Pippo Rizzo ambasciatore irrequieto

La Gnam, che ne custodisce l’archivio, ricostruisce il proteiforme destino culturale del primo e più importante dei futuristi siciliani

«Treno notturno in corsa» (1926), di Pippo Rizzo (particolare)
Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Fu a Roma che il palermitano Pippo Rizzo (1897-1964) scoprì nel 1920 il Futurismo, e a Roma tornò numerose volte, anche per incontrare Marinetti: «Pippo Rizzo. Palermo/Roma andata e ritorno» è la mostra che, dal 30 novembre al 4 febbraio 2024, celebra, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, il primo e più importante dei futuristi siciliani. Curata da Nicoletta Boschiero e Giulia Ceci, la mostra, nata dalla donazione dell’archivio dell’artista al museo, ricostruisce per intero il proteiforme destino culturale di questo ambasciatore in terra siciliana del verbo avanguardistico, in qualità di pittore ma anche promotore culturale di mostre ed eventi, oltre che di rappresentante, a partire dal 1930, del ritorno all’ordine in senso novecentista.

Rizzo fu tuttavia anche designer per la Casa d’arte da lui stesso fondata a Palermo, e, dal dopoguerra alla morte, fautore di una figurazione intestata a una rispettosa ironia, dispiegata nei tanti «Omaggi» ai grandi dell’arte del secolo, da Picasso a Mondrian e Matisse. Tutto questo racconta la mostra, che si avvale anche di una ricca documentazione a base di fotografie, articoli di critica d’arte, bozzetti e manifesti. Il più prezioso è quello realizzato per la «Mostra d’arte futurista» del 1927 a Palermo, che riuniva opere, oltre che dei compagni di strada siciliani, Corona e Varvaro, anche di quelli peninsulari, tra cui Balla (un faro per Rizzo), Prampolini, Fillia, Tato ecc.

Alcuni di questi autori sono anche nella presente mostra, con opere in cui risuona l’atmosfera febbrile di quegli anni. Rizzo fu anche direttore di Accademie di Belle Arti: quella di Palermo, nel 1936-39, e quella di Roma, nel 1960-62. Fu quindi molte cose Rizzo, che amava definirsi «irrequieto», e che visse come il suo celebre «Treno notturno in corsa» del 1926, attraversando intere stagioni dell’arte.

Attraverso il materiale d’archivio, e grazie al dialogo con le opere di altri artisti del Novecento a lui affini, l’iter espositivo intende quindi far emergere la centralità dell’asse Palermo/Roma nella definizione del linguaggio di Rizzo e non solo. La mostra mette infatti in evidenza come i costanti spostamenti da una città all’altra abbiano determinato non soltanto ispirazioni e sollecitazioni creative nell’artista, ma anche un vero e proprio network relazionale, che risulterà cruciale per l’atmosfera culturale del tempo, permettendo la diffusione in Sicilia dei linguaggi più importanti della prima metà del secolo.

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