Infinito Luigi Ghirri

A trent’anni dalla scomparsa del grande fotografo emiliano un nuovo documentario fa luce sul suo immaginario

© Eredi Luigi Ghirri
Anna Aglietta |  | Roma

Il 15 ottobre, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma, è stato presentato in anteprima assoluta presso il Museo MaXXI  il documentario «Infinito. L’Universo di Luigi Ghirri», diretto da Mattia Parisini.  A trent’anni dalla scomparsa del grande fotografo, il cortometraggio, servendosi delle sue immagini e dei suoi scritti, ne ripercorre le orme attraverso la periferia padana degli anni ’70.

Uno dei più importanti (forse il principale) esponenti della fotografia italiana del Novecento, Ghirri rivoluzionò i canoni di quest’arte, che all’epoca ancora faticava a smarcarsi dalla pittura. Le sue fotografie, caratterizzate da colori delicati, pallidi, raccontano con uno sguardo ironico i paesaggi italiani.

Nonostante il fulcro del suo lavoro siano «le conquiste dell’uomo», le persone occupano un posto di secondo piano nell’opera dell’artista, che integra con maestria elementi architettonici alle vedute naturali. Soffermandosi su elementi all’apparenza banali, insignificanti, con ogni sua immagine Ghirri costruisce delle storie il cui significato sembra sempre sul punto di affiorare, ma senza mai mostrarsi del tutto.

L’aspetto ingenuo delle foto è in realtà frutto di una riflessione evidente nei suoi numerosi scritti, in cui afferma che il suo lavoro nasce da un’esigenza di «tradurre  e interpretare il reale, il pensiero, la memoria e l’immaginazione».

I richiami all’arte concettuale sono evidenti, come anche è tangibile, nella ricercata attenzione ai dettagli e nella straordinaria capacità di osservazione e analisi dell’immagine, l’impatto della formazione da geometra, mestiere che Ghirri esercitò fino al 1974, quando, motivato dalla moglie Paola Borgonzoni, decise di dedicarsi completamente alla fotografia.

In poco più di un’ora (73’), «Infinito. L’Universo di Luigi Ghirri» presenta al contempo un’interpretazione della visione artistica del fotografo e una retrospettiva delle sue fotografie, molte inedite, di cui allo spettatore rimane la sensazione di un’estetica quasi fiabesca, e tuttavia ancorata nel reale.

Centrale al documentario è il desiderio di mostrare il senso dello stupore e della meraviglia di Ghirri, il cui obiettivo è di «recuperare lo sguardo che osserva tutto come se fosse la prima e l’ultima volta, che si meraviglia anche solo di fronte al miracolo della luce».

Emblematico è l’episodio, raccontato dalla figlia Ilaria e che ispira il titolo del documentario, in cui Ghirri crea una serie di fotografie del cielo che, con i suoi continui cambiamenti, diventa un simbolo dell’infinito.

Per riuscire a dare un’idea di Ghirri uomo e artista, il regista Parisini si affida a diversi mezzi: gli scritti del fotografo, che nel documentario vengono interpretati dalla voce di Stefano Accorsi, ne svelano l’immaginario, le riflessioni esistenzialiste, gli slanci poetici;  le interviste con colleghi, amici, critici dell’arte e membri della famiglia ne raccontano il processo creativo e dipingono un ritratto affettuoso e completo della sua storia, del suo carattere e delle sue motivazioni professionali e personali; i filmati che mostrano Ghirri al lavoro permettono di costruirsene un’immagine mentale.

Prodotto da Lorenzo Cioffi per Ladoc, il documentario è stato realizzato con il sostegno della Regione dell’Emilia-Romagna e del Comune di Modena, grazie alla collaborazione di Adele Ghirri e Eredi Luigi Ghirri. Prodotto anche con Sky Arte, sarà distribuito da Rai Com.

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