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Franco Fanelli
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Tra la Galleria Ceribelli e Londra c’è un tramite prezioso, ed è Lino Mannocci (Viareggio, 1945, vive tra la Gran Bretagna e l’Italia), singolare e raffinata personalità che spazia dalla pratica della pittura e dell’incisione alla storia dell’arte (è autore, tra l’altro, del Catalogo ragionato dell’opera incisa di Claude Lorrain).
A Mannocci piace l’arte antica, ma, come a Ceribelli, anche ciò che dell’antico ha mantenuto, rinnovandosi, una sua attualità, ad esempio la pittura. Che siano le deformazioni imposte al corpo umano da Tony Bevan, le nature morte di Charlotte Verity, gli interni e gli scorci urbani di Arturo Di Stefano, i paesaggi soffusi e sospesi di Luke Elwes, i segni radicati nell’immaginario infantile di Andrzej Jackowski, le visionarie figure di Ken Kiff o i volti di Sandra Fisher, eredi della grande tradizione della London School, il comun denominatore della mostra in cui Mannocci è curatore e artista, aperta dal 20 maggio all’8 luglio da Ceribelli, è, oltre alla pittura, la figurazione in tutte le sue sfaccettature.
Tornano infatti in scena, a dieci anni dalla prima uscita in questa stessa galleria, gli «Amici pittori di Londra». «Indigeni» o emigrati in una città che resta una piazzaforte non solo del mercato dell’arte ma anche della pittura tradizionalmente intesa, nel 2010 si sono presentati con successo anche alla Estorick Collection di Londra (che, oltre a promuovere l’arte del nostro Paese, conserva un’eccellente collezione d’arte italiana) in una mostra significativamente intitolata «Another Country: London painters in Dialogue with Italian Art».
In questa nuova puntata bergamasca gli artisti sono 13 ed espongono una cinquantina di opere. Nati prevalentemente tra gli anni Quaranta e Cinquanta, mostrano una sostanziale indifferenza alle mode e, in compenso, una tenace difesa delle rispettive individualità espressive. Timothy Hyman, classe 1946, dipinge con la frenesia e l’agilità di un giovane street artist di oggi. Le sue narrazioni appaiono in forma di story board, appunti pittorici in cui un ruolo determinante è giocato dal non finito.
Glenys Johnson, 1952, ha una predilezione per vedute urbane dall’alto, in cui gli elementi architettonici traspaiono, spettrali e improvvisi, da nubi e fumi. I paesaggi balneari di Alex Lowery, 1957, rimandano ad atmosfere metafisiche tra Hopper e Hockney, mentre magmatici sono i volti e i paesaggi di Thomas Newbolt, classe 1951. Nume tutelare, ma anche simbolo di questo multiculturale gruppo-non-gruppo che non è neppure una scuola ma una piccola «famiglia» di liberi pensatori di pittura, è R.B. Kitaj, scomparso proprio 10 anni fa e omaggiato nell’attuale rassegna, che si avvale di un catalogo (Lubrina Editore) con un testo di Catherine Lampert.
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