Il ricordo di Augusta Monferini

Fiancheggiava la contemporaneità con le certezze della storia

Augusta Monferini (Ancona, 16 agosto 1934-Roma, 10 giugno 2022)
Anna Imponente |

Dare conto della lunga e ammirevole vitalità intellettuale di Augusta Monferini, figura di spicco nella cultura italiana contemporanea, è come affrontare un mare sempre più profondo quanto più in là si naviga. Era una storica dell’arte attratta dalla ricerca di autori del passato audaci e vicini alla nostra sensibilità, quali il Sassetta, pittore di scarne sintesi formali e coloristiche, e Piranesi, con una visionarietà drammatica monocroma.

È stata funzionaria dell’amministrazione in un periodo in cui al di là delle competenze assegnate fiancheggiava la contemporaneità con le certezze della storia. Per rendere ragione dei meriti di direttrice della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, dal 1982 al 1994, una riflessione è che cercava affrancamento dai limiti posti allora dalla burocrazia alla sua missione appassionata. Imprimeva guizzi di diplomazia nelle comunicazioni ministeriali, lettere altrettanto impegnative di quelle indirizzate in privato a colleghe e amiche, e convincenti come le sue raffinate pagine di critica. Capitava di ascoltare giudizi sugli artisti formulati come in una lezione improvvisata per pochi adepti fortunati. In questo offrire pareri era permeabile a osservazioni e consigli: farsi formare, qualche volta essere protetti, dava a noi apprendisti la possibilità di perfezionare il mestiere.

C’è stata poi a seguire la carriera di direttrice della rivista «Storia dell’Arte», massimo riferimento anche per studiosi internazionali, di cui generosamente aveva accolto l’eredità editoriale e il peso di una sapienza condivisa con altri esperti. Il lavoro in Galleria era ispirato alla considerazione che il museo, soprattutto uno di arte moderna, per rimanere aggiornato è fatto di numeri inventariali in perenne crescita e di un archivio fotografico connesso alla produzione dei grandi maestri, che con metodo filologico costituisce una raccolta utopica onnicomprensiva.

Per fare tutto questo occorreva un lavoro di critica militante fuori dal tempio austero del Museo, bisognava frequentare studi di artisti a volte umbratili, conquistarne la fiducia. Per trovare soluzione alla cronica mancanza di fondi pubblici per gli acquisti, si dava loro visibilità con mostre donazioni. Così in un decennio magico e fruttuoso si sono accresciute le collezioni con esempi chiave delle poetiche di alcuni protagonisti dell’arte italiana del secondo Novecento, da Mastroianni a Corpora a Turcato e Consagra. E attraverso eredi, fondazioni e sponsorizzazioni private si sono consolidate le acquisizioni di opere di de Chirico, Guttuso, Fontana, Capogrossi, Clerici. Come pure è stato definito l’insperato quanto ambizioso acquisto di un Van Gogh.

Si aveva la piena sensazione che la traboccante energia di Augusta Monferini, capace di produrre eventi di caratura e prestigio mediatici a ritmo serrato, fosse temprata anche da un intenso e costante allenamento fisico: jogging nel parco in città, nuoto nelle acque del Mediterraneo, discese sulle nevi dolomitiche. In questo misurarsi idealmente con quanto aveva confessato Jean-Jacques Rousseau, cioè che il pensiero segua il movimento del corpo, trovava la mia empatia. Lei rispondeva agli inviti dei musei stranieri e si coglievano connessioni con i musei più remoti. Il lontano Oriente, il confronto con la cultura giapponese sono stati pionieristici banchi di prova e di scambio. Le sculture di Manzù e di de Chirico assieme ai dipinti entravano in mostre nei musei di laggiù. E qui a Roma nella Galleria irrompeva il movimento Gutai e la fusione con l’occidente proposta da Shu Takahashi. Mentre il Ministero degli Affari Esteri mediava e affiancava il ruolo propulsivo del museo stringendo accordi culturali di cui si assumeva l’onere finanziario per Biennali e Triennali in giro per il mondo.

La Galleria si configurava all’epoca come una Soprintendenza speciale territoriale con una serie di piccoli musei satelliti appartati e interessanti nella capitale e fuori, con il museo Manzù di Ardea. Per le competenze specialistiche nel restauro del contemporaneo è stato possibile salvare un inedito murale di Afro del 1946 nei pressi di via Veneto: su quattro lati, ritraeva in bozzetti i maggiori scrittori, registi, attori, artisti che si erano dati appuntamento a Roma dal secondo dopoguerra, compresa Palma Bucarelli.

Anche Augusta Monferini aveva portato in Galleria lo stile della sua personale eleganza che suonava come invito a misurarsi con la sobrietà dei colori di preziose giacche destrutturate qualche volta segnate dalla presenza degli amati gatti, camicie seriche monacali e confortevoli per interminabili giornate lavorative. Sembra di sentire risuonare ancora nei saloni, coperto da altre voci lo scroscio di una risata fragorosa, l’intelligenza dei motti di spirito che irrompevano in un Museo dai mille volti e metamorfosi per i continui cambiamenti al passo con l’epoca. L’affiancare il suo cognome a quello di Calvesi accrescevano forza, spessore e credito del suo operato, senza riceverne per questo ombra. L’opera ambientale di Mario Ceroli, che ritrae lei e Maurizio nella biblioteca di casa, ha suggellato nelle sagome ritagliate e affrontate nel legno come una coppia rinascimentale, un incontro di irrinunciabili intese.

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