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Opinioni

In Banksy we trust

L'Euipo cancella per malafede la registrazione del marchio del «Flower thrower»

«Flower thrower», di Banksy

Che il tentativo di Banksy di utilizzare la registrazione del marchio come un «elisir di lunga vita» capace di donare l’immortalità ai diritti sulle immagini delle opere, non fosse compatibile con il diritto d’autore che ha come termine finale quello di 70 anni dalla morte del creatore o dalla pubblicazione per le opere anonime o pseudonime, l’avevamo già scritto al tempo del contenzioso riguardo alla mostra tenutasi al Mudec di Milano, ma oggi ci pare, forse, ancora meno «giusto» che un’icona di pacifica antibelligeranza sia venduta per 2,99 sterline sul sito Full Color Black che stampa biglietti d’auguri, invece che sostenere l’acquisto di un’altra lifeboat per il soccorso dei disperati nel Mediterraneo.

Il «Flower thrower», marchio Eu 12.575.155, registrato il 29 agosto 2014 dall’«archivio dell’artista» dall’ignota identità, il Pest Control Office Limited, e cancellato dall’agenzia dell'Unione Europea Euipo (European Union Intellectual Property Office) con decisione del 14 settembre 2020 per registrazione in mala fede, ab origine nasce, però, come graffito, comparso nel 2003 sul muro che separa Israele dai territori palestinesi e, quindi, cadrà in pubblico dominio nel 2073.

Lo street artist di Bristol, infatti, ancora prima che la sua pagina Instagram da 10,2 milioni di followers diventasse il suo catalogo ragionato, si era assunto la paternità, pubblicando sul libro Wall and peace nel 2005 sia la fotografia dell’originale sul muro di Betlemme, sia il disegno grafico, poi registrato come marchio, dichiarando nel colophon di esserne l’autore e senza che da ciò derivasse alcuna opposizione o pubblica rivendicazione da parte di terzi.

La paternità del lanciatore di fiori è, poi, pacificamente riconosciuta anche negli ambienti culturali e proprio in questi giorni due esemplari in serigrafia di «Love Is In The Air (Flower Thrower)» sono esposte in Italia alle mostre su Banksy a Roma ai Chiostri del Bramante e a Ferrara a Palazzo dei Diamanti.

Posto che la Convenzione di Berna all'art. 15 prevede che: per le opere anonime e per le opere pseudonime «l'editore, il cui nome sia indicato sull'opera, è, senza necessità di altre prove, considerato quale rappresentante dell'autore; in tal veste egli è legittimato a salvaguardarne e a farne valere i diritti», è ragionevole aspettarsi che la Century (The Random House Group Limited, Londra) provveda in una prossima puntata a richiedere tutela per il lanciatore di fiori invocando questa volta il diritto d’autore senza bisogno che Banksy rinunci al suo superpotere (l’invisibilità).

La decisione dell’Euipo potrà, inoltre, essere impugnata ai sensi dell’art. 67 dell’Eutmr nel termine di due mesi poiché il concetto di «malafede» nel diritto industriale è in divenire e «non esiste una definizione giuridica precisa del termine», né una casistica univoca. Infatti, proprio nelle sue Conclusioni rese il 4 aprile 2019 nella causa C-104/18 l’Avvocato Generale aveva evidenziato in proposito che «la Corte non ha ancora elaborato una definizione esauriente della malafede».

Le motivazioni su cui si fonda la decisione dell’Euipo non appaiono, peraltro, assolutamente condivisibili sia nel punto in cui interpretano l’assioma «copyright is for losers» quale sinonimo di rinuncia al diritto, sia quando affermano che un’opera di street art non abbia diritto alla tutela autoriale.

E in ciò potrebbero contribuire in soccorso di Banksy anche i suoi 10,2 milioni di follower e l’applicazione del principio di diritto teorizzato da Henri Lévy-Bruhl, «secondo cui la funzione della prova (nel nostro caso della mala fede) è quella di attirare sulla sentenza la ratifica della collettività nel cui nome essa è pronunciata», collettività che è già riuscita a salvare Kris Kringle, alias Babbo Natale, dalla reclusione in manicomio compiendo il Miracolo sulla 34ma strada nel pluripremiato film del 1947, come scritto da Bruno Cavallone nella Borsa di Miss Flite.

Gloria Gatti, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020

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