Il Supersegretario Nastasi lascia il MiC per la Siae

Il potente capo di Gabinetto di cinque ministri (da Bondi a Franceschini), neopresidente della Società Italiana degli Autori ed Editori: «Non esiste politica culturale di destra o di sinistra»

Salvo Nastasi. Foto Emanuele Antonio Minerva © Ufficio Stampa e Comunicazione MiC
Alessandro Martini, Edek Osser |

Neopresidente della Siae, la Società Italiana degli Autori ed Editori (dal 5 settembre), Salvatore Nastasi detto Salvo (Bari, 1973) dalla prossima settimana lascia i vertici della struttura gerarchica del Ministero della Cultura (MiC), subito sotto Dario Franceschini che tre anni fa l’ha chiamato al ruolo di segretario generale. Avvocato esperto in legislazione dei beni culturali, ha percorso una carriera rapidissima, tutta all’interno della pubblica amministrazione, al Ministero della Cultura. Vi è entrato a 27 anni, assunto dopo aver vinto il concorso. Due anni dopo è già dirigente e, dal 2002 al 2004, è vice capo dell’Ufficio legislativo del Ministero. Dal 2004, per 11 anni è direttore generale Spettacolo dal vivo e riveste compiti di commissario in importanti istituzioni pubbliche (Teatro San Carlo di Napoli, Arena di Verona, Maggio Musicale Fiorentino ecc.). Lavora con cinque ministri di Governi diversi: Sandro Bondi, Giancarlo Galan, Lorenzo Ornaghi, Massimo Bray e Dario Franceschini Sandro Bondi, Giancarlo Galan, Lorenzo Ornaghi, Massimo Bray e Dario Franceschini che nel 2019 lo nomina segretario generale. Il suo ruolo è stato di importanza strategica: ha coordinato le Direzioni generali in ogni settore del Ministero e, tra i tanti compiti, ha avuto il compito di verificare l’attuazione di programmi, indirizzi e strategie decise dal ministro.

Quale ulteriore impegno l’aspetta come presidente della Siae? E quale continuità vede rispetto al suo ruolo all’interno del Ministero?
Il primo e più importante impegno sarà sicuramente la nuova frontiera della tutela dei diritti d’autore nel mercato digitale. L’impetuoso sviluppo degli Nft, che interessa in particolar modo le arti visive ma non solo, la crescita dello streaming, divenuto ormai la modalità predominante di ascolto della musica, la moltiplicazione e l’espansione delle piattaforme sulle quali fruire con ogni tipo di dispositivo i prodotti cinematografici impongono il ripensamento di un mercato che deve tener maggiormente conto della creatività degli autori, dei compositori e degli esecutori. Va riconosciuto maggior valore al genio di chi realizza un’opera, sia essa un film, un libro, una canzone, un libretto operistico, una poesia, una coreografia. Il lavoro creativo non può e non deve essere svilito: va garantita la giusta remunerazione a chi, con fatica, passione e intelligenza, offre a tutti noi la possibilità di sognare, di pensare e di riflettere. In questo, vedo una totale continuità con quanto fatto da segretario generale del Ministero della Cultura dove, sotto la guida di Dario Franceschini che ringrazio per la fiducia accordatami in tutti questi anni, ho cercato di impegnarmi per la miglior tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano.

Uno dei temi importanti di cui molto si sta discutendo è la necessità di liberalizzare i diritti di riproduzione delle immagini del patrimonio artistico dello Stato. Il Piano nazionale di digitalizzazione conferma il pagamento per l’uso commerciale delle immagini, anche se lascia libertà di decisione ai singoli musei. Qual è la sua posizione in merito? Come pensa che dovrebbero muoversi il Ministero e la Siae?
Da funzionario pubblico devo ricordare che esiste una precisa disposizione di legge al riguardo, voluta dall’allora ministro Alberto Ronchey e integralmente transitata nel Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, che lascia alle singole istituzioni culturali la necessaria autonomia nello stabilire le tariffe dovute pur rispondendo al principio sacrosanto e inderogabile che i diritti di riproduzione del patrimonio culturale pubblico, che non sia per fini di studio, ricerca o cronaca, vanno corrisposti. Il ministro Franceschini ha liberalizzato le foto per i visitatori dei musei, ma solo per uso personale. Di pari passo, la legge sul diritto d’autore riconosce la giusta remunerazione agli artisti per la riproduzione delle loro opere, e in questo la Siae si sta sempre più adoperando per la sua piena applicazione. Se si realizza un utile di qualsiasi tipo attraverso la riproduzione di un’opera d’arte, ciò non può escludere i titolari dei diritti su quell’opera. Ogni passo ulteriore va ben ponderato, perché siamo in una fase molto delicata in cui la rivoluzione digitale apre questioni importanti in questo settore.

