La dinastia dei Russo

Un libro racconta gli oltre 120 anni di tradizione di una galleria da cui è passata buona parte della storia dell’arte moderna, da Fattori a Balla, dalla Scuola Romana a de Chirico, da Arturo Martini a Guttuso, sino a Boetti e Paladino

Fabrizio Russo con la figlia Francesca Romana davanti a «Le due sorelle» di Felice Casorati. Fabrizio con il padre Salvatore Russo e Nicola Campigli, figlio dell’artista.
Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Non lasciare mai nulla di interrotto», diceva il gallerista Salvatore Russo all’allora giovane figlio Fabrizio, ora suo successore, «devi chiudere il cerchio, sempre e comunque». La chiusura del cerchio. Oltre un secolo di storia della Galleria Russo, un libro edito da Maretti e scritto da Francesca Romana Morelli, racconta la saga della galleria più longeva d’Italia, quella di una dinastia di mercanti d’arte che, per quattro generazioni, a principiare dal 1898, ha dato vita a una costellazione di spazi espositivi distribuiti dal sud al nord della Penisola.

Il cerchio tuttavia si apre e si chiude (ma mai del tutto, è già operativa la quinta generazione) a Roma, nell’area del Tridente, dove Pasquale Addeo, bisnonno di Fabrizio Russo, apre una prima galleria antiquaria. Con vetrina che affaccia al numero 75 di via del Babuino, Addeo commercia inizialmente in mobili antichi e in opere medievali, aprendosi progressivamente alla pittura del secondo ’800 italiano, comprando direttamente da Giovanni Fattori, ma occupandosi anche di Palizzi, Morelli, Cabianca, Ranzoni, Michetti, Mancini e del giovane Armando Spadini. La figlia di Addeo, Elsa, sposerà Franco Russo (1908-60), che porterà avanti l’attività del suocero fino all’improvvisa morte.

L’attività sarà proseguita dal figlio Salvatore, ma nel frattempo, esattamente nel 1948, Ettore e Antonio Russo, fratelli di Franco, aprono in Piazza di Spagna la galleria La Barcaccia. I due sono autori oculati di uno scatto imprenditoriale che eleva la griffe dei Russo a contrassegno nazionale di arte anti avanguardistica di qualità: Pirandello, Levi, E. Broglio, Campigli, Fazzini, Cavalli, Rosai, Trombadori, e poi, con la galleria La Gradiva aperta a Firenze e trasferita a Roma, Gentilini, Sassu, Sughi, Manzù, Bueno.

Ma soprattutto Giorgio de Chirico. Il rapporto con il Pictor Optimus, fondato sull’esclusiva nazionale e la tutela legale dai falsi, durerà vent’anni, fino al 1967. A suggellarlo anche una questione d’ordine topografico: de Chirico e la moglie Isa Far vivono dal ’47 in piazza di Spagna, quindi, tra casa e galleria, per il pittore ci sono di mezzo un centinaio di metri, corrispondenti peraltro al primo tratto delle sue consuete passeggiate mattutine. Di qui le promenade proseguivano sovente in compagnia proprio di uno dei fratelli Russo, verso via Condotti, per un caffè, o ad ammirare vetrine di antiquari in via del Babuino.

Non si parlava mai del commercio di quadri, per tale tema c’erano i solidi contratti. In quello del ’57, per esempio, Ettore e Antonio Russo si impegnavano a versare un mensile fisso di 2,5 milioni di lire (l’equivalente odierno di 36mila euro), in cambio di 12 opere, con relative dimensioni prestabilite. L’accordo del ’64, invece, prevedeva l’anticipo da parte dei Russo della somma di 20 milioni di lire, dalla quale detrarre progressivamente l’importo delle opere via via consegnate. In forma di poesia giocosa vergata all’istante, così si rivolse de Chirico un giorno ad Antonio Russo: ...«non dimandar mai quadri / Che gioia a volte ed affanno / Le richieste tue mi danno / E non le so fuggir».

Più seria fu la richiesta che, nel contesto di rinnovati accordi commerciali, fece nel ’58 l’inventore della pittura metafisica, pregando segretamente i Russo di telefonare alla consorte Isa Far, onde «evitare ulteriori discussioni (tra me e mia moglie) che, vista la mia enorme sensibilità, potrebbero far sì che il mio fisico se ne risentirebbe». Ramificatosi in sedi distribuite in altre città (Milano, Napoli, Lecce, Padova, Messina) e centri termali frequentati dal jet set, l’universo galleristico dei Russo si fa scenario, nei vernissage, di apparizioni di esponenti della politica italiana, in rappresentanza dell’intero arco parlamentare: dal comunista Amendola ai socialisti Nenni e poi Martelli, al socialdemocratico Saragat, ai democristiani Andreotti, Segni, Leone e Fanfani. Quest’ultimo esporrà anche come pittore.

Fabrizio Russo entra in galleria ventenne nell’84 e dal ’94 ne è titolare. È la chiusura del cerchio, per quanto riguarda l’espansione dei settori e la scientificità della produzione culturale. Accompagnato da uno staff di collaboratori, Russo ha prodotto mostre di futuristi della prima ora (con opere di Balla, Boccioni, Severini, Russolo) e della seconda (Prampolini, Dottori, Depero, Thayaht, Peruzzi), ma ha anche promosso il catalogo generale dell’opera di Duilio Cambellotti, che Daniela Fonti e Giovanni Tetro stanno portando a termine. Nelle sue mostre, accompagnate da corposi cataloghi, figurano opere di Donghi, Morandi, Martini, Marini, Sironi, Casorati, Mirko, Ferrazzi, Wildt, ma anche Modigliani, Gauguin, Matisse.

Nelle sedi aperte per brevi periodi a Milano e a Istanbul ha presentato anche artisti contemporanei (Floreani, Giannoni, Ottieri, Zefi). A chi lo taccia di conservatorismo risponde con un adagio proferito dal prozio Antonio Russo, amato dal padre Salvatore, e ora da lui: «L’arte di moda è passeggera».

© Riproduzione riservata «Senza titolo» (1983) di Mimmo Paladino.
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