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Eretici e profeti

Sono il parroco e colleziono angeli

Toni Faber, il sacerdote che presiede il Duomo di Santo Stefano a Vienna, ha commissionato a Erwin Wurm il velo quaresimale

Il velo quaresimale di quest’anno nel Duomo di Santo Stefano a Vienna è un'opera di Erwin Wurm: un maglione violetto di 80 metri quadrati

Controverso, dinamico, originale, sportivo e conviviale, frequentazioni di primo piano sia nell’arte sia nella politica e nell’imprenditoria, incline a essere molto presente sui media, pochi distinguo su chi benedire (fedeli e negozi, eventi e animali da compagnia) o chi commemorare con messe funebri (dal cantante Falco a Jörg Haider), il parroco che presiede il Duomo di Santo Stefano di Vienna ha un debole per l’arte. Colleziona angeli, siano essi di pietra o gesso, di legno o carta, ma soprattutto organizza mostre e affida incarichi per installazioni, non sempre ben digerite dall’establishment, dentro la più importante chiesa di Vienna. 58 anni, una carriera invidiabile nelle gerarchie cattoliche austriache, Toni Faber è il committente della nuova installazione di Erwin Wurm per il Duomo di Santo Stefano. L’abbiamo incontrato nel suo ufficio.

Lei ha commissionato il velo quaresimale di quest’anno nel Duomo di Santo Stefano a Erwin Wurm: un maglione violetto di 80 metri quadrati che, appeso davanti all’altare maggiore, lo copre completamente e che viene esposto dal mercoledì delle Ceneri all’11 aprile, la vigilia di Pasqua. Anche altre sue sculture sono disseminate nel Duomo e all’esterno, e rimarranno visibili fino al 6 giugno. Perché ha scelto Wurm?

Da 7 anni, dal mercoledì delle Ceneri alla Pentecoste organizziamo eventi artistici per offrire anche qualcosa di diverso alle oltre 30mila persone che ogni anno partecipano alla notte bianca dei musei nella tarda primavera. L’anno scorso, per esempio, abbiamo avuto 1.300 «pietre», ideate da Lisa Huber, appese sopra la navata centrale, creando una sorta di cielo di pietre fluttuanti. Nel 2016 Eva Petric aveva realizzato per la sua installazione un’enorme coperta fatta con materiali di recupero. Conosco e stimo Erwin Wurm da anni. Avevo visto un suo intervento al Monastero di Admont e ne ero rimasto colpito. Ho quindi pensato di chiedere a lui un’installazione e ho ottenuto le necessarie autorizzazioni: innanzitutto il permesso del cardinale e poi del Capitolo del Duomo, dove la votazione è stata positiva con 11 favorevoli su 12. Wurm sviluppa il tema del maglione dall’inizio degli anni Novanta. Lo stesso vale per la grande borsa dell’acqua calda, che abbiamo posto all’esterno, vicino alla Porta dei Cantori. Le altre opere all’interno del Duomo sono già state esposte in precedenza.

Wurm è un artista controverso. E anche lei ha spesso suscitato discussioni...

È vero. Qualche tempo fa volevo organizzare una mostra dal titolo «Eros nella Bibbia» con l’artista austriaca Dina Larot. Quando si seppe, vi furono reazioni accese. Il cardinale non mi diede il permesso e allora la allestii nella mia galleria. Quando poi il cardinale vide la mostra disse: «Se avessi saputo che era così, ti avrei dato il mio consenso». Anche ora, per l’installazione di Wurm, c’è gente che mi chiede: «Ma come? Un pullover?». Però quel pullover sta per il calore che può regalare l’amore per il prossimo. Come anche l’enorme borsa dell’acqua calda, sorretta da gambe e piedi con scarpe, dal titolo «Big Mutter». In realtà avrei voluto la versione esistente, rossa, ma Wurm l’aveva già data a un museo. La nostra è nera.

Le altre opere disseminate all’interno del Duomo non sembrano rimandare tuttavia al tema del calore umano.

È vero. C’è per esempio un uomo senza testa né mani o corpo, definito solo dalla sua valigetta 24 ore; ci sono edifici od oggetti di vita quotidiana deformati. Sono tutte opere che possono riferirsi alle storture e agli squilibri nelle nostre vite, sulle quali riflettere, cominciando proprio dal tempo di Quaresima. Queste opere sono poste in modo che quasi ci si inciampa e quindi ci chiedono di fermarci e pensare, e pregare: il periodo pasquale insomma, da utilizzare per cominciare a liberarci delle storture della nostra vita. In tutto ciò il ricorso all’amore per il prossimo, in una relazione che ci scalda e ci illumina, è prioritario.

