Macron e la manna del Covid-19

Notre-Dame finita nel dimenticatoio

Flaminio Gualdoni |  | PARIGI

Secondo me da qualche parte, nelle stanze eleganti e oscure del potere parigino che la scrittrice Dominique Manotti ci ha abituato a immaginare vividamente nei suoi romanzi noir, ci sono dei signori che stanno sobriamente festeggiando. Festeggiano una piccola ricorrenza: solo poco più d’un anno e mezzo fa, il 15 aprile 2019, un incendio devastava Notre-Dame, simbolo dei simboli, e adesso di quel dramma non si parla quasi più. Un record, a ben vedere.

I presupposti non erano dei più rosei. Macron era stato eletto da un paio d’anni ed erano occorsi tutti per dipanare le trame del disordine generato dal suo movimento politico nuovo, per trovare i giusti bilanciamenti al suo comportarsi, più che da énarque, da uno che si sente un monarca, protagonismi e balzi d’ingegno compresi, cose cui la burocrazia si sottrae a prescindere, e con somma destrezza: la regola universale del burocrate è «tanto poi lui se ne va e io resto».

Ma la sera del 15 aprile 2019 i tetti di Notre-Dame hanno cominciato a fumare, l’incendio è divampato veloce cogliendo tutti, tutti, impreparati, e mettendo a nudo le approssimazioni, le micragnosità, i dilettantismi di quel mondo, stratificato in decenni di tran-tran mediocre e di lassismi. Una vera autorità politica avrebbe ordinato inchieste, smontato e rimontato tutte le catene di responsabilità e spedito a casa, gentilmente o preferibilmente a calci nel sedere, tutti quelli che di omissioni e cialtronerie avevano campato sino ad allora.

Macron no. Si è intestato gli ottocentoventi milioni di euro che subito, sull’onda dell’emozione, erano stati donati dai privati (cosa ti intesti? Li hanno dati alla Cattedrale, mica a te), facendo finta che i trentanove, i miseri trentanove con cui la mano pubblica aveva contribuito, non rappresentassero in se stessi un sintomo allarmante. Si è eretto ad architetto in competizione con Viollet-le-Duc, a regista di grandi strategie culturali, è stato in televisione a concionare ben più che in riunione: tanto sul campo aveva delegato a coordinare le cose un generale vero, Jean-Louis Georgelin, una specie di colonnello Buttiglione (il personaggio memorabile di Mario Marenco) gaffeur e ridicolo la sua parte, forse nominato secondo il principio politico radicato della «massima incompetenza».

Poi il presidente si è fatto una botta di conti è ha capito la triste realtà: anche arrogandosi tutto l’arrogabile, Notre-Dame non sarebbe riuscito a inaugurarla rifatta («più bella e più superba che pria», alla Petrolini) in tempo per il 2022, facendone la grande parade della campagna elettorale per la rielezione. Dunque, via subito con la strategia di sfilarsi dal casino, dalle polemiche sul tetto di piombo inquinante, dalle rogne con i giornalisti e gli studiosi che polemizzano su tutto, quei fannulloni.        

La materia per dedicarsi ad altro non mancava. Aveva tenuto da parte il virus, che aveva educatamente ignorato sino poche settimane prima, e gli è bastato prendere improvvisamente atto che è una faccenda serissima, come se l’avesse scoperto lui: anche perché dire vaccate con un bel faccino giovanile è sempre meglio che dirle con il faccione da Muppet placcato argilla che esibisce Trump. Dunque, giù duro di virus, e poi anche sul terrorismo islamico, tema che per qualche tempo funziona a meraviglia, in televisione.

E Notre-Dame? Massì, lasciamo gli studiosi e i funzionari a scannarsi su quisquilie, e ignoriamola. Per la campagna elettorale del 2022 bisognerà inventarsi qualcosa, ma qualcos’altro di sicuro succederà. Nelle stanze felpate, son lì che non sanno come ringraziare il destino benevolo. Per loro il virus e i tagliagole, in fondo, sono stati una manna.

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