Il cuore di Christian batte ancora

Danilo Eccher: «Boltanski è stato un artista immenso ma, soprattutto, è stato un grande uomo»

Danilo Eccher |

Christian Boltanski è stato un artista immenso ma, soprattutto, è stato un grande uomo. Come tutte le persone che hanno un destino luminoