La rivoluzione di Antonio Paolucci ai Musei Vaticani

Barbara Jatta ricorda lo studioso che l’ha preceduta nella direzione dei Musei del papa: «Nella sua scrittura sapeva riunire contenuto, forma e stupore»

Barbara Jatta e Antonio Paolucci sulla terrazza del Nicchione della Pigna, in occasione dell’ottantesimo compleanno di Paolucci
Arianna Antoniutti |  | Roma

«Era un maestro della parola, della comunicazione, della conoscenza. Ha vissuto nel bello e per il bello, gli dobbiamo tanto». Con queste parole Barbara Jatta, direttore dei Musei Vaticani, ricorda Antonio Paolucci, suo predecessore, dal 2007 al 2016, alla guida dei Musei del papa.

«Il nostro primo incontro, racconta Barbara Jatta, avvenne quando lavoravo alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Feci con lui un viaggio in macchina, fino a Urbino, dove presentò il terzo volume della Storia della Biblioteca Apostolica Vaticana, relativo al Seicento, momento in cui Alessandro VII Chigi, con motu proprio, dispone l’arrivo della biblioteca urbinate in Vaticano. Nel corso della presentazione ci ammaliò tutti, sembrava di essere lì, in una brumosa mattina di metà Seicento quando, trasportati su carri, i preziosi codici lasciavano la città. Antonio Paolucci possedeva la capacità, unica, di raccontare la storia e farla rivivere sotto i nostri occhi. Quando parlava si trasfigurava, diventava un gigante. Era meraviglioso nelle parole e in ciò che sapeva comunicare».

Paolucci disse che dirigere i Musei Vaticani è vertiginoso. Le ha mostrato, in qualche modo, come governare quella vertigine?
Con me è stato molto generoso. L’ho affiancato alla direzione per sei mesi, lui mi disse: «Il mio mandato termina il 4 dicembre, giorno di santa Barbara, è quindi un segno del destino». In quei mesi mi ha accompagnata, facevamo delle visite nei vari reparti dei Musei, mi ha raccontato com’era questo lavoro così complesso, di fronte al quale, in principio, ero intimorita. Lo ha fatto con garbo, con semplicità. Aveva un animo curioso, gentile, ma sapeva anche essere molto deciso. I primi luoghi in cui mi condusse furono il Gabinetto delle ricerche scientifiche, da lui implementato negli anni della sua direzione, e l’Ufficio del Conservatore, da lui creato.

All’Ufficio del Conservatore sono affidati i compiti, tra l’altro, di prevenire o rallentare i processi di degrado dei materiali di cui sono costituite le opere d’arte, attraverso il controllo dell’ambiente circostante, e di adottare piani programmatici di cura e manutenzione ordinaria. Temi a Paolucci molto cari.
Paolucci ha dato grande importanza alla tutela, conservazione e restauro, senza dimenticare la manutenzione preventiva, oggi, di fatto, un dato assodato, ma quindici anni fa non così scontata. È stato anche il primo direttore ad affrontare il tema della pressione antropica all’interno dei Musei. Ha visto e vissuto, in prima persona, un cambiamento radicale dell’istituzione museale. Basti pensare che, nel momento in cui Carlo Pietrangeli diresse i Musei Vaticani (1978-1995), il numero più alto dei visitatori, in un anno, fu due milioni. Ora siamo a quasi sette milioni, certo con orari di apertura prolungati e con modalità di fruizioni differenti. Sicuramente Paolucci è stato il primo a porsi, come priorità, in un contesto tanto mutato, la conservazione e la tutela di ambienti e opere d’arte. A lui si deve, ad esempio, oltre alla fondamentale istituzione dell’Ufficio del Conservatore e al servizio di manutenzione ordinaria continua, il sistema di climatizzazione della Cappella Sistina.
Antonio Paolucci nella Cappella Sistina
Prima di essere direttore dei Musei Vaticani, Paolucci è stato soprintendente, ministro dei Beni culturali, ma soprattutto è stato storico e scrittore d’arte. Penserete a iniziative per ricordarlo?
La sera prima della sua scomparsa stavo scrivendo l’introduzione alla ristampa di un suo volume su Michelangelo e Raffaello in Vaticano. Nella sua scrittura sapeva riunire contenuto, forma e stupore. Scriveva come parlava, e parlava come scriveva. Una volta mi raccontò che, avendo insegnato al liceo prima di entrare in Soprintendenza, aveva imparato a coinvolgere i ragazzi. Il resto del pubblico, diceva, è più facile. Ora lo ricorderemo nella Messa delle Ceneri il 14 febbraio, poi alla Messa, in Cappella Paolina, per la memoria del Beato Angelico. Sicuramente, in futuro, programmeremo iniziative a lui dedicate. Per i suoi ottanta anni, quando aveva già lasciato i Musei, lo festeggiammo sul «tetto del mondo», sulla terrazza affacciata sul nicchione della Pigna, nel Cortile del Belvedere. Fu un magnifico e caldo 29 settembre, giorno della sua nascita, festeggiato sotto le colonne di marmo di quella terrazza.

Paolucci ha scritto che «Il museo è stupore e consolazione. Ci rende più felici e più vivi». È questo, fra i tanti, il suo lascito culturale e spirituale?
Stupore e consolazione, non c’è dubbio, lo condivido pienamente. Lui usava, per l’arte, espressioni molto belle come «scalda il cuore». Io la uso spesso, l’ho mutuata da lui.

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