La madrina del MaXXI

Margherita Guccione di nuovo direttrice della sezione Architettura del Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Margherita Guccione. Foto Simone Cecchetti
Guglielmo Gigliotti |

Margherita Guccione (Roma, 1953), da gennaio di quest’anno è tornata a dirigere il MaXXI Architettura, dopo essere stata a capo della Direzione generale creatività contemporanea da aprile a dicembre 2020 (al suo posto ora c’è Onofrio Cutaia; cfr. n. 416, apr. ’21, p. 3). Del Museo nazionale delle arti del XXI secolo, l’architetto Guccione è da considerare la «madrina», avendo collaborato dal 2000 alla sua concezione e costruzione, e dal 2010 alla direzione della sezione Architettura (l’altra anima del museo è il MaXXI Arte, affidata alla direzione di Bartolomeo Pietromarchi). Essendo la dirigente più longeva del museo, è anche la maggior interprete del suo spirito.

Architetto Guccione, sente questa responsabilità?

Direi di sì, è una grande responsabilità. Ma una responsabilità condivisa, il MaXXI è un’intelligenza collettiva. Insieme abbiamo sempre deciso di non accontentarci mai dei risultati raggiunti.

Sta mutando l’idea di museo?

È mutata, muta e muterà. L’istituzione museo non esiste da sempre, ha poco più di due secoli, e la sua capacità di sopravvivenza dipenderà dalle sue capacità di trasformazione. Il museo futuro deve entrare sempre più nella vita delle persone, essere soggetto attivo, produrre opere, fare scelte. Zaha Hadid (l’architetto progettista del MaXXI, Ndr) diceva che il museo è un luogo che deve creare benessere. Ma questo oggi è possibile solo se esso si fa motore di cultura e fabbrica di pensiero e non solo polo di conservazione.

Queste nuove prospettive sono effetti culturali anche della pandemia?

Sì, siamo stati costretti a capire come muoverci nel nuovo paesaggio creato dall’equilibrio tra il digitale e la presenza fisica. Stiamo capendo che il digitale non sarà più accantonato, perché si offre come modo per guardare il mondo con occhi diversi. Non è l’opposto del reale, ma un suo potenziamento, se ben gestito.

Il lavoro che svolge le permette di conoscere in modo globale lo scenario dell’architettura. Come sta di salute l’architettura?

È in una fase di profonda trasformazione, la crisi ha permesso di accantonare l’idea di architettura eclatante, destinata alla comunicazione di se stessa, per recuperare, invece, una dimensione di intensità e presenza sociale: la sostenibilità, per esempio, non è più solo una parola, ma una via. La pandemia ha fatto fare uno scatto.

Qual è il contributo che gli architetti possono dare al mondo che cambia?

Gli architetti sono tenuti, nei prossimi anni, a rispondere a nuove esigenze, in collaborazione con scienziati, filosofi, tecnologi. Già questa contaminazione è una novità. C’è una nuova consapevolezza. Aldo Rossi, di cui ospitiamo fino a ottobre una mostra, si trovò ad affrontare la Milano della ricostruzione. Oggi abbiamo il Recovery plan.

Che cosa ci insegna Aldo Rossi?

Rossi è un pezzo della storia dell’architettura italiana, ci ha raccontato che l’architettura è, appunto, pensiero, capacità di rilettura e risignificazione del passato. E la mostra mette in scena il pensiero di Aldo Rossi, creando un paesaggio onirico, puntellato però di opere nel concreto: una dimensione multipla che ha attratto molti giovani studenti di architettura.

Esiste un metodo particolare per «comunicare» l’architettura, ossia per esporre immagini e documenti di opere che sono altrove?

Bisogna lavorare per volumi e non per superfici, ovvero sviluppare metafore spaziali del mondo di un architetto. Al MaXXI, aiutati anche dagli ambienti fluttuanti progettati da Zaha Hadid, lo abbiamo fatto, tra l’altro, per le mostre di Luigi Moretti (allestita da Aldo Aymonino), della stessa Hadid, di Le Corbusier. Bisogna evitare la politica del white cube, statico e neutrale, ma esporsi con una tesi, articolare un discorso, proporre percorsi, rischiare negli spazi museali.

Quali saranno le mostre future?

La prossima sarà «Buone nuove», sulle donne architetto. Cioè su tutte quelle professioniste che hanno avuto un ruolo nella trasformazione del metodo progettuale. Parleremo di quelle che operavano nell’ombra, di quelle emerse perché in coppia con un uomo, come Franca Helg con Franco Albini, o Afra Bianchini con Tobia Scarpa, di chi ha lottato per la propria autonomia, come Lina Bo Bardi, e poi degli architetti donna dell’ultima generazione: le «buone nuove» sono le donne uscite finalmente dal cono d’ombra.

Ora anche lei, donna, dirige il più importante museo d’architettura italiano.

La mostra forse parla anche un po’ di me, ma più estesamente del MaXXI, dove i gruppi di lavoro sono costituiti per il 90% da donne. Eppure c’è sempre un tetto di vetro che è ancora da sfondare nella società…

Come direttrice del contemporaneo lei ha cocurato la mostra «Italia in-attesa» a Palazzo Barberini fino al 13 giugno, con 12 fotografi che raccontano paesaggi urbani svuotati dall’emergenza sanitaria, ha ideato «Città sospese. I siti italiani Unesco nei giorni del lockdown» a Palazzo Poli, e ispirato l’open call fotografica «Refocus», dedicata a fotografi sotto i 40 anni, sempre per immagini del territorio.

Un giorno, durante il lockdown più duro, mi ha chiamato il ministro Franceschini chiedendomi di trovare il modo di raccontarlo mediante l’arte contemporanea. La risposta è stata questa.

C’è una mostra impossibile che vorrebbe allestire?

Ho sempre sognato una mostra interamente dedicata all’ingegneria. Ecco, la inaugureremo nel 2022.

Perché ha lasciato la Direzione generale Creatività contemporanea?

Perché sono andata in pensione. Speravo in una dilazione della scadenza, ma non è avvenuto. Quindi sono felice di essere stata rinominata dal Cda del MaXXI nell’incarico precedente.

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