Pontiggia a capo del Kuratorium della Fondazione VAF

La storica dell’arte italiana è la nuova presidente dell’organo dell’istituzione. Nella carica succede a Volker W. Feierabend. «Sono un’“insegnante”, mi piace lasciare un segno», dice

Elena Pontiggia
Ada Masoero |

Dal primo gennaio scorso Elena Pontiggia è la presidente del Kuratorium della Fondazione VAF (Volker e Aurora Feierabend), istituzione tedesca, basata a Francoforte, ma dal «cuore» italiano, non solo perché il suo fondatore, Volker W. Feierabend, che è sposato con Aurora, italiana, in Italia è attivo da decenni con una florida attività imprenditoriale, ma perché la sua missione consiste nel «collezionare, valorizzare, rendere accessibile, diffondere e far conoscere l’arte italiana moderna e contemporanea, dai capolavori del Novecento fino ai più recenti contributi creativi».

Uomo riservatissimo, collezionista dall’occhio e dalla preparazione infallibili, che ha saputo formare una raccolta vasta e sceltissima di arte italiana, Volker W. Feierabend ha rivestito sino a dicembre la carica di cui oggi, per sua volontà, è investita Elena Pontiggia, storica dell’arte e docente dell’Accademia di Brera, fra le massime studiose dell’arte italiana del ’900.

Professoressa Pontiggia, partiamo da lei e dalla sua formazione.

Ho studiato filosofia, mi sono laureata con Carlo Sini con una tesi sull’estetica di Nietzsche. Una tesi mediocre. Avevo visto a Berlino, nel 1977, una mostra memorabile sulle tendenze artistiche del Novecento e avevo cominciato a cercare la filosofia nell’arte, non sui libri di filosofia. Credo però che quegli studi mi abbiano influenzato molto. Di un’opera m’interessano i significati ed è vero quello che diceva Eduardo: «Chi cerca la vita trova la forma, chi cerca la forma trova la morte». Dal 1984 ho lavorato per una dozzina d’anni con Mercedes Garberi nel comitato scientifico del Pac di Milano, per un’altra decina al Centro Licini nelle Marche. Ho anche fatto parte del consiglio di amministrazione della Quadriennale di Roma, presieduta da Gino Agnese. Ho curato molte mostre, alcune grandi, ma preferisco quelle piccole, di approfondimento. E tra i giovani seguo il gruppo «Portofranco», nato intorno alla Galleria Toselli.

Quale significato ha avuto nel suo percorso l’insegnamento all’Accademia di Brera?

Quest’anno compio i canonici 67 anni e devo andare in pensione. Mi dispiace, perché l’insegnamento per me è una vera passione. Ho sempre cercato di essere un’«insegnante»: cioè, come dice l’etimologia, qualcuno che lascia il segno.

Qual è il momento, la mostra o lo studio che considera cruciale nel suo percorso professionale?

Direi «L’idea del classico» del 1992, con cui passavo dallo studio delle avanguardie, che mi aveva occupato fino a quel momento, allo studio del cosiddetto «Ritorno all’ordine»: sempre un’avanguardia, che non dimentica però la grandezza del passato. Da allora ho approfondito l’arte fra le due guerre, soprattutto italiana, che era allora ancora in parte inesplorata. In questo ambito vorrei ricordare un altro lavoro: la mostra su Margherita Sarfatti, a Brescia nel 1997. E il saggio sul Ritorno all’ordine «Modernità e classicità», che ha vinto il Premio Carducci nel 2008.

Il primo gennaio è stata nominata presidente del Kuratorium della Fondazione VAF, di cui faceva parte da tempo. Quando ha conosciuto Volker Feierabend? E com’è nata la vostra collaborazione?

Ho conosciuto Feierabend alla fine del secolo scorso... Dire che è una persona straordinaria è banale, ma è proprio così. Nel 2000 ha fondato la VAF Stiftung e fino al 2021 è stato il presidente del Kuratorium, cioè del comitato scientifico che è l’anima della VAF e decide il programma delle pubblicazioni e delle mostre, le acquisizioni di nuove opere, il prestito di opere della collezione, oltre a organizzare il Premio VAF. Con l’età, Feierabend ha preferito non assumersi più la responsabilità della guida del Kuratorium ma continua ovviamente a farne parte.

