Paesaggio prima della catastrofe

Il nuovo romanzo di Andrea Inglese ambientato negli anni in cui l’arte contemporanea si avviava a far parte di uno star system spietato, dominato dalla finanza e dalle leggi dell’intrattenimento

Andrea Inglese. Foto di Mylène Sarant
Franco Fanelli |

Com’è che l’arte contemporanea è caduta così in basso, diventando preda spesso complice di speculatori, tramite di movimenti finanziari non sempre puliti, incarnandosi essa stessa (vedi i recentissimi fasti della criptoarte) in valuta monetaria di un mondo parallelo a quello reale? Da quando il mondo dell’arte ha cominciato a cannibalizzare i suoi figli più giovani, consumandone famelicamente il talento in pochi anni per poterli velocemente sostituire con altri candidati al tritacarne? Quand’è che i galleristi sono diventati «fieredipendenti», rinunciando a buona parte della loro identità storica?

Le vicende dei due protagonisti di La vita adulta, il romanzo di Andrea Inglese da poco in libreria, si svolgono all’epoca in cui lo tsunami che avrebbe radicalmente tramutato non solo i meccanismi economici dell’arte, ma anche il modo stesso di produrla ed esporla, cominciava a rivelare le sue conseguenze. Il 2013 è l’anno d’inizio della narrazione delle vite di Nina Dumo, performer che ha passato la trentina ma che ha raggiunto il successo immediatamente all’inizio della sua carriera, e di Tommaso Zappa, un quasi cinquantenne critico che ha da anni nel cassetto il suo saggio fondamentale e le cui giornate trascorrono tra il lavoro per la rivista (cartacea) presso cui lavora e un po’ di precariato accademico.

Un critico che non conta nulla perché non è in grado di muovere il denaro dei collezionisti; e un’artista che pratica una disciplina per definizione poco commerciabile: intorno a loro si muove quel mondo di galleristi, artisti ex giovani, pubblicitari, professori d’accademia, collezionisti, stilisti ed «eventi» della cui fisionomia oggi resta poco: il Covid-19, in fondo, ha soltanto accelerato un processo già in atto, al termine del quale nel mare dell’arte contemporanea spadroneggeranno i pochi squali pigliatutto.

L’autore del romanzo vive in Francia. Viene dalla poesia ma evidentemente pratica con successo anche la narrativa (del 2016 è l’autobiografico Parigi è un desiderio edito sempre da Ponte alle Grazie) e la saggistica: la raccolta La civiltà idiota è del 2018, pubblicata da Prufrock spa.

Andrea Inglese, perché ha ambientato le vicende di Nina e Tommaso nel mondo dell’arte contemporanea?

Quello che mi interessa è un’esplorazione critica di quello che chiamo «ceto medio culturale». Perché mi interessa? Per due ragioni, uno perché a livello mondiale è costituito da persone che sono particolarmente dinamiche e attive nello spazio pubblico e che hanno tutta una serie di strumenti anche per criticare il mondo ed elaborare un discorso consapevole sulla realtà. Eppure c’è una sorta di strana proporzione inversa tra questa consapevolezza culturale e la capacità di intervenire sul mondo per modificare le cose. All’interno del ceto medio culturale vi è la questione dell’universo più ristretto dell’arte contemporanea. Questo universo tiene insieme due opposti, e in tal senso rappresenta in maniera piuttosto esemplare un paradosso. Da una parte il mito dell’artista come esempio della massima autonomia dell’individuo, dall’altra un mercato sempre più inserito in logiche finanziarie di scala mondiale. Mi interessa come le rigidissime strutture dell’economia, anonime e in qualche modo incontrollate e a cui anche le politiche degli stati devono piegarsi, si associno con la massima autonomia e libertà che noi proiettiamo sull’individuo artista.

E che ne dice di un altro paradosso, quello per cui un prodotto come l’arte contemporanea, che mantiene una sua radicale cripticità, sia diventato così popolare da poterci ambientare
un romanzo come il suo o un film come «The Square» di Ruben Östlund?
Nel mio romanzo ci sono alcune parti che riguardano un sistema integrato attraverso il quale pubblicità, istituzioni, galleristi e giornalisti di settore trovano il modo ogni volta di rendere più popolari e quindi accessibili delle attività che anche nell'arte contemporanea, fino a poco tempo fa, erano di nicchia, come la performance. Lei mi pone una domanda per la quale non ho una risposta precisa. Posso dirle però che soprattutto in Francia mi sembra si stiano producendo particolamente due tipi di testi. Uno è di tipo accademico e più interessante, di ambito sociologico. Ne è un esempio il libro di Nathalie Heinich, L’élite artiste. Excellence et singularité en régime démocratique, edito nel 2005 da Gallimard. È uno studio che parte dall’emergenza della bohème e dell’avanguardia e arriva fino ai giorni nostri, caratterizzati dal paradosso di una classe di artisti come categoria professionale che a partire dagli anni Duemila sta crescendo in modo esponenziale. Poi ci sono testi di taglio più giornalistico e anche un po’ scandalistico, come quelli che l’economista Donald Thompson, tradotto anche in Italia, dedica al mercato dell’arte contemporanea. Si tratta di arringhe molto violente e critiche sull’invasività dell’economia nel mondo dell’arte.

