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Restauro

Raffaello torna alla Biblioteca Ambrosiana

Il disegno preparatorio per la «Scuola di Atene» verrà conservato in una nuova teca

Le operazioni di svolgimento del cartone della «Scuola di Atene» di Raffaello. © Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Mondadori Portfolio

Milano. Chi, il 27 ottobre scorso, si fosse trovato a passare accanto alla Biblioteca Ambrosiana, avrebbe assistito allo spettacolo singolare di una gru che issava a 20 metri d’altezza il vetro dell’enorme teca realizzata dalla ditta specializzata Goppion per il cartone restaurato della «Scuola d’Atene» di Raffaello.

Non passando da alcuna porta, era stata praticata a quell’altezza un’apertura nel muro perimetrale: unica via per portare nella Pinacoteca Ambrosiana quel cristallo di 24 metri quadrati. Dopo quattro anni di studi e di operazioni di restauro conservativo, interamente finanziati da RaMo spa per volere del fondatore, il collezionista da poco scomparso Giuseppe Rabolini, il cartone sta per essere inserito nella nuova, sofisticata teca, che va a sostituire quella progettata da Luigi Caccia Dominioni nel riallestimento del 1966, e dalla fine di gennaio sarà visibile, per la prima volta da vicino e in condizioni di luce ottimali, nella sala dedicata, riallestita da Stefano Boeri.

Tutto di mano di Raffaello, il cartone fu eseguito non per essere poggiato sull’intonaco fresco (in tal caso sarebbe andato perduto) ma per essere mostrato al committente, papa Giulio II della Rovere. Non si trattava, infatti, del tipico cartone «da spolvero», su cui si tracciavano i soli contorni delle figure e della composizione, poi fittamente forati per essere trasferiti sulla parete tamponandoli con polvere di carbone, bensì di un «ben finito cartone», in cui si leggevano le espressioni dei volti, i volumi, l’incidenza della luce: un vero disegno preparatorio di dimensioni al vero (quasi tre metri d’altezza per oltre 8 di larghezza: il più grande cartone rinascimentale giunto sino a noi), che avrebbe permesso agli aiuti di trasferire sulla parete l’invenzione del maestro.

Anche questo cartone, tuttavia, fu bucherellato, ma solo per realizzare il vero cartone da spolvero, quello sì, andato distrutto in cantiere. Il disegno raffigura la parte bassa di uno dei quattro affreschi voluti nel 1508 da Giulio II per la Stanza della Segnatura in Vaticano. Conosciuto come «Scuola d’Atene», s’intitola in realtà «La Filosofia» e mostra i filosofi antichi disposti intorno a Platone e Aristotele: tutti, fuorché Eraclito (che per tradizione si diceva fosse un ritratto di Michelangelo, mentre oggi si chiama «Il pensieroso») e l’autoritratto di Raffaello stesso, che entrarono solo nell’affresco.

Mancano anche le poderose architetture in cui la scena è ambientata, con le arcate ancora a cielo aperto della nuova basilica di San Pietro, progettata da Bramante, che si erigeva proprio allora. Diviso in due parti («duoi pezzi di disegno di Raphaele d’Urbino in cartone»), il cartone, disegnato a carboncino con lumeggiature a biacca, giunse nella collezione del cardinal Federico nel 1610, in prestito dal conte Fabio II Visconti di Brebbia, ma solo nel 1626 il Cardinale lo acquistò dalla sua vedova, per 600 lire imperiali: una vera fortuna.

Il restauro, avviato nel 2014 dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana con la Fondazione Cardinale Federico Borromeo, è stato diretto e coordinato da Maurizio Michelozzi con il supporto del comitato scientifico formato dai Dottori dell’Ambrosiana e dagli esperti dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro, dei Musei Vaticani, della Soprintendenza di Milano e del Centro Conservazione e Restauro «La Venaria Reale», con la consulenza tecnica di Pinin Brambilla Barcilon, affiancati da docenti di diverse Università italiane.

I problemi erano principalmente di tipo strutturale, poiché i due supporti di tela e di carta (questo, a contatto con l’originale) applicati nel 1797-98 quando il cartone, razziato da Napoleone, approdò al Louvre, erano decoesi in più punti dall’opera, anche per effetto di un successivo attacco fungino. Né il restauro degli anni ’60 del ’900 produsse effetti solo positivi, per via di una colla vinilica che causò deformazioni all’opera. C’erano poi lacune, macchie e gore, che hanno richiesto laboriose riflessioni per ricreare un (nuovo) equilibrio cromatico, il più fedele possibile all’originale.

Ora, pur rispettando, per ragioni conservative, la foderatura di carta dell’ultimo ’700, è stata raggiunta una maggiore stabilità strutturale grazie a un nuovo supporto di tre strati di carta giapponese e a uno di tela, che hanno restituito la planarità alla superficie. Ma fondamentale, per la conservazione futura, è la nuova teca, capace di mantenere i valori termoigrometrici ottimali e di monitorarli costantemente.

L’operazione è parte del rilancio, promosso dal presidente Lorenzo Ornaghi, della gloriosa istituzione (non conosciuta come meriterebbe, specie fra i milanesi) che fu aperta al pubblico dal cardinal Federico Borromeo nel 1609 ed è oggi diretta da monsignor Marco Ballarini, che dalla prossima primavera potrà contare su un altro tesoro: la cripta della chiesa di San Sepolcro (che di essa è parte, con le pitture ritrovate del ’300 e ’400. Al suo fianco, a supportare la comunicazione, sarà Fondazione Fiera Milano.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 392, dicembre 2018


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