Qual è il ruolo di Thorsten Feierabend, figlio dei fondatori?

Thorsten Feierabend è il presidente generale della Fondazione. Vive a Francoforte, dove lavora con successo nel settore delle assicurazioni. Non è un critico d’arte, ma segue con passione il lavoro del Kuratorium, oltre a occuparsi degli aspetti legali ed economici della VAF. La fiducia che ripone nel Kuratorium è per noi di grande stimolo. Lui stesso ama dire che si sente come un capitano che guida la «nave VAF», sapendo però che può affidarsi a una squadra responsabile delle scelte artistiche. Insomma, come dice lui con molto spirito, si sente un po’ come «il capitano Kirk sull’Enterprise, con i suoi bravissimi ufficiali, Spock e gli altri».

Lei era già una «suggeritrice» per le acquisizioni di Volker Feierabend?

Volker Feierabend ama sentire le opinioni degli altri e mi è capitato spesso di dargli consigli per la sua collezione personale. Per le opere che confluiscono nella VAF Stiftung, tutto il Kuratorium che presiedo decide a votazione.

Da chi è composto il Kuratorium?

Oltre a me e a Feierabend, tre studiosi di valore: Nicoletta Colombo, con cui ho lavorato a lungo, Serena Redaelli e Denis Viva, più giovani ma di vasta competenza.

Quante opere possiede la Fondazione?

Oltre 2mila. È una delle più grandi raccolte di arte italiana moderna al mondo. Comprende opere fondamentali, da Carrà a de Chirico, da Balla a Severini, da Manzoni a Ontani, ma anche di ottimi artisti meno noti. È appena uscito il nuovo catalogo della collezione con le opere del 1900-50, curato da Daniela Ferrari, e presto uscirà quello sui decenni successivi. La VAF promuove pubblicazioni su artisti giovani (l’ultima su Susanna Pozzoli, cfr. lo scorso numero, p. 56, Ndr) e meno giovani, cataloghi generali (a primavera esce quello di Gianfilippo Usellini) e il Premio VAF, dedicato agli artisti under 40, che quest’anno si terrà in marzo a Kiel.

Conosciamo Feierabend soprattutto come collezionista di arte del ’900, ma non capiamo se e quanto sia attivo anche sul fronte del contemporaneo. Qual è la sua opinione sull’attualità dell’arte?

Siamo in un momento di transizione. Penso che le cose migliori debbano ancora avvenire. Di solito i tempi drammatici aiutano, e il nostro, in parte, lo è.

Quanto incide il mercato sulla storicizzazione di un artista?

Molto, ma lo dico in senso positivo. Certo, può esserci qualche bluff alimentato dal mercato, ma di solito ha vita breve. I grandi galleristi che puntano su un artista svolgono un ruolo fondamentale. Il problema è che non ce ne sono abbastanza. Non mi riferisco ai giovani, su cui l’attenzione nel nostro sistema
dell’arte è intensa, ma agli artisti che hanno più di quarant’anni. In un mondo dove il concetto di longevità si è allungato, paradossalmente la «longevità» in campo artistico si è ridotta. Sono pochi i galleristi che decidono di dedicarsi ad artisti, se così si può dire, di mezza età.


Ci sono autori di oggi, non sempre di prim’ordine, che spuntano sul mercato cifre superiori a quelle dei maestri del ’900 storico. Come spiega questa discrasia?

Non si può amare quello che non si conosce e il neocollezionismo si rivolge a quanto è maggiormente sotto i riflettori. Il problema non è che alcuni artisti costino troppo, se mai che alcuni costino troppo poco. Oggi gli artisti italiani, tranne i pochi nomi che tutti conosciamo, sono fortemente sottovalutati. Parlo di artisti attivi in Italia fra le due guerre (un nome per tutti: Arturo Tosi), ma anche negli anni Settanta-Ottanta e oltre. A loro non si riservano adeguati spazi, anche perché l’attuale politica delle grandi mostre, del nome di richiamo, li elimina totalmente e impedisce loro di essere ricordati, o addirittura conosciuti.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Ada Masoero