La principessa tra cupole e narcisi

Una biografia dedicata a Marguerite Chapin Caetani

Ada Masoero |

Per nascita Marguerite Chapin (1880-1963) apparteneva all’aristocrazia industriale e finanziaria degli Stati Uniti, detentrice di quell’Old Money che risaliva a prima della guerra civile americana. Discendeva, infatti, dal puritano Samuel Chapin, approdato nel Nuovo Mondo nel lontano 1635, i cui figli, nipoti e pronipoti avrebbero presto prosperato con i trasporti ferroviari e le banche. Per matrimonio, invece, entrò a far parte della più antica aristocrazia romana, sposando a 31 anni, nel 1911, il compositore Roffredo Caetani, la cui casata risaliva al IX secolo (due i papi «di casa»: Gelasio II, morto nel 1119, e Bonifacio VIII, elevato al trono papale nel 1294, un fiero nepotista cui si doveva gran parte delle loro incalcolabili ricchezze fondiarie; Dante lo detestava a tal punto da «prenotargli» anticipatamente un soggiorno eterno all’inferno, nel girone dei simoniaci).

Marguerite avrebbe potuto vivere tra feste e vacanze internazionali ma era innamorata della cultura e, orfana di madre a cinque anni e di padre a 15, la lettura divenne il suo rifugio. In età adulta sarebbe diventata anche il suo (amatissimo) «lavoro»: quando, già sposata e madre, viveva a Versailles per educare i figli Lelia e Camillo nella cultura francese che lei prediligeva, e riuniva nella loro grande villa il meglio del mondo culturale non solo francese. Con alcuni di loro (l’amico poeta Paul Valéry e altri letterati), nel 1924, fondò la rivista letteraria «Commerce», un luogo d’eccellenza per il «commercio delle idee», che guidò con mano fermissima, attenta solo alla qualità letteraria e alla novità dei contributi. Nel 1932 dovette interrompere le pubblicazioni ma nel 1948, ormai stabilitasi a Roma nel grandioso (ma da lei non troppo amato) Palazzo Caetani, in via delle Botteghe Oscure, ne fondò un’altra altrettanto autorevole, che intitolò proprio «Botteghe Oscure».

E a chi le faceva notare che in Italia quell’indirizzo s’identificava con la sede del Partito Comunista Italiano, lei rispondeva, serafica, che «i Caetani erano lì mille anni prima del Pci». Intanto portava avanti con altrettanta determinazione l’impegno, avviato dalla suocera Ada, di recuperare i giardini inselvatichiti e paludosi di Ninfa, borgo medievale dei Caetani distrutto nel XIV secolo, che con le cure loro, e poi di Lelia, sarebbe diventato uno dei parchi più affascinanti e visitati d’Italia. Ce n’è a sufficienza per presumere di trovare una ricca bibliografia su questa donna coltissima, autonoma e determinata, mecenate degli scrittori più innovativi del suo tempo e ambientalista ante litteram.

Invece sinora poco o nulla si era scritto su di lei. A tale lacuna ha posto rimedio Esme Howard, imparentato con i Caetani, che ha suggerito prima alla Fondazione Camillo Caetani, poi alla Fondazione Roffredo Caetani, di promuovere una biografia di Marguerite. Con lui parliamo della genesi del volume La principessa americana, della studiosa Laurie Dennett, pubblicato in inglese nel 2016 (McGill-Queen’s University Press) e recentemente da Allemandi.

Mr. Howard, quali sono i suoi rapporti di parentela con Marguerite Chapin Caetani?

Hubert Howard, fratello di mio padre, sposò nel 1951 Lelia Caetani, la figlia di Marguerite, ma le famiglie si conoscevano già da generazioni, poiché mio nonno (Esme Howard, ambasciatore negli Stati Uniti dal 1924 al 1930, Ndr) serviva presso l’Ambasciata britannica a Roma e, sposato con Isabella Giustiniani Bandini, che era amica di famiglia dei Caetani, era spesso invitato a caccia, a Cisterna, da Onorato Caetani e dalla moglie Ada, i genitori di Roffredo. In seguito mio padre, che era diplomatico a Roma, grazie a Roffredo si stabilì nell’appartamento all’ultimo piano di Palazzo Caetani. Ci andai per la prima volta nelle vacanze scolastiche del 1948: avevo nove anni e non posso dimenticare il mio stupore quando, dall’immensa terrazza, vidi tutte le cupole di Roma! Nel marzo 1948 fummo invitati anche a Ninfa: un luogo incantato, di cui ricordo i narcisi e i ciliegi in fiore, i salici, e la luce straordinaria che si rifletteva sul fiume. Era un giardino romantico, selvaggio, incredibilmente affascinante.

