Il Realismo magico di Antonio Donghi a Palazzo Merulana

Una quarantina delle opere del maestro della quiete, ricercatissime dai collezionisti, in una mostra a cura di Fabio Benzi

Antonio Donghi, «Gita in barca» (1934), olio su tela
Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Con la mostra «Antonio Donghi. La magia del silenzio», dal 9 febbraio al 26 maggio nel romano Palazzo Merulana, lo storico dell’arte Fabio Benzi intende far definitivamente luce sul pittore nato, vissuto e morto a Roma (1897-1963). Oltre 40 dipinti raccontano l’avventura nella dimensione calma e sospesa di un pittore a tutti noto, ma veramente poco conosciuto, se non altro dal lato umano. Benzi è andato dapprima alla ricerca delle fonti iconografiche di tanta magia donghiana: e dai raffronti sono usciti, non solo Giotto o Piero della Francesca o, già menzionato da Longhi, Orazio Gentileschi, ma anche Bronzino, Holbein, Giulio Romano, Raffaello. E poi il cinema espressionista.

Tutto ebbe inizio da una mostra di Ubaldo Oppi del 1922 alla Casa d’arte Bragaglia: per Donghi fu una folgorazione verso la fissità astratta e allusiva delle figure. «Una vera conversione, da pittore banale ad artista eccelso, amatissimo da critici e compagni di strada, racconta Benzi Il suo realismo magico era intriso di una dimensione tutta romana, per la luce immobile di pomeriggi tiepidi, per la rilassatezza di pose e scene, per l’aria scanzonata di alcuni personaggi, che non sai se ti fissano severi o stanno scherzando, per l’ambiguità di fondo. Lui, poi, amava il teatro popolare, il circo, i baracconi da fiera e la Festa de Noantri («Festa di noi altri», si svolgeva a Trastevere, ndr). Del mondo del teatro tuttavia lui racconta i retroscena, ciò che non era evidente. Forse parlava di sé, delle sue maschere».

Sull’attualità delle opere di Donghi, Benzi non ha dubbi: «Stiamo vivendo un momento in cui queste immagini ferme sono molto ricercate da cultori e collezionisti. È un vero revival donghiano». Fulcro della mostra sono tre capolavori della collezione di Elena e Claudio Cerasi, i due mecenati che hanno dato vita, con una grande donazione di opere, al museo di Palazzo Merulana: «Le lavandaie» (1922-23), «Gita in barca» (1934), «Piccoli saltimbanchi» (1938). Altre opere, come «La Pollarola», «Ritratto di Lauro De Bosis», «Annunciata», provengono per lo più dalla Gam di Roma e dalla Gnam, oltre che dalle collezioni di Banca d’Italia e Gruppo UniCredit. Tutte opere di per sé rare, perché Donghi produsse poco e lentamente. Fabio Benzi ama ricordare a riguardo un aneddoto probabilmente leggendario, ma che restituisce onestamente la psicologia del pittore di incantesimi atmosferici: «Dipingendo un giorno un albero, venne avvicinato da un uomo che gli chiese cosa stesse facendo lì fermo. Alchè Donghi rispose che stava aspettando che smettesse di soffiare il vento, perché le foglie dovevano essere perfettamente immobili».

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