E il suo romanzo come si colloca?

Penso che il romanzo da questo punto di vista possa fare un lavoro diverso, non legato semplicemente allo sguardo dall’alto di un Thompson, o a quello estremamente distanziato e freddo di uno studio sociologico. Quello che il romanzo può fare è porre alcune dinamiche dentro la storia delle nostre vite.

Ma lei che rapporto ha con l’arte contemporanea?

Non sono per nulla uno specialista di arte contemporanea ma ne sono estremamente goloso. Pur non in maniera indiscriminata, è qualcosa di cui mi nutro. L’arte contemporanea da un certo punto in poi è entrata nelle nostre vite. Secondo me è molto interessante il caso di Marina Abramovic al MoMA nel 2010, che io cito nel libro anche perché riguarda questioni comuni al mio personaggio principale, Nina, anche lei una performer. Ricorda di che cosa si trattava, immagino: Marina Abramovic stava immobile su una sedia e a turno di fronte a lei si sedevano degli spettatori (1.400 persone in 700 ore di performance, Ndr). È interessante vedere come attraverso una cosa in fondo lontana dalla logica di una città come New York, iperdinamica, iperproduttiva, ecc, si sia riusciti a creare uno straordinario interesse per un personaggio che ha sì un grosso spessore in ambito artistico, ma non sufficiente a spiegare l’enorme interesse che quella performance ha generato, creando un meccanismo di emulazione da parte degli spettatori. Questo forse è uno degli aspetti più generali di una spettacolarizzazione di tutti gli ambiti culturali forse già in atto da tanto tempo.

Uno dei personaggi più antipatici del libro è Alessia Morace, la ragazza figlia di diplomatici, ricca, poliglotta, ottimi studi, «giornalista culturale quasi sempre pagata», che decide di fare anche l’artista. In effetti, non pensa che la pratica dell’arte come fase giovanile formativa di individui economicamente protetti somigli un po’ a ciò che era il Grand Tour per i nobili del Sette e Ottocento?

Utilizzare l’ambito artistico e la pratica dell’arte come una sorta di prolungamento dell’adolescenza è un privilegio che per ragioni di classe alcuni si possono permettere. Alessia Morace mi fa pensare a un personaggio chiave di L'uomo senza qualità di Musil, Paul Arnheim, una sorta di doppio rovesciato di Ulrich, il protagonista. Arnheim viene presentato in un capitolo intitolato «Il connubio dell’anima con l’economia». Che cosa affascinava Musil? Quel personaggio era anche uno scrittore, però perfettamente in fase anche con le istituzioni e il mondo dell’economia e dell’industria. Con tutte le differenze del caso mi sembra che Alessia Morace faccia parte di quella categoria di persone che, in virtù di alcuni privilegi sociali (che esistono e di per sé non sono una colpa individuale), hanno la possibilità di realizzare tutto, quindi di poter essere e di avere tutto, mettendo insieme cose che per lungo tempo nella nostra cultura sono state considerate antitetiche. Accademia e avanguardia per decenni hanno strutturato un’antitesi che nel campo dell’arte è fondamentale. È interessante vedere come adesso queste antitesi vengano magicamente sciolte da personaggi che hanno fatto due dottorati, insegnano in qualche università magari con contratti a tempo, e nello stesso tempo sono degli artisti d’avanguardia. Le due facce ancora una volta si sposano magnificamente. Quando avviene questo, qualche cosa non va, c’è sotto un trucco, qualche cosa che non funziona, non è possibile questo annullamento di tutte le antinomie, questa specie di pacificazione generale.

Perché ha scelto proprio una performer per dare un volto e un ruolo al suo personaggio femminile?

Il mio è un romanzo strutturato in due «canti». Due voci che esprimono in modo estremamente focalizzato uno stato d’animo profondo. Il canto di Tommaso è quello di un tentativo di radicamento. È il critico d’arte cinquantenne arrivato a una stabilità e vorrebbe viverla in modo positivo ma in realtà fa una fatica enorme a radicarsi. La vorrebbe, ma la vive solo come una sorta di costrizione, non si è mai liberato da fantasmi che lo portano di nuovo altrove. Quello di Nina è soprattutto il canto della rottura. È un personaggio che cresce per strappi successivi. Quindi ha il problema di costituire una figura unitaria della propria vita. Ora, inventare un personaggio capace di creare questi strappi per me voleva dire immaginarlo legato a una serie di esperienze novecentesche, anche tardo novecentesche. E io penso che uno degli angoli più «selvaggi» dell'arte, a più bassa istituzionalizzazione, sia rimasta la performance, per la sua pretesa di passare oltre il confine istituzionale e quindi di fare quel famoso salto mortale dall’arte alla vita. E poi performance vuol dire in gran parte «corpo», qualcosa di difficilmente commercializzabile. Però vorrei fosse chiaro che la freccia puntata sul mondo dell'arte può immediatamente essere rovesciata sulle nostre vite ordinarie.

