Le storie di famiglia di Edmund de Waal

Il ceramista e scrittore torna a occuparsi della drammatica saga dei suoi antenati, intrecciando le vicende dei Camondo e degli Ephrussi in due mostre e un libro in uscita questo mese

il «Salon des Huet» del Musée Nissim  de Camondo. MAD Parigi. Foto Laszlo Horvath
Flavia Foradini |

È un autunno intenso, quello di Edmund de Waal, ceramista d’arte, curatore e scrittore. Due mostre lo vedono protagonista al di qua e al di là dell’oceano: l’una a Parigi, e l’altra a New York, mentre Bollati Boringhieri dà alle stampe la traduzione italiana del suo ultimo libro, Lettere a Camondo, in libreria dal 4 novembre.

Nella capitale francese, il Musée Nissim de Camondo si apre alla prima personale parigina di De Waal. Il luogo non è casuale: per il suo ultimo libro il 57enne artista «metà britannico, un quarto olandese, un quarto austriaco e completamente europeo» si è immerso a lungo proprio negli archivi e nelle atmosfere di quel museo, che ha ispirato anche le opere site specific in mostra fino al 15 maggio con il titolo «Lettere a Camondo».

Al numero 63 della Rue de Monceau, nell’ottavo arrondissement, la sontuosa dimora di Moïse de Camondo vide crescere nel tempo una notevole collezione di arte del Settecento, destinata a essere lasciata in eredità al figlio Nissim. Ma il giovane cadde combattendo per la Francia durante la prima guerra mondiale e Moïse decise che dopo la propria morte l’edificio avrebbe dovuto diventare una casa museo e che nulla avrebbe potuto essere cambiato nei suoi arredi e nelle opere esposte. Una sorta di mausoleo per Nissim, preso in carico un anno dopo la scomparsa di Moïse, nel 1936, dal Musée des Arts Décoratifs.

È la prima volta che il museo parigino ospita un’esposizione di arte contemporanea. L’approccio poetico e meditativo di De Waal s’inserisce nel contesto in modo delicato e fa sì che le opere esposte diventino un contributo alla riflessione su una casata alto-borghese così tipica dell’ultimo scorcio dell’Ottocento, della Belle Époque e del successivo letale scontro con il nazionalsocialismo.

I Camondo provenivano da Costantinopoli. Nel 1869 Moïse giunse bambino a Parigi e diede presto il via a una scalata professionale e sociale che portò i Camondo a essere una delle famiglie di ascendenza ebraica più in vista della capitale, con ramificati intrecci con altre dinastie in ascesa. Fra questi gli Ephrussi, vicini di casa nella rue de Monceau, e in particolare Charles, grande esperto d’arte, mecenate degli Impressonisti e amante della suocera di Moïse, Louise Cahen d’Anvers.

Un dettaglio biografico tutt’altro che indifferente, sia per i Camondo che per gli Ephrussi, e assai rilevante per Edmund de Waal, visto che Louise, triestina trapiantata a Parigi, fu colei con la quale Charles acquistò dall’antiquario Sichel i 264 pregevoli netsuke che nel 1899 vennero regalati ai bisnonni di Edmund de Waal a Vienna: il loro rocambolesco salvataggio dalla razzia nazista che investì il palazzo sulla Ringstrasse, è al centro del primo libro di De Waal, Un’eredità di avorio e ambra (2010). Ma Charles fu anche colui che suggerì a Louise di far ritrarre le figlie da Renoir. Il ritratto di Irène, che a 19 anni avrebbe sposato Moïse, è oggi noto come «La bambina con il nastro blu» (1880) ed è parte della nota collezione zurighese del fabbricante di armi e attivo fornitore del Terzo Reich, Emil Bührle.

Kintsugi familiare
Il palazzo di rue de Monceau è per De Waal un luogo simbolo anche della drammatica saga della propria famiglia. Così le otto forme in pietra che ha posto nella corte del palazzo, diventano per l’artista «segnali di perdita e di riparazione», grazie a una reinterpretazione della tecnica di kintsugi con cui nella tradizione asiatica oggetti infranti ricevono riparazioni in oro e lacca volutamente visibili.

Dentro alle stanze del museo, quiete installazioni raccontano di una quotidianità spezzata: «Piccoli gruppi di porcellana, quercia e oro», frammenti e schegge di porcellana e piombo: «Stele in memoria di Nissim, ma anche dell’altra figlia di Moïse, Béatrice, e di suo marito Léon, e dei loro figli Fanny e Bertrand», morti ad Auschwitz. Un percorso espositivo con cui Edmund de Waal invita al raccoglimento e che lega passato e presente: «Non puoi riparare questa dimora o questa famiglia, ma puoi segnare alcuni dei luoghi infranti, con dignità, con amore, e poi andartene e lasciare questa casa al suo destino».

Un gesto politico
Al Jewish Museum, il Museo Ebraico, di New York il focus della mostra aperta fino al 15 maggio è il divenire dell’altra famiglia così intrecciata ai Camondo: gli Ephrussi, diretti antenati di De Waal. «Gli Ephrussi. Un viaggio nel tempo» è basata sull’omonima mostra che il Museo Ebraico di Vienna dedicò nel 2019 in particolare al ramo austriaco della famiglia, ma oltre a fotografie, libri, documenti e oggetti d’uso quotidiano la rivisitazione newyorkese propone anche una serie di opere d’arte, collezionate da membri della casata e dal loro entourage, di artisti quali Jean-Honoré Fragonard, Berthe Morisot, Claude Monet, Edgar Degas, Gustave Moreau, Auguste Renoir. Quest’ultimo firmò fra l’altro un pregevole ritratto commissionato nel 1881 all’artista da Albert Cahen d’Anvers, zio della piccola Irène. Ora al Getty Museum, il dipinto rivela una lacunosa provenienza, che il museo statunitense comunica essere oggetto di ricerche.

Al centro della mostra oltreoceano è anche un’ampia selezione dei netsuke dalla collezione di famiglia. Dei 264 pezzi originari, l’attuale proprietario Edmund de Waal ne ha lasciati 170 in comodato al Museo Ebraico di Vienna («un gesto politico»), mentre 79 sono stati venduti nel novembre 2018 a sostegno del Refugee Council, un’organizzazione britannica che aiuta i rifugiati: «La collezione è un simbolo del dramma delle migrazioni, che oggi rappresentano la più grave crisi europea dalla seconda guerra mondiale». Fra i pezzi esposti anche il minuscolo leprotto di avorio che ha dato il titolo all’edizione originale inglese di Un’eredità di avorio e ambra (The hare with amber eyes).

Una via di inizi
All’Italia l’autunno di Edmund de Waal porta la pubblicazione di Lettere a Camondo (trad. di Carlo Prosperi, 192 pp., Bollati Boringhieri, Torino € 16,00). Il libro raccoglie 58 lettere fittizie indirizzate dall’autore a Moïse e una trentina di fotografie di persone e dettagli del palazzo oggi sede del Musée Nissim de Camondo. Rivolte a una persona conosciuta solo per il tramite di documenti e oggetti, le missive scavano con rispettosa determinazione nei legami famigliari di Moïse e tematizzano allo stesso tempo anche vicende degli antenati di de Waal, perché, scrive l’autore: «La collezione di netsuke ha la sua origine qui. La sua storia inizia nella rue de Monceau ed era esposta in una vetrinetta nella casa di Charles Ephrussi. Entrambe le famiglie, gli Ephrussi e i Camondo, arrivarono a Parigi nello stesso anno e entrambe acquistarono terreni in quella via. È una via di inizi».

Il libro tende così nuovamente un collegamento tra Parigi e Vienna. Si riaffacciano fatti, persone, atmosfere che avevano già creato il tessuto del best seller Un’eredità di avorio e ambra e si aprono personali sguardi sul mondo della Belle Époque e della Jahrhundertwende, il volgere del secolo, tra collezionisti immensamente ricchi e illuminati, artisti in ascesa, e contesti politici in fatale deterioramento: «Io racconto storie. Scrivo, ma mentre scrivo penso ai palinsesti, allo scrivere sopra testi di altri».

© Riproduzione riservata Il ritratto di Albert Cahen d’Anvers da questi commissionato nel 1881 ad Auguste Renoir (particolare) Edmund de Waal. © Tom Jamieson
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