacolo «Van Gogh. L’odore assordante del bianco», per la regia di Alessandro Maggi, e van Gogh diceva «Non vivo più per me stesso, ma per far vivere le cose». Ora, dopo essermi confrontato con Raffaello, capisco ancora meglio il senso di questa affermazione. Il libro di Forcellino diventa in questo modo un pretesto attraverso il quale far rivivere la grande forza e modernità della pittura di Raffaello. Altre letture che ho portato in scena, da sant’Agostino, da Pessoa, da Cesare Pavese, sempre su adattamento di Tommaso Mattei, sono nate con la medesima volontà: teatralizzare i personaggi, raccontarli, celebrarne la vita.

Che cos’è una «vita felice» per un artista, forse la possibilità di dedicarsi al proprio lavoro?

La felicità, concordo con Totò, è «fatta di attimi di dimenticanza», soprattutto per chi lavora nel mio mondo, fatto di grandi balzi e grandi maelström, vortici che scombinano tutto, in positivo e in negativo. Superata la fase del riuscire a fare, idealmente, ciò cui volevi dedicarti, da una parte sei felice della tua dedizione, dell’impegno che dai, dall’altra sei travolto da venti assolutamente contrari, ingestibili, che non dipendono da te. Onestamente, penso che la vita felice consista essenzialmente nell’essere libero, libero anche nel pensiero, nell’immaginazione, nel fantasticare, che non sempre coincide, in concreto, con l’effettiva realizzazione di quello che desideri fare.

Nello spettacolo su van Gogh, il pittore, internato nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy, dice: «Qui non c’è nessun cavalletto, nessuna tavolozza». Le è mai capitato di sentirsi così, privato della sua creatività?

Mi è capitato nei rapporti umani, molto spesso mi sono trovato a rendermi conto che non c’erano margini per relazionarsi. Io non sono una persona facile, sono decisamente trasparente, e per me la mancanza di cavalletto, che vedo come impossibilità di espressione, corrisponde ad una mancanza di trasparenza.

Lei quindi non è come Raffaello, descritto dai suoi contemporanei come uomo amabile, praticamente privo di difetti...

Dubito che i «miei contemporanei» mi considerino amabile (ride Ndr). Io di solito passo per essere una persona abbastanza scontrosa, perché ho un modo di giocare, da subito, con le persone, che a me onestamente diverte molto, ma che a volte rischia di bruciare le tappe. Non sono un diplomatico, diciamo che potrei essere un giusto incrocio tra Raffaello e Filippo Brunelleschi, che ho interpretato nella serie «I Medici. Masters of Florence», nel 2016. Ho il temperamento permaloso ma anche ironico di Brunelleschi, che era un grande istrione. Più che un artista Brunelleschi era un mago, aveva la capacità di valutare l’importanza di un’opera e proiettarla nel futuro. Possedeva la sicurezza dell’uomo che, nel momento in cui nessuno crede in quello che sta facendo, sa che il tempo gli darà ragione. E i detrattori diventeranno la sua grande forza. Questo vale, oltre che per Brunelleschi, anche per van Gogh. Non credo valga per Alessandro Preziosi, non ho al mio attivo tutta questa consapevolezza e profondità di pensiero. Sono un misurato, sono un napoletano borghese, rispetto a van Gogh io la fame non l’ho mai fatta...

Per Raffaello, e per gli artisti in generale, era cruciale il rapporto con i committenti. Chi rappresenta la committenza nel mondo del cinema e del teatro? Il pubblico, i produttori? A chi deve rendere conto l’artista?

