Nelle case del Fai, come se io stesso dovessi abitarci

Marco Magnifico è il nuovo presidente del Fondo Ambiente italiano, in cui è attivo dal 1985. Qui ci racconta i suoi «35 anni creativi e meravigliosi» e i progetti futuri

Marco Magnifico. Foto Gabriele Basilico, 2018 © FAI - Fondo per l'Ambiente Italiano
Ada Masoero |

Dal 15 dicembre scorso Marco Magnifico è il presidente del Fai, Fondo per l’Ambiente Italiano. Succede ad Andrea Carandini (Roma, 1937), illustre archeologo, già Presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali, che chiude con due anni d’anticipo il suo secondo mandato (il primo era iniziato nel 2013), passando le consegne, attraverso la nomina del Consiglio d’amministrazione, a colui che dal 2010, da vicepresidente esecutivo del Fondo, ne è stato il motore e l’anima, accanto ai presidenti che, da Giulia Maria Crespi a Ilaria Borletti Buitoni, allo stesso Carandini, si sono succeduti. Marco Magnifico (nato nel 1954 a Como, studi storico-artistici e una provata capacità manageriale), tuttavia, nel Fai era entrato nel lontano 1985. Con lui parliamo di quelli che, spogliandosi del ruolo operativo e vestendo quello nuovo di presidente, ha definito «35 anni creativi e meravigliosi».

Presidente, che ruolo aveva quando, nel 1985, entrò al Fai?
Ruolo? Allora eravamo in cinque e stavamo in due stanzette in viale Coni Zugna 1. Oltre, ovviamente, alla presidente Giulia Maria Crespi, al Fai c’eravamo Renato Bazzoni, architetto e cofondatore del Fondo; Anna Maria Morando, direttore dei Beni; Renzo Roversi, anche lui architetto, e io. E, due pomeriggi alla settimana, c’era un ragioniere. Oggi siamo in 400. Allora c’era una sola delegazione, quella di Milano; ora le delegazioni sono 130, in tutt’Italia, parte di oltre 350 presidi sul territorio: il Fai si è radicato con una forza, volontaria ma di grande professionalità, che ogni giorno ci stupisce, ci commuove e ci rassicura, e con un ardore e una «freschezza» che ci mette al riparo dal rischio (più che plausibile, con i numeri attuali) della burocratizzazione. Preservando sempre però, come dicevo, la professionalità, perché il Fai è una macchina molto complessa: ci occupiamo di vacche e di Wildt, e dobbiamo essere all’altezza di tutte queste sfide. Il che, va detto, è davvero stimolante.

Vacche?
Sì, nei nostri alpeggi (150 ettari ognuno). Abbiamo le vacche Brune, che vivono da tempo nell’alpeggio della Valtellina, a Talamona (per la prima nata chiesi a Giulia Maria Crespi se potevo darle il suo nome e lei: «Mi fai un grandissimo regalo!». Così la vitellina si chiamò Giulia Maria), e ora le vacche Burline, che porteremo in quello sul Monte Grappa, a Monte Fontana Secca. Un nome che dice quanto arido sia il luogo. Ma questa razza autoctona, di piccola taglia e molto frugale, si adatta perfettamente a quell’ambiente. Certo, produce meno latte, e per questo fu condannata all’estinzione da Mussolini, che addirittura fece mettere in galera i contadini che si ostinavano ad allevarle. Le mogli assediarono il palazzo del locale podestà, gli uomini furono liberati e si continuò ad allevarle, finché i luoghi non si spopolarono. Noi ora le reintroduciamo e con il loro ottimo latte produrremo formaggi pregiati. Devo dire che ogni donazione rappresenta un incredibile insieme di sorprese. Come quella, recente, di Villa Rezzola a Lerici: una residenza con una vista impareggiabile sul Golfo dei Poeti e una storia romanzesca, scoperta dalla vicedirettrice generale culturale del Fai, Daniela Bruno, archeologa (allieva di Andrea Carandini) e pertanto abituata a «scavare» nelle cose, che ne ha scoperto una vicenda impensabile della seconda guerra mondiale.

Che cosa accadde?

Requisita prima dalla Marina Militare Italiana, poi dall’esercito tedesco, la villa divenne la residenza del capitano Rudolf Jacobs, che abbandonò la divisa tedesca e si unì ai partigiani. Fu però scoperto e ucciso dai commilitoni. Daniela Bruno ha ricostruito la vicenda rintracciando il figlio della sua domestica, che faceva per lui la spola con i partigiani. Ogni bene racchiude una ricchezza entusiasmante di storie, che vogliamo sempre di più raccontare insieme alla storia del paesaggio, e quindi dell’ambiente. Sì, dobbiamo raddoppiare l’indice dei nostri racconti: chi sa che ciò che si vede dal superbo Castello di Masino (To) è la Serra morenica più grande al mondo? D’ora in poi narreremo anche questo.

Quali sono state, nei suoi anni al Fai, le acquisizioni più incisive per la storia del Fondo? E fra tutti i vostri beni qual è, per dirla con le vostre parole, il suo «luogo del cuore»?
Da sempre io amo moltissimo le case. Amo farle, disfarle, cambiarle: un «gioco» che mi appassiona. E per le case del Fai mi sono sempre mosso come se fossero state mie, come se io stesso dovessi andarci ad abitare. Se però dovessi «rubarne» una per me, ruberei Villa Bozzolo a Casalzuigno (Va): bellissima, grande ma non smisurata, perfetta! Forse anche perché la portai io quando avevo 30 anni (e perché mio figlio dorme in un letto che era nelle sue soffitte e che mi fu regalato dalla donatrice). Quanto alle proprietà che hanno fatto svoltare il Fai (ed entrambi sono stati «passi più lunghi della gamba», fatti quando eravamo ancora molto fragili economicamente) indico il Castello Masino, che ha comportato restauri per 12 milioni e problemi di conservazione titanici, e Villa Panza, che ci ha portati nella contemporaneità.

Tanti successi ma anche alcuni scacchi, come Casa Bortoli a Venezia, di fronte alla basilica della Salute, che avete restaurato, aperto per un giorno e poi subito richiuso.
Sì, la presentammo al pubblico ma Paul Allen, oggi scomparso, cofondatore di Microsoft con Bill Gates e quindi uomo d’incalcolabile ricchezza, che aveva una proprietà nello stesso palazzo, ci denunciò subito perché a suo dire la presenza dei visitatori avrebbe deprezzato il suo immobile! Ma, come spesso accade, uno scacco può trasformarsi in un’opportunità: Casa Bortoli, che si apre nella città simbolo dei rischi del cambiamento climatico, oggi è il set dei nostri incontri online su paesaggio e ambiente.

Possedete castelli, ville meravigliose, siti paesaggistici di una bellezza spettacolare ma una delle vostre ultime acquisizioni, Casa Macchi a Morazzone, presso Varese, sembra indicare la volontà del Fai di incidere anche sul tessuto sociale dei luoghi.
La storia di Casa Macchi è singolare: la casa, con l’appartamento padronale completo di tutto, come «congelata» negli anni ’50 quando morirono i genitori della donatrice, con il suo giardino incantevole, l’enorme magnolia, la voliera e la fontana con i pesci e, al piano terreno, l’emporio di famiglia, è stata definita da Andrea Carandini «una Pompei della media borghesia lombarda dell’800». Scomparsi loro, la figlia si trasferì in un albergo, lasciandola intoccata, con i vestiti negli armadi e i letti pronti. Quel luogo racconta la storia della borghesia che ha fatto l’Italia: un racconto che nessuno più trasmette. Il centro del paese è spopolato, a vantaggio delle villette fuori città, e il compito sociale che ci siamo assunti, restaurandola, è stato creare un progetto che ridesse vita al cuore di Morazzone. Con i sindaci Matteo Bianchi prima, e Maurizio Mazzucchellioggi, ci stiamo riuscendo: a Sant’Ambrogio abbiamo riaperto l’emporio, ora arredato con i mobili, coevi, della Casa del Miele, che ha dovuto chiudere a Milano, e abbiamo avuto un successo straordinario. L’anno prossimo toccherà alla casa e al giardino, che pensiamo porteranno a Morazzone almeno 20mila persone, rivivificando il paese. L’Italia non è fatta solo di Castelli di Masino o di Ville Panza, su cui tra l’altro sarebbero potute intervenire anche le Soprintendenze: il nostro compito è sussidiario, e c’impone d’intervenire là dove altri non lo farebbero.

Come cambierà il Fai ora che lei, dopo oltre 35 anni, si è ritirato da ogni compito operativo?
Il Fai è profondamente cambiato negli ultimi anni, grazie alla riforma avviata da Andrea Carandini, che è stato un grande presidente, anche perché ha saputo mettervi ordine, impostando un piano strategico novennale con tre piani operativi triennali. Oggi c’è un robusto organigramma, la cui ultima modifica ha visto entrare Daniela Bruno alla vicedirezione generale culturale, accanto a un eccellente direttore generale come Davide Usai, che da un anno è subentrato al compianto Angelo Maramai. Due persone che mi permetteranno di svolgere serenamente i miei compiti di presidente, con gli sponsor, i donatori e molto altro. Perché il Fai è, a tutti gli effetti, un’azienda ma al tempo stesso è una Fondazione con una missione culturale.

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