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Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliAlla Galleria Poleschi è allestita fino al 30 luglio la personale di Giuseppe Uncini (1929-2008) intitolata «Le dimore»
La mostra, curata da Bruno Corà, si concentra, come evoca il titolo, sul ciclo dedicato alle sculture denominate progressivamente «Dimora delle cose» (1979-81), poi «Dimore» (1980-86) e infine «Muri d’ombra» (1986-87): un lavoro che impegna Uncini per anni e che prelude e prepara le opere della maturità, i «Muri di cemento» (2001-04) o le «Architetture» (2004-07). «Le “Dimore” traggono spunto, spiega Corà, da una serie di esperienze compiute da Uncini quali “La stanza”, 1967, “La finestra con ombra”, 1968, la “Porta con ombra”, 1968 fino alle “Ombre” (1972-77) dove corpi solidi rappresentano una dimensione impalpabile, l’ombra non è più solo metaforica, ma acquista fisicità, reale consistenza».
Le «Dimore» sono veri e propri complessi architettonico-rappresentativi, che suggeriscono la tridimensionalità o talvolta la realizzano: in alcune di esse si potrebbe accedere attraverso le soglie. Uncini riflette sulla geometria, declinando elementi quali l’arco diagonale, con notevole padronanza di linguaggio, e Corà evoca per questo il testo di Paul Valéry sull’architettura, Eupalinos. Notevole anche la ricerca compiuta intorno al colore ottenendo, pur col cemento, materiale impiegato da Uncini fin dall’inizio degli anni Sessanta, effetti di policromia, che testimoniano il rigore ma anche l’originalità del suo percorso creativo.
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