Il Parco Nazionale della Serra da Capivara, Brasile

Un osservatore privilegiato scruta il Patrimonio mondiale

Pitture rupestri Pitture rupestri di caccia Un canyon nella Serra da Capivara La Pedra Furada L'archeologa Niède Guidon
Francesco Bandarin |

Il Parco Nazionale della Serra da Capivara si trova nel nord-est del Brasile, nello Stato del Piauí, all’interno di una regione caratterizzata da ampie zone di densa macchia spinosa (chiamata caatinga) e, all’interno di profondi canyon, dai resti delle estese foreste tropicali che ricoprivano tutta l’area fino alla fine dell’ultima era glaciale, 12mila anni fa. È una regione che confina con due grandi formazioni geologiche, il bacino sedimentario del Maranhão e la depressione del fiume São Francisco, con paesaggi di valli, montagne e pianure di estrema bellezza.

In questo ambiente di difficile accesso, attorno al 1970 gli archeologi trovarono importanti resti di focolari e di accampamenti preistorici, oltre a moltissimi graffiti e pitture rupestri, scoperte che hanno dato vita a un’aspra controversia scientifica riguardo alla datazione del popolamento delle Americhe da parte dell’Homo Sapiens. Alcune delle pitture rupestri della zona, infatti, sono state datate, con metodi scientifici validati a livello internazionale, a oltre 20mila anni fa, mentre alcuni reperti organici provenienti da accampamenti preistorici sono stati datati fino a 50mila anni fa, prima dell’arrivo dell’Homo Sapiens in Europa (circa 40mila anni fa).

Questi risultati sono stati fortemente contestati dagli archeologi nordamericani, che avevano fissato il passaggio delle prime popolazioni umane dall’Asia alla fase finale dell’ultima era glaciale. Durante l’ultima glaciazione, e in particolare al suo massimo (circa 22mila anni fa) infatti, l’area dello stretto di Bering era stata completamente bloccata dai ghiacci, il che rendeva impossibile il transito verso l’America. Secondo questa teoria, era stato solo con l’apertura di un corridoio di passaggio, attorno a 14mila anni fa, che le popolazioni siberiane avevano potuto raggiungere il Nord America per poi diffondersi in tutte le parti del continente.

Questa teoria si era basata, oltre che sui dati geologici e climatologici, anche su importanti ritrovamenti di punte di freccia litiche, e in particolare su quelle reperite nel 1929 nel sito di Clovis nel New Mexico. Queste punte di freccia, riconoscibili per la rastrematura creata usando una percussione sui due lati e per la presenza di scanalature longitudinali, sono state datate a 13.500-12.800 anni fa, e sono diffuse in tutto il Nord America, come anche nella parte settentrionale del Sud America. Per oltre cinquant’anni, «Clovis First» è stato il paradigma dominante nell’archeologia preistorica delle Americhe.

Le scoperte di siti precedenti a Clovis, come la Serra da Capivara e Monte Verde in Cile, hanno costretto gli archeologi a ripensare e a riscrivere la storia del popolamento umano nel continente. La protagonista di questa straordinaria avventura scientifica è stata la celebre archeologa brasiliana Niède Guidon, oggi quasi nonagenaria, che per oltre sessant’anni ha studiato, inventariato e protetto il sito, identificando migliaia di aree archeologiche, tracce dei passaggi umani e pitture rupestri che costituiscono il più importante patrimonio della preistoria del continente. Grazie alla sua attività, nel 1979 il Governo brasiliano ha istituito il Parco Nazionale della Serra da Capivara e nel 1991 il sito è stato iscritto nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco.

All’interno del Parco Nazionale, sono stati individuate non meno di 300 aree archeologiche, in gran parte costituite da rifugi rupestri, con migliaia di pitture, che illustrano la vita e le attività delle popolazioni preistoriche, costituite inizialmente da tribù di cacciatori-raccoglitori, che nel corso dei millenni furono gradualmente sostituite da gruppi sedentari, dediti all’agricoltura e alla ceramica. Uno dei principali siti è quello di Pedra Furada, dove sono state trovate pitture databili a circa 12.000 anni fa, che mostrano scene di caccia con l’uso di lance e trappole. Queste pitture, che sono state chiamate della «Tradizione del Nordeste», comprendono, oltre a figure umane, anche elaborati disegni geometrici.

L’archeologa Guidon stima che tale «tradizione» sia durata oltre 6mila anni, con una graduale evoluzione dello stile e delle tecniche di pittura, dall’uso delle dita fino a pennelli di pelo animale o di fibre vegetali. La ricerca scientifica nella zona ha prodotto molti altri risultati spettacolari, come il ritrovamento di un cranio di oltre 15mila anni fa, il più antico reperto umano del continente americano. Negli ultimi anni, altri archeologi hanno continuato le ricerche di Niède Guidon, con l’aiuto di finanziamenti brasiliani e francesi che hanno ampiamente confermato l’ipotesi di un popolamento dell’area anteriore alla fine dell’era glaciale.

Nel 2011 l’archeologo francese Antoine Lourdeau ha diretto scavi che hanno portato alla scoperta di materiali datati incontrovertibilmente a 22mila fa. Naturalmente questo ha ravvivato le polemiche tra archeologi latinoamericani e statunitensi, perlopiù sostenitori del paradigma «Clovis», peraltro messo in crisi di recente da scoperte di siti più antichi proprio negli Usa. Il fulcro del dibattito è l’assenza di un modello interpretativo alternativo alla teoria Clovis. Se l’Homo Sapiens è arrivato in America prima della fine della glaciazione, da dove è arrivato? Un popolamento per via costiera, peraltro di difficile realizzazione, non ha trovato alcun riscontro, perché il livello dei mari si è innalzato di oltre 100 metri dopo la glaciazione, rendendo impossibili i ritrovamenti archeologici. E la via del mare, Pacifico o Atlantico, è improbabile, date le possibilità tecniche dell’epoca.

La genetica è entrata in campo negli ultimi decenni, trovando connessioni tra le popolazioni siberiane, quelle nordamericane e una parte di quelle sudamericane, ma i risultati sono ancora insufficienti per trarre conclusioni. Resta il dato archeologico e su quello si accentrerà la ricerca scientifica negli anni a venire. Il sito di Serra da Capivara non è esente da problemi di gestione, legati alla crescita del turismo, alla difficoltà di proteggere una zona così vasta e anche all’azione delle popolazioni locali, che non considerano le pitture rupestri come parte della loro cultura. Dopo l’iscrizione del sito nella Lista del Patrimonio mondiale, sono stati avviati, in collaborazione con il Governo brasiliano, programmi di educazione e di conservazione, essenziali per ridurre l’erosione di questo straordinario patrimonio culturale.

Francesco Bandarin è stato direttore del Centro del Patrimonio Mondiale (2000-10) e vicedirettore generale dell’Unesco per la Cultura (2010-18)

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