Pubblicate 349 lettere tra Longhi e Zeri

Il volume è frutto dell’accordo tra la Fondazione Longhi e la Fondazione Zeri

Roberto Longhi
Ada Masoero |

«Era grande scrittore da un lato, storico dell’arte dall’altro, straordinario per certi aspetti del suo carattere, di una meschinità ignobile per altri»: così, lapidariamente, scriveva Federico Zeri di Roberto Longhi nell’autobiografia Confesso che ho sbagliato, uscita nel 1995 da Longanesi.

Eppure il sodalizio tra i due studiosi, asimmetrico per età (Longhi era nato nel 1890, Zeri nel 1921) e, per lungo tempo, del tutto impari per fama e autorevolezza dei due attori, era durato per vent’anni, tra il 1946 e il 1965, ed era stato sorretto da ben 349 lettere, fittissime e perfino affettuose (nei limiti della riservatezza di entrambi) fino al 1955, finché Zeri fece parte della pubblica amministrazione, più intermittente e formale nei dieci anni successivi, quando lo studioso, poco più che trentenne, si dimise dalla direzione della Galleria Spada e reinventò la sua vita, iniziando una sfolgorante carriera di connoisseur e di consulente di grandi collezionisti, di qui e di là dell’Atlantico (ciò che a Longhi non riuscì di fare).

A smentire il sapore agro che scaturisce dalle parole citate di Zeri (perpetuato peraltro da entrambi dopo la frattura), giunge ora il volume in cui è pubblicata la corrispondenza inedita (e qui pubblicata senza omissis, anche nei passaggi più delicati) che in quel ventennio s’intrecciò tra questi due veri monumenti della storia dell’arte.

Il volume è frutto dell’accordo tra la Fondazione Longhi e la Fondazione Zeri, cui il nipote ed erede dello studioso, Eugenio Malgeri Zeri, ha conferito nello scorso settembre tutti i carteggi ricevuti in eredità, e con esso si apre il primo filone della nuova collana «zeriana» di Silvana Editoriale (quello delle lettere), mentre il secondo raccoglierà in una nuova edizione gli scritti più importanti.

Ne parliamo con Mauro Natale che è il curatore del primo volume della corrispondenza con Longhi, da lui illuminata nel saggio introduttivo, frutto anche della loro lunga frequentazione, e nel formidabile apparato di note, realizzato con la collaborazione di Elisabetta Silvello.


Professor Natale, come sarà strutturata la collana degli scritti e delle di lettere di Zeri?

La collana delle lettere è ancora parzialmente aperta, perché si basa sull’epistolario, ordinato dall’erede Eugenio Malgeri Zeri ma non ancora perlustrato in modo sistematico. L’unico rapporto epistolare ricostruito, al momento, è quello con Roberto Longhi che, grazie a uno scambio con la Fondazione Longhi, è stato interamente ricomposto. Anche il resto della corrispondenza è di un’importanza eccezionale: i suoi rapporti con le istituzioni museali e con gli storici dell’arte italiani (da Fernanda Wittgens a Franco Russoli, da Anna Maria Brizio ad Antonio Morassi e altri), con i collezionisti, i mercanti, i restauratori, o quello, toccante (curato da Anna Ottani Cavina) con Sandrino Contini Bonacossi, nipote del grande antiquario, che a New York lavorava per l’Archivio fotografico della Samuel H. Kress Foundation, ricostruiscono un ampio segmento della storia artistica e del costume del secolo passato.

Il filone degli scritti, non moltissimi (gli innumerevoli articoli sono stati pubblicati, lui vivente, nei cinque volumi di Allemandi «Giorno per giorno nella pittura»), esordirà con la nuova edizione del fondamentale saggio «Pittura e Controriforma. L’arte senza tempo di Scipione da Gaeta», pubblicato nel 1957 da Einaudi: un volume atipico nella letteratura artistica italiana, molto innovativo, poiché è anche un libro di storia sociale, seppure sempre fondata sull’esame delle opere, che fu bistrattato (anche da Longhi) quando uscì, e che va ripubblicato e attualizzato per rendere merito alla sua incredibile modernità
.


La corrispondenza tra Roberto Longhi e Federico Zeri rivela un rapporto sinora impensato tra i due studiosi. Ma che cosa colpì Longhi della personalità di Zeri?