A chi lo paga! Il problema nel mondo della recitazione è che l’arte si compra, e spesso è spropositato il valore che si attribuisce all’impiego di un attore. È successo anche a me, di essere pagato non tanto per la giornata lavorativa, ma per lo sfruttamento commerciale che il prodotto, con me dentro, possiede. Me ne accorsi facendo la soap opera «Vivere». All’epoca non avevo nessun agente, i contratti me li gestivo io, ero un avvocato fresco di laurea, e mi resi conto che la prestazione che fornivo era una prestazione industriale, che di artistico aveva ben poco. Lo sfruttamento dell’immagine dell’attore può facilmente diventare una questione aziendale, non artistica, quindi il committente, ossia il produttore, deve essere abile nel gestire il potenziale dell’attore. Io ho avuto la fortuna di lavorare con produttori eccezionali, come Nicola Giuliano, Domenico Procacci, e soprattutto con donne, come Grazia Volpi, che ora non c’è più, Elda Ferri, Tilde Corsi, dalla grande capacità artistica.

Vasari, il biografo del Rinascimento, scrive che il proprietario della Villa Farnesina, per ottenere che Raffaello terminasse rapidamente gli affreschi, gli concesse una stanza delle Villa per i suoi convegni con l’amante. Le sembra credibile quest’immagine di Raffaello amante appassionato?

Davvero? (ride Ndr) In questo storia divertente e curiosa, che sia vera o che sia «un pettegolezzo d’epoca», è racchiuso il valore che Raffaello occupava agli occhi dei suoi contemporanei. Noi dobbiamo considerare fondamentale per l’artista - e in questo mi ricollego a van Gogh, perché a lui riservo un posto speciale nel mio immaginario - la consapevolezza del proprio valore, quello che ti permette di vivere la tua vita in nome solo dell’arte. Questi appuntamenti amorosi consumati sottraendo tempo alla creazione dell’opera sono spassosi perché, e il committente lo sapeva, alla fine è il risultato quello che conta.

Raffaello ci ha lasciato autoritratti straordinari, come quello conservato degli Uffizi. Per un artista contemporaneo quale opera può essere considerato un autoritratto? E ancora, il selfie è il solo autoritratto a cui i social ci hanno condannati?

Mi pare che non esista più l’urgenza di autoritrarsi. Gli artisti contemporanei mi sembrano totalmente assorbiti da un mondo assolutamente rarefatto, in cui non c’è quasi più la volontà di rendere l’espressione di un volto o di raccontare una storia attraverso la figura umana. C’è più l’esigenza di rendere una temperatura, uno stato d’animo, che forse è molto più soggettivo di quanto non fosse un autoritratto. Io ho un grande amore per i musei, ci vado spesso, e con le opere mi confronto anche artisticamente. Non faccio il pittore ma mi considero un aspirante artista. Anziché avere un profilo Instagram sul quale pubblicare selfie o momenti di vita privata, preferisco, per quanto possa sembrare snob, usarlo come un menabò, come un quaderno di appunti. È un modo per educare le persone con le quali sono obbligato a confrontarmi (ride ancora Ndr). Non vi siete ancora stancati di me, volete sapere cosa faccio, qual è la mia vita? Io questo faccio, vado nei musei, mi fermo a guardare i quadri e aggiungo delle didascalie, citando poeti che amo o frasi scritte da me. Devo dire che la curiosità che avevo girando per musei, che sia il Lacma di Los Angeles o il Louvre di Abu Dhabi, si è in qualche modo infantilmente ingigantita, grazie alla prospettiva di poter poi condividere quello che ho visto. Preferisco questo aspetto quasi educativo, didattico, di un profilo Instagram. Trovo inquietante dare in pasto la tua vita privata a tutti, perché se lo fai, la vita non è più tua. A oggi almeno la penso così, poi magari cambierò idea...

A quale altro artista, dopo van Gogh, Brunelleschi e Raffaello, vorrebbe prestare volto e voce?

Per capirlo meglio, direi Mark Rothko, perché lo trovo assurdo, indecifrabile, e tutte le cose che trovo assurde mi stimolano alla ricerca della comprensione.

Arianna Antoniutti, edizione online, 26 febbraio 2020



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