Fu lì che incontrò Marguerite? Che ricordo ne conserva?

La conobbi a Roma e a Ninfa. La ricordo come una donna sorridente, elegante e cortese, ottima ospite ma sempre molto impegnata con i rapporti sociali. A Ninfa, però, io preferivo scorrazzare nel giardino con i miei fratelli e con gli altri bambini, ospiti come me. A Roma eravamo spesso invitati da Marguerite nel suo appartamento, a volte quando suonava Nikita Magaloff, che era amico di Marguerite e di mia madre, anche lei pianista. Anni dopo, quando mio padre tornò a servire a Roma, andavamo spesso da Lelia e Hubert (mio padrino) ma Marguerite era ormai molto anziana e stava perdendo la memoria.

Lei è il promotore di questa biografia.
Perché ha voluto realizzarla?
La Fondazione Camillo Caetani pubblicava studi molto interessanti ma accademici. Chiesi all’allora presidente, Giacomo Antonelli, di promuovere una biografia di Marguerite. L’autrice, Laurie Dennett, suggeritami dall’amico accademico americano Jay Parini, capì immediatamente che occorreva ripercorrere l’intera vita di Marguerite, anche prima dell’arrivo a Parigi nel 1900. E negli Stati Uniti trovò una quantità di documenti, molti sconosciuti, con cui ha ricomposto la sua storia dall’infanzia in poi.

L’immagine di Marguerite che ne esce è talmente positiva da farne quasi una «santa» laica. Non aveva difetti?

Normalmente, e di questo sono sicuro, era una persona gentile, amichevole e affettuosa, anche in casi in cui altri lo sarebbero stati assai meno. A volte però, come scrive Laurie Dennett, era ostinata, perfino testarda e intollerante, come quando sostenne René Char fino a scontrarsi con tutti gli amici. Poteva anche troncare improvvisamente un’amicizia stretta quando sorgeva un’incomprensione, come accadde con Jean Paulhan e con Allen Tate.

Attraverso «Commerce» e «Botteghe Oscure» Marguerite aiutò e promosse tanti giovani che sarebbero diventati dei protagonisti della letteratura. Il suo tratto distintivo era la ricerca costante del «nuovo» (l’amico Bernard Berenson un po’ la canzonava per questo). Tra gli ultimi ci fu Tomasi di Lampedusa, che le fu proposto da Elena Croce. Come riusciva a individuare questi talenti ancora sconosciuti?

I giovani aspiranti scrittori capirono presto che Marguerite pagava bene e velocemente. La voce si diffuse tra loro, che presero a presentarsi l’un l’altro a Marguerite. Gli autori già noti, invece, amavano la rivista per il suo prestigio e la sua unicità. Marguerite, infatti, si sforzò sempre di pubblicare testi inediti, il che rappresentava un magnete per tutti loro!

Come riuscì a mantenere la politica fuori da «Botteghe Oscure» negli anni roventi del dopoguerra?

Non era difficile per lei, che aveva sempre tutto sotto controllo. Rifuggiva da ogni polemica perché riteneva che la letteratura sapesse parlare da sé. Comunque, pubblicò autori notoriamente comunisti o democristiani (anche nello stesso numero), e non certo per ragioni politiche ma perché erano esempi di ottima scrittura. Del resto allora in Italia c’era una tale quantità di pubblicazioni politiche!

Marguerite era anche una collezionista d’arte: ricorda qualcosa della sua collezione?

A Ninfa c’erano pochissime opere d’arte ma nel palazzo, se ricordo bene, c’erano opere di artisti assai diversi: Balthus, Derain, Vuillard, Boudin, Severini, Morandi, che Marguerite aveva acquistato sin dagli anni di Parigi.

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