La pubblicazione di questo carteggio in effetti rovescia la percezione dei rapporti veicolata da loro stessi dopo la separazione, perché rivela un rapporto di un’incredibile intimità, intellettuale (Zeri gli sottopone ogni sua scoperta) ma non solo: confida infatti a Longhi le proprie difficoltà professionali nell’Amministrazione pubblica, ma anche gli scacchi umani e gli parla persino di due affaire de cœur (in un caso si trattava di un’ereditiera inglese di cui non sappiamo nulla, nell’altro di una delle figlie del conte Cini, rapporto che naufragò per l’ostilità della madre della giovane, l’attrice Lyda Borelli, gettando Zeri nello sconforto). Che cosa, in Zeri, colpì Longhi? La sua voracità nell’acquisire le conoscenze, il suo interesse alle immagini, l’immensa cultura, sin da giovane, e la memoria fuori del comune.

E se all’inizio il più giovane appare come legato da un inevitabile imbarazzo, nel tempo il dialogo diventa quasi paritario. Vero è che c’è sempre una sorta di ritegno e di diffidenza fra i due, che non erano certamente dei personaggi naturalmente trasparenti. Entrambi erano, se mai, degli strateghi geniali (Longhi, per esempio, che era compromesso con il fascismo ed era stato per due anni il consigliere del ministro Giuseppe Bottai, stava cercando di ricostruirsi una nuova cerchia di allievi che lo sanasse dai suoi trascorsi), ma là dove l’autocontrollo si allenta, s’intravedono delle intimità toccanti
.


Quanto contò, per Zeri, il magistero di Longhi?

Longhi diventò subito un maestro per lui, sin da quando, nel luglio 1946, poco dopo averlo incontrato in casa Briganti, Zeri gli mandò un suo articolo su Ludovico Urbani da pubblicare sulla rivista «Proporzioni». Il saggetto, gli confidava l’autore tra mille dubbi e timori, «nonostante miei sforzi e con mio sommo dispiacere, è venuto fuori veramente orrendo».

E Longhi gli rispondeva in una lettera-capolavoro impartendogli un’affettuosa lezione di scrittura in un cui gli suggeriva di non voler dire troppe cose tutte insieme ma di approfondire solo certi punti. Ciò che è curioso, però, è che questi suggerimenti non corrispondono affatto alla scrittura, così ricercata, di Longhi bensì a quella, asciutta, che sarà la scrittura di Zeri più maturo
.


Zeri condivideva con Roberto Longhi anche le inimicizie professionali. Con qualche eccezione, però, perché frequentava Bernard Berenson, che Longhi detestava.

Questo è un tratto tipico del carattere segreto di Zeri, indipendentemente dalle ragioni di opportunità che la frequentazione di Berenson gli offriva. Alle celebrazioni che si tennero a Roma, al Ministero, dopo la sua morte, io, che pure l’avevo frequentato per anni (Zeri mi ha segnato profondamente: a lui devo moltissimo) vidi un gran numero di persone con cui aveva avuto, con evidenza, un rapporto confidenziale, che io non avevo mai sentito nominare.

Quanto a Longhi, era informato delle visite di Zeri a Berenson. In una lettera del gennaio 1953 in cui lo invita nel suo studio per una ristretta riunione di lavoro, gli scrive, con perfida soavità «Sarebbe gradita anche la tua presenza che potrebbe, fra l’altro, fornirci il valido apporto di una mattinata ai Tatti. Spero che non mancherai». Vorrei però aggiungere un’osservazione
.


Quale?

Il problema generale delle lettere è che, pur trattandosi di una fonte d’informazioni strepitosa, occorre sempre ricordare che si stanno maneggiando documenti delicati e a doppio taglio, perché destinati a un unico interlocutore. E, in questo caso specialmente, un solo epistolario non basta per mettere a fuoco due personalità così multiformi. Solo scavando in altre fonti e ricomponendo correttamente i tasselli, come in un puzzle, si potrà ricostruire a tutto tondo la vicenda di Federico Zeri.


Federico Zeri-Roberto Longhi. Lettere (1946-1965)
,
a cura di Mauro Natale, 560 pp., 170 ill. col b/n, Silvana Edit., Cinisello Balsamo 2021, € 26

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