Franceschini è stato, anche per la durata del suo mandato, uno dei ministri della Cultura più incisivi e determinanti. Quali sono stati a suo parere i suoi maggiori meriti e quali gli esiti più importanti della sua azione? E quali invece i punti delle sue riforme che andrebbero rivisti o corretti?
Ha avuto l’opportunità di esercitare per un lungo periodo il suo mandato, caratterizzato da una considerevole capacità di visione e da una notevole forza nel porre in essere riforme e progetti. Un’azione radicale, che ha in Pompei uno dei suoi simboli più significativi: al suo arrivo al Dicastero nel 2014 era famosa in tutto il mondo per i crolli; grazie all’opera di Massimo Osanna, insigne archeologo da Franceschini fortemente voluto alla guida del sito e che ora dirige con sapienza tutti i musei statali italiani, le rovine dell’antica città romana sono tornate a nuovo splendore e il mondo ora ce le invidia. Dalla riforma dei musei, in cui un ruolo determinante ha avuto il suo ex capo di Gabinetto Lorenzo Casini, alla creazione del Fondo Cinema, con un tax credit finalmente importante e reso permanente, non c’è settore del Ministero che non abbia conosciuto la sua attenzione e la sua cura, con effetti che saranno durevoli nel tempo. Inevitabilmente, un’azione così incisiva richiederà degli aggiustamenti negli anni a venire, che dovranno tener conto dei mutamenti di contesto. Ma l’impianto è solidissimo e ci viene lasciata un’importante eredità.

Il Ministero deve risolvere alcuni nodi importanti, primo fra tutti quello del personale, insufficiente soprattutto nelle Soprintendenze territoriali. Che cosa si sta facendo e si dovrebbe fare?
Nell’ultimo biennio sono state poste le basi per un’importante stagione di concorsi, in parte già in essere con la procedura per la selezione di 75 allievi del corso-concorso per dirigenti tecnici del MiC promosso dalla Scuola del Patrimonio e con l’assunzione dei 1.052 assistenti alla fruizione e alla vigilanza, che stanno prendendo servizio in queste settimane in diversi luoghi della cultura statali in tutto il territorio nazionale. Presto arriveranno i concorsi anche per i funzionari tecnici (architetti, storici dell’arte, bibliotecari, archivisti ecc.) per riportare a regime gli organici del Ministero.

Per rimediare alle carenze di organico si parla di un ricorso sempre più massiccio ad Ales, la società in house del Ministero: può essere una soluzione temporanea in attesa dei concorsi pubblici?
Ales è divenuta la società in house del Ministero ed è del tutto naturale che assolva anche a questo compito, senza distogliere dalla necessità di provvedere ai concorsi.

Che cosa prevede per gli oltre 40 musei statali dotati di autonomia? Magari una maggiore autonomia, anche finanziaria e per le assunzioni? Oppure si rischia piuttosto una stretta sull’assunzione di direttori stranieri?
Al momento la legge non permette quel tipo di autonomia: il personale del Ministero è assunto su base nazionale, seppur con la distribuzione nelle diverse realtà sul territorio a seconda dei fabbisogni e dei posti disponibili. Il dibattito è aperto, ma bisogna considerare che è in corso un ripensamento in chi in passato ha adottato un modello di maggiore autonomia, come ad esempio il sistema museale francese: la possibilità nel corso della carriera di lavorare in più realtà culturali contribuisce alla crescita delle professionalità tecniche dei beni culturali a tutto vantaggio della tutela e della promozione del patrimonio.

Quali saranno a suo parere i temi e i problemi prioritari a cui dovrebbe dedicarsi il prossimo ministro?
Lascio alla politica questa risposta. Io sono un tecnico, nato e cresciuto nell’Amministrazione dei Beni culturali, e ho sempre messo a disposizione le mie capacità per la realizzazione degli obiettivi determinati dal vertice politico, individuando le migliori soluzioni. Ora per me si apre una nuova sfida, dopo anni al vertice delle istituzioni. Metto la mia esperienza al servizio degli autori e degli editori italiani, in un dialogo costante e produttivo con chi guiderà il Paese in generale e il mondo della cultura in particolare nel superiore interesse della tutela della creatività.

Esiste a suo parere una politica culturale di sinistra e una di destra? In che cosa si differenziano?
La politica culturale è una sola, per fortuna, e non può che andare verso la cura e l’amore per il nostro straordinario patrimonio, frutto delle innumerevoli civiltà sviluppatesi nei millenni sul nostro territorio e alimentato dalla creatività di cui siamo ancora capaci, come dimostrano i tanti riconoscimenti internazionali alla cultura italiana.

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