Come ha collaborato con Wurm?

In generale mi interessava porre teologicamente in rapporto le varie cappelle del Duomo, a seconda della loro singola tematica, con le opere di Wurm che abbiamo posto nelle immediate vicinanze. Va anche detto che l’artista ha rinunciato a un compenso. Noi paghiamo solo il costo dei materiali e per questo abbiamo avuto donazioni per circa 25mila euro. Concretamente il maglione è di cotone, ed è stato realizzato in Thailandia, in un laboratorio che collabora con Wurm. A fine mostra le opere torneranno nel suo atelier.

Le sue iniziative per il Duomo di Santo Stefano creano un rapporto tra arte antica e contemporanea...

Non bisogna mai dimenticare che l’arte o la musica antica ai loro tempi erano contemporanee. Nel Duomo abbiamo tanta arte del passato, di molte epoche e stili, e inserire anche arte del nostro tempo significa promuovere lo sviluppo spirituale dei fedeli. Pochi di coloro che di solito vanno in chiesa frequentano i musei. Sono in amicizia con molti artisti, lo ero con Alfred Hrdlicka e con Markus Prachensky, lo sono con Christian Ludwig Attersee e mi piace promuovere giovani artisti. E dare anche incarichi per nuove composizioni musicali.

Com’è nata la sua galleria?

È una galleria di arte contemporanea che ho fondato 23 anni fa qui nella canonica. Avevo 100mila scellini sul mio libretto di risparmio (oggi circa 7.500 euro, Ndr) e li ho usati per sistemare l’impianto di illuminazione e le pareti della galleria. A 35 anni ho organizzato la mia prima mostra, con opere di Oswald Oberhuber. Mentre per gli interventi artistici in Duomo ho bisogno del permesso del cardinale, per la galleria posso fare quello che voglio. Organizzo da 2 a 5 mostre all’anno.

Ha avuto dei modelli nella scelta di promuovere l’arte anche con una galleria?

Vorrei seguire le orme di Otto Mauer, che promosse artisti quali Arnulf Rainer, Markus Prachensky, Hermann Nitsch e Maria Lassnig. Fu sacerdote qui a Santo Stefano e negli anni ’50 fondò la Galerie nächst St. Stephan, a pochi passi da qui, e fu collezionista. Le sue 3mila opere ora sono parte del Dommuseum Wien. Dal 1981 il premio intitolato a lui è dedicato a giovani artisti figurativi.

Perché è diventato sacerdote?

Quando avevo 18 anni ho avuto una grave patologia. Sembrava che non sarei vissuto a lungo. Di fronte alla prospettiva della morte, ho riflettuto sulla mia vita fino a quel momento e ho pensato che se Dio mi avesse lasciato vivere, avrei dedicato la mia vita a lui. Così è stato: ho frequentato il seminario e quindi la facoltà di teologia.

Nel 1997, a 35 anni, è diventato il parroco più giovane di Santo Stefano e nel 1999 parroco capo. Svolge ancora normali funzioni da sacerdote?

Certamente: celebro matrimoni, battesimi, funerali. E presiedo la gestione del Duomo. Parte della mia attività sacerdotale è anche per così dire di pubbliche relazioni. Le nostre messe vengono frequentate da una minima parte dei viennesi. Quindi bisogna anche uscire e andare a incontrare le persone là dove esse sono.

Il suo ufficio sulla piazza Santo Stefano è affollato di opere d’arte contemporanea, come del resto si dice anche della sua mansarda con vista sul Duomo e sulla «Haas Haus» di Hans Hollein: vedo fra l’altro un quadro astratto di Prachensky, un libro di Hannes Mlenek con chiodi conficcati nelle pagine, una marionetta con le sue sembianze, seduta sulla scrivania. Ha mai voluto essere artista?

No, ma ho avuto un eccellente professore di storia dell’arte al liceo. Ho cominciato presto a visitare mostre e a prendere in prestito opere dall’Artoteca di Vienna. L’opera di Mlenek si intitola «La parola cui viene fatta violenza». Per la mia casa l’artista ha anche firmato un quadro triangolare che mi piace molto. Quel dipinto dietro alla scrivania è di un’allieva di Hermann Nitsch.

Il suo prossimo progetto per il Duomo?

Probabilmente per il 2021 ci sarà di nuovo un’installazione dell’artista slovena Eva Petric. Il tema potrebbe essere: trasformazione come simbolo di resurrezione.

Flavia Foradini, da Il Giornale dell'Arte numero 407, aprile 2020



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