In che modo?

Tanto è forte nel mondo dell'arte la capacità di trasformare in merce anche qualcosa di immateriale e difficilmente riproducibile, qualcosa di effimero come il gesto performativo, tanto noi viviamo allacciati ai nostri social network dove giornalmente mettiamo in mostra i nostri stati d'animo più effimeri. E questi stati d’animo su Facebook in realtà sono funzionali alla produzione di valori. Quindi in qualche modo non è che noi spettatori delle turpitudini del mondo dell’arte siamo fuori da questo universo.

Nel suo libro non è che i galleristi ci facciano un figurone. Però rispetto a quelli attivi oggi il suo Danova e il suo Mancini, detto «il coca», sono poco più che squaletti d’acqua dolce…

I due galleristi presenti nel romanzo in effetti non fanno parte della generazione attuale. E quindi entrambi hanno comunque un rapporto forte con l’opera d’arte, con il mercato (è il loro mestiere) e con i collezionisti. E vedono arrivare questo nuovo fenomeno, questo nuovo sistema dell’arte. Ho voluto scrivere un romanzo estremamente radicato nella realtà ma non ambientato nella mia contemporaneità, perché m’interessava vedere il fenomeno cui stiamo assistendo nel momento della sua prima emersione.

Si direbbe che tra lei e gli artisti ci sia un rapporto che va ben oltre le pagine di un romanzo. Però di quelli come Nina Duno sembra ne siano rimasti pochi…

Un filosofo francese, Marcel Gauchet, sostiene che se è vero che il tempo della religione è finito, non vuol dire che non esistano più i santi. Rispetto a quello che abbiamo detto in questa intervista, ne sono sicuro. Tengo a dirlo perché anche un personaggio intelligente come Giorgio Agamben, in un libro recente come Creazione e anarchia, scrive frasi molto liquidatorie. Ad esempio: «È avvenuto che una congrega purtroppo tuttora attiva di abili speculatori e gonzi abbia trasformato il ready made in opera d’arte. Non che essi siano riusciti a rimettere veramente in moto la macchina artistica, questa gira ormai a vuoto». Ecco, io sono anche contro queste liquidazioni indifferenziate. Perché? Perché in realtà gli artisti piccoli o grandi, visibili o invisibili esistono, così come esistono i talenti, e questo non lo possiamo cancellare. Ho frequentato gli artisti e ho frequentato anche il loro talento, indipendentemente dalla loro celebrità o meno. Certo, la forza dell’arte non può essere sospesa nel vuoto, deve vivere dentro dei meccanismi sociali, ma almeno la spinta individuale dell’artista… Ecco credo che non potrà mai venire meno. Bisognerà capire, ora, come si potranno trovare delle maniere meno assurde e idiote di socializzare nutrendosi di arte.

Ripeto: non credo ci siano molti giovani artisti capaci, oggi, di fare una scelta drastica come quella di Nina Dumo…

I giovani artisti assomigliano da un certo punto di vista ai giovani scrittori. Ho inserito nel romanzo una frase che ho sentito pronunciare in un bar nel quartiere Isola di Milano da un trentenne: «Se a 25 anni non sei emerso sei morto». È una cosa tremenda. Chi guarda tutto, nel romanzo, è il cinquantenne Tommaso, che ha dovuto fare i conti con il passare del tempo, con le cose che a un certo punto si cristallizzano e non si può più tornare indietro. Non c’è più, a cinquant’anni, quella revocabilità perenne tipica della gioventù. Ma questi ragazzi che hanno tutto il loro tempo davanti non se lo possono più prendere. Li si cerca, li si vuole, non devono fare gli sforzi delle generazioni precedenti di artisti che hanno dovuto faticare per emergere rispetto a quelli più vecchi e affermati. E proprio per questo non hanno tempo. È un paradosso... Perché devono negarsi la possibilità di fare errori, magari di perdersi? Nina è un personaggio che ha subito ottenuto successo e attenzione. E se si trova a un dato punto in una condizione difficile non è perché è crollato tutto o si è bruciata. È lei stessa che per la sua testardaggine, la sua indipendenza a un certo punto rompe i ponti con il gallerista che l’ha portata a New York e al successo. A me interessava questo, vedere come qualcuno che può avere avuto un successo estremamente giovane decida di creare un altro percorso, che per lei rimane problematico, perché avere avuto molto successo quando si è molto giovani e poi non averlo più è un peso enorme. Lo è anche per chi ha scelto, come nel caso di Nina, l’autonomia, un percorso eretico.

La vita adulta
di Andrea Inglese, Il Ponte alla Grazie, pp. 239, € 16,80

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