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Guglielmo Gigliotti
Leggi i suoi articoli«Bice Lazzari. Linguaggi del nostro tempo» è una mostra con cui la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma omaggia, dal 10 febbraio al 3 maggio, una delle più importanti pittrici italiane del ’900. Nata a Venezia nel 1900 e morta a Roma, dove si recherà trentacinquenne, nel 1981, distende tra queste due polarità geografiche e culturali un discorso sul segno e il colore che l’hanno resa una pioniera dell’arte astratta italiana: «Con questa grande esposizione a Roma si chiude il cerchio, dice il curatore della mostra Renato Miracco, il maggiore esperto della pittrice veneto-romana. Ho curato mostre sue in America, a Londra, ma questa di Roma suscita in me un’emozione particolare. È la sua città d’elezione, qui ha vissuto, è morta, ed è nato l’Archivio Bice Lazzari, che ha collaborato attivamente a questa mostra. Qui è stata amica di Dorazio, Perilli, Afro, Rotella, ha ammirato Burri, ed è stata ammirata da Emilio Villa». Oltre 150 opere raccontano questa storia che si dipana tra i fatti d’arte italiani del secolo XX con la grazia con cui l’artista tracciava aerei percorsi lineari su stesure trasparenti di colore. Si vedrà il principio di tutto, una pittura figurativa negli anni Trenta ridotta all’essenziale, come essenziali saranno le coeve decorazioni per stoffe, cuscini, gioielli e arazzi: la prima palestra «astratta», luogo di elaborazione di un segno che, nel secondo dopoguerra, diventerà autonomo protagonista di una pittura all’avanguardia.
A Palazzo Citterio, a Milano, sede della prima tappa della mostra, non era rappresentato l’importante versante delle arti applicate, praticate da Lazzari già sin dagli esordi, quando si iscrisse ai corsi di Decorazione dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, perché le lezioni di pittura, per gli studi sul nudo, erano ritenute inappropriate per una signorina di inizio secolo. Bice Lazzari, come i saggi nel catalogo Allemandi mettono in luce, fu infatti anche una pioniera in quanto donna in cerca della libertà espressiva. Fu la mostra «L’altra metà dell’avanguardia 1910-1940», curata da Lea Vergine per il Palazzo Reale di Milano nel 1980, poi trasferite al Palazzo delle Esposizioni di Roma, a lanciare internazionalmente come artista e come donna Bice Lazzari. «Non fece mai parte della compagine agguerrita del femminismo, capeggiata da Carla Accardi e Carla Lonzi, spiega Miracco, e non fece mai parte di nessuna compagine, essendo di circa venti anni più giovane dei fondatori di Forma 1 e di tutti i componenti dei gruppi di innovazione linguistica. È per questo che è un’artista ancora da riscoprire. Il suo alfabeto misterioso è ancora da decifrare, e la sua poetica da valorizzare in pieno, quel suo attenersi all’armonia. Diceva: “Tutto in me deve essere armonico”». Una poetica intrisa dell’amata musica (si iscrisse anche al Conservatorio di Venezia), di lirismo e insieme rigore. Quello che guida la mano in «Astrazione di una linea n. 2» (1925-27), prima opera aniconica dell’arte italiana. La versione «n. 1» la donò a Palma Bucarelli, che acquistò anche un ulteriore lavoro, ora in mostra al museo che diresse per oltre quarant’anni. Due donne molto diverse, ma che si capivano in profondità.
Bice Lazzari, «Misura-Doppio ritorno», 1967, Washington, National Museum of Women in the Arts. Foto: Lee Stalsworth