Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Stefano Miliani
Leggi i suoi articoliLa storia tramanda che nel 330 a.C. Alessandro Magno incendiò la città persiana di Persepoli, andò via, poi potrebbe averci ripensato e ordinato di spegnere il fuoco. Ne scrisse Sir Mortimer Wheeler nel libro del 1968 L’incendio di Persepoli. L’avventura di Alessandro in Asia. Analisi scientifiche confermerebbero che l’incendio c’è stato e che, almeno sulle colonne di un palazzo, è stata gettata acqua. Lo riferisce un articolo di prossima pubblicazione sulla rivista accademica «Archeometry» dell’Università di Oxford («“Flames over Persepoli”: New Scientific Evidence Supporting Historical Perspectives»), frutto di un lavoro di squadra: prime firmatarie la ricercatrice in Chimica per l’ambiente e i beni culturali Maria Letizia Amadori dell’Università Carlo Bo di Urbino e Ileana de Giuseppe, archeologa a Bologna con una tesi su Persepoli e ora alla Uci School of Humanities di Irvine in California; tra gli altri autori è stato decisivo il contributo di Fulvio Fantino, del laboratorio Turin Thermoluminescence Analysis di Cuneo.
Le ricerche tra le rovine della città nell’Iran centro-meridionale iniziarono nel 2018 grazie a una collaborazione tra gli atenei di Urbino, Bologna, Shiraz e l’Ismeo, Associazione internazionale di studi sul Mediterraneo e l’Oriente. Amadori spiega: «Nella Sala delle Cento colonne mi colpì un rocchio di colonna: sulla superficie vi era uno strato bianco irregolare che si assottigliava fino a diventare inesistente. Analizzandolo è stato possibile identificare la presenza di una microstruttura peculiare e di un minerale, l’ossido di calcio, entrambi legati a un’esposizione delle superfici a temperature molto elevate. Forse potevano fornire informazioni sull’incendio». Dopo aver esaminato alcuni campioni e confrontato i risultati con le banche dati, Fantino ha datato l’evento termico tra i 4.200 e i 2.200 anni fa. «Archeometry» ha accettato l’articolo previa verifica sulla datazione. E l’acqua? «L’analisi al microscopio elettronico ha evidenziato, in quello strato bianco, la presenza di diatomee mineralizzate, microorganismi unicellulari tipici degli ambienti acquatici, verosimilmente provenienti dall’acqua impiegata per lo spegnimento dell’incendio», risponde Amadori. Altri laboratori coinvolti (Università di Torino e di Yamagata) hanno escluso che le diatomee fossero dei fossili confermando così l’utilizzo dell’acqua da canali o da bacini di Persepoli.
Stefano Miliani
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
In attesa del Festival del giornalismo culturale di Urbino, che si terrà dall’8 all’11 ottobre, una riflessione con gli esperti sul futuro dello spazio urbano: meno superfici impermeabili, più suolo libero e una progettazione capace di restituire equilibrio ecologico ai nostri centri urbani
L’artista ghanese multidisciplinare pratica la performance («Marina Abramovic è il mio unico riferimento»), crea installazioni, è fotografa, si è formata come fashion designer e considera la moda un’estensione delle sue performance
In corso un complesso intervento da 18 milioni di euro. Ultimato il recupero del verde, si passerà al restauro dell’edificio settecentesco e delle sue decorazioni
Rimini cerca fondi per restaurare lo splendido «Giudizio universale», pronto per partire per Venaria
L’affresco trecentesco «staccato» dalla Chiesa di San Giovanni Evangelista appartiene alla Diocesi ed è esposto nel Museo della Città. Federico Zeri lo aveva attribuito a Giuliano da Rimini, mentre Daniele Benati sostiene la paternità di Giovanni da Rimini


