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Mostre

Modestamente, un rivoluzionario

Un’irripetibile mostra di Jan Van Eyck al Museo di Belle Arti di Gand

L’«Annunciazione» (1433-35 ca) di Jan van Eyck, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza

Gand (Belgio). Le fonti storiche sulla sua vita sono scarse. Probabilmente nacque intorno al 1390 vicino a Maastricht, negli odierni Paesi Bassi. Poco si sa della sua formazione, quasi certamente nell’ambito della minitaura, e di lui non rimangono che una ventina di opere. Ma sono le opere di un fuoriclasse, un virtuoso della pittura ad olio (già utilizzata dai Romani e appena riscoperta nelle Fiandre, la pittura ad olio perfezionata da Van Eyck ebbe presto una straordinaria diffusione in tutta Europa). Le conoscenze scientifiche, la capacità di osservazione, le doti analitiche e la tecnica hanno fatto del pittore fiammingo un «rivoluzionario» dell’arte della prima metà del Quattrocento.

Richiestissimo, era capace di eseguire ieratici ritratti e pale d’altare di rara potenza, qualità formale e attenzione ai contrasti di luce e al dettaglio più minuto, uniti a colori smaglianti. Artista della corte del duca di Borgogna Filippo il Buono (1396-1467) e al servizio dei ricchi abitanti di Bruges e Gand, firmava e datava le sue opere, cosa rara per un pittore dell’epoca, apponendo ai suoi lavori un motto in antico fiammingo, «Als Ich Can», traducibile con un modesto «Meglio che posso».

Della ventina di opere attribuite con certezza a Jan van Eyck, la metà sarà riunita al Msk-Museo di Belle Arti di Gand dall’1 febbraio al 30 aprile in una mostra unica che celebra «La rivoluzione ottica» del maestro fiammingo, vissuto fino al 1441. A queste si affiancheranno nove opere uscite dal suo atelier, eseguite con l’apporto diretto di Van Eyck, o quando il maestro era ancora in vita o poco dopo la sua morte da pittori che lavoravano nella sua bottega, copie di dipinti scomparsi e un centinaio di dipinti, miniature, sculture e disegni dei suoi contemporanei e seguaci più illustri in prestito dalle maggiori collezioni internazionali.

È la prima volta che un numero così cospicuo di opere di Van Eyck, fragili e pertanto solo di rado concesse dalle sedi che le custodiscono, può essere ammirato in un unico luogo. L’effetto sarà «strabiliante» assicura Till-Holger Borchert, direttore dello Stedelijke Musea Brugge che ha collaborato alla mostra (e che con Jan Dumolyn e Maximiliaan Martens, entrambi dell’Università di Gand, fa parte del comitato scientifico del progetto guidato da Johan De Smet e coordinato da Frederica Van Dam e Matthias Depoorter).

I prestiti giungono dai Musei Vaticani e dalla Galleria Doria Pamphilj di Roma, dal Prado e dal Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid («Dittico dell’Annunciazione», 1433-35 ca), dalla Gemäldegalerie di Berlino (il superbo «Ritratto di Baldovino di Lannoy», 1435 ca, fresco di restauro); la National Gallery di Washington presta l’«Annunciazione» (1434-36 ca), della Mellon Collection, mentre il Philadelphia Museum of Art manda a Gand il «San Francesco riceve le stimmate» (1430-32 ca). Dal rumeno Muzeul National Brukenthal di Sibiu giunge il «Ritratto d’uomo con copricapo azzurro» (1428-30 ca).

La National Gallery di Londra si separa (per la prima volta dalla sua acquisizione nel 1857) dal «Ritratto d’uomo (Léal Souvenir)» e lascia per tre mesi il torinese Palazzo Madama il codice delle Très Belles Heures de Notre Dame de Jean de Berry con miniature di Jan Van Eyck. «La mostra, anticipa Holger-Borchert, si sviluppa in una serie di gallerie, pertanto le opere di Van Eyck non saranno tutte allestite in un’unica sala. Apprezzandole ad una ad una, cambieremo idea sul significato di “Primitivo fiammingo”».

Mai così da vicino
A rendere, se possibile, ancora più eccezionale l’appuntamento è poi la possibilità di vedere per la prima volta ben otto pannelli laterali del Polittico dell’Agnello Mistico, o Altare di Gand, capolavoro di Jan e del fratello Hubert, a conclusione di un laborioso restauro avviato nel 2012 che ha svelato sorprendenti dettagli dell’opera, conservata nella Cattedrale di San Bavone: il poterli osservare a una distanza ravvicinata è un’occasione probabilmente irripetibile, dal momento che dopo la mostra torneranno nella Cattedrale (dove nel frattempo sono visibili le restanti parti del polittico) per non uscirne più. Qui a ottobre aprirà anche un nuovo Centro per i visitatori, che con l’ausilio di avanzate tecniche racconterà la storia dell’opera.

L’omaggio a Van Eyck chiude la trilogia dedicata ai «Maestri fiamminghi», che ha visto susseguirsi Rubens (2018) e Brueghel (2019). Fino a dicembre Gand sarà animata dal festival «OMG! Van Eyck was here», appuntamento di arte visiva, teatro, musica, design, moda e altro, ma anche Bruges, Lovanio, Mechelen e Bruxelles si uniscono alle celebrazioni dell’«anno Van Eyck» (per informazioni: vaneyck2020.be).

Anna Maria Farinato, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020



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