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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliÈ opportuno celebrare Napoleone? Un acceso dibattito in Francia accompagna il bicentenario della morte dell’imperatore, che ricorre in questi giorni. Un anniversario non facile da commemorare data l’ambivalenza del personaggio morto in esilio a Sant’Elena, il 5 maggio 1821, uno dei più celebri della storia di Francia, ma anche tra i più controversi. Parigi deve soprattutto evitare il ritratto agiografico, che le sarebbe rimproverato da molti, mentre in tutto il mondo si rimuovono statue di figure storiche problematiche e si affermano movimenti come #MeToo e Black Lives Matter. «Commemorare, non celebrare», ha riassunto Hubert Védrine, ex ministro socialista.
Il dibattito è senza dubbio appassionante. Lo storico Thierry Lentz, direttore della Fondation Napoléon, ritiene che sia rischioso negare certi eventi storici solo perché scomodi: «Napoleone è in noi. Cancellarlo significherebbe distruggere chi siamo. Non bisogna negare la storia, né vergognarsene, ne va della nostra coesione nazionale». L’eredità storico culturale di Napoleone, padre del Codice civile e del moderno sistema educativo, non viene messa in discussione. Fu un «immenso legislatore», ha detto Jean-Louis Debré, ex presidente del Consiglio costituzionale francese.
Ma Napoleone fu anche colui che, nel 1802, ripristinò la schiavitù, abolita dalla Rivoluzione, instaurando un regime coloniale ancora più segregazionista che sotto la monarchia. «Insegnare Napoleone è un conto, celebrarlo è fare l’apologia di un crimine», ha reagito Georges Tin, presidente onorario del Cran, il Consiglio rappresentativo delle associazioni nere di Francia.
In un duro editoriale sul «New York Times» la storica statunitense Marlene L. Daut ha definito l’imperatore «un’icona del suprematismo bianco». Per Jean Tulard, uno dei maggiori specialisti di Napoleone, se «la schiavitù è un abominio» bisogna analizzare i fatti «nel loro contesto». È stato messo in evidenza anche il carattere misogino di Napoleone. La politologa e femminista Françoise Vergès ha ricordato che era un «sessista».
È in questo clima che si aprono a Parigi due grandi mostre su Napoleone, Covid permettendo. La principale, in collaborazione con il Grand Palais, si apre il 28 maggio (e chiuderà il 19 settembre) nella Grande Halle della Villette ed è stata elaborata da un ampio gruppo di esperti d’arte e di storici proprio per cercare di fornire la visione più sfaccettata possibile del personaggio, nel tentativo di non «offendere» nessuno. Se non fossimo in piena epidemia l’obiettivo della mostra sarebbe di battere o almeno eguagliare il record di visitatori della mostra «Tutankhamon» che si era tenuta sempre alla Villette nel 2019.
L’altra mostra è organizzata dal Musée de l’Armée dell’Hôtel des Invalides (dal 19 maggio al 31 ottobre), dove si visita la tomba monumentale di Napoleone. Fuori Parigi, il castello di Fontainebleau, che Bonaparte fece restaurare e dove soggiornò regolarmente tra il 1803 e il 1815, organizza una «stagione Napoleone» lungo tutto il 2021, con dibattiti, concerti, rievocazioni storiche e un nuovo percorso di visita. Riapre, dopo i restauri, anche la biblioteca dell’Imperatore.
La «Bibliothèque de l’empereur» nei Petits Appartements del Castello di Fontainebleau. © Béatrice Lecuyer-Bibal
La «Chambre de l’empereur» nel Castello di Fontainebleau, nell’ala detta dei Grands Appartements. © Béatrice Lecuyer-Bibal
«Napoléon Ier, empereur des Français» (1808) di François Gérard (particolare). © Rmn - Grand Palais (château de Versailles) Raux
Luana De Micco
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