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Archeologia

Minacciate di erosione le 11 chiese di Lalibela

La Francia finanzierà il restauro. Stima del costo dei lavori: 9 milioni di euro

Chiesa monolito del gruppo nord a Lalibela, Etiopia. Foto: Bernard Gagnon

Lalibela (Etiopia). Le chiese rupestri del XIII secolo di Lalibela, nel Nord dell’Etiopia, saranno restaurate con l’intervento della Francia. Un appello per salvare il sito, con le 11 chiese scavate nella roccia, patrimonio mondiale dell’Unesco dal 1978, era stato lanciato lo scorso ottobre dal primo ministro etiope, Abiy Ahmed, in visita a Parigi. Già all’epoca la Francia aveva promesso un supporto per la protezione del sito minacciato dall’erosione e un team di esperti era stato inviato sul posto.

La conferma dell’impegno francese è arrivata poi a metà marzo, quando il presidente Emmanuel Macron, durante una visita ufficiale in Africa, si è fermato in Etiopia e ha visitato il sito con il premier Ahmed. «La Francia, ha scritto allora l’Eliseo in un comunicato, si impegna a finanziare la messa in sicurezza delle chiese e il loro restauro». L’aiuto sarà «tanto tecnico che finanziario», ha promesso Macron.

Le chiese rupestri di Lalibela, a circa 600 km a nord della capitale Addis Abeba e a 2.600 metri di altitudine, sono uno dei siti cristiani più importanti dell’Africa. Oggi accolgono circa 40mila visitatori ogni anno. La loro costruzione viene comunemente datata tra il 1181 e il 1221, sotto il regno di Lalibela, detto il «re santo». La tradizione vuole che il re abbia ricevuto direttamente da Dio la missione di edificare una «Nuova Gerusalemme». Le chiese monolitiche, circondate da fossati, sono scavate a 15 metri di profondità in una roccia molto fragile.

La più importante è considerata Beta Giorgis, la Chiesa di San Giorgio, a forma di croce greca, per la bellezza dei suoi decori e il suo stato di conservazione eccezionale. «Le preoccupazioni più gravi, ha spiegato al quotidiano “La Croix” Edmond Moukala, responsabile dell’ufficio Africa del Centre du Patrimoine Mondial dell’Unesco, riguardano le infiltrazioni e l’impermeabilità, problemi legati alle acque fluviali e all’umidità. L’attività sismica, importante nella regione, ha a sua volta provocato delle fratture che aggravano questi problemi di umidità. Ma, ha precisato, le chiese di Lalibela non figurano nella lista del patrimonio mondiale in pericolo. La situazione può diventare critica ma si può ancora gestire».

La questione di Lalibela sarà analizzata nel prossimo Comitato del Patrimonio Mondiale che si aprirà il 30 giugno a Baku, in Azerbaigian, e i lavori potrebbero iniziare già a fine anno. La popolazione però è preoccupata e chiede un intervento urgente. In discussione sono soprattutto le strutture di protezione realizzate tra il 2006 e il 2008, con la supervisione dell’Unesco, dallo studio Teprin Associati di Ravenna e finanziate da fondi dell’Unione Europea (7,4 milioni di euro). Si tratta di coperture appoggiate su grossi pilastri d’alluminio che hanno permesso di proteggere le delicate costruzioni dalle intemperie, dai forti venti e dal sole, riducendo l’infiltrazione dell’acqua. «Ma, ha aggiunto Moukala, che non erano state fatte per durare 10 anni!». Quei «ripari» nati come provvisori sono, dunque, diventati permanenti. Gli abitanti della regione temono che le strutture non siano più abbastanza solide e che possano cadere sulle chiese sotto la violenza dei venti. Se ne critica anche l’«inestetismo».

Ma la questione non è così semplice. Al quotidiano «Le Monde» la storica Marie-Laure Derat, che codirige una missione franco-etiope di scavi sul sito, ha assicurato che «le chiese hanno bisogno di essere coperte» e che le coperture non vanno tolte. Si possono però «alleggerire i pilastri». Un rapporto Unesco del marzo 2018 invece ritiene che «i tetti delle protezioni sono la questione più problematica». Al settimanale «Le Point» l’archeologo etiope Kidanemariam Woldergiorgis, ha spiegato: «Quei materiali erano innovativi nel 2008 ma oggi sono troppo pesanti e se si aspetta ancora si rischia di fare danni». Gli esperti francesi potrebbero quindi ritirare le vecchie coperture per realizzarne di nuove, più leggere, e restaurare le chiese danneggiate. L’Autorità etiope per la conservazione del Patrimonio ha stimato il costo dei lavori in 9 milioni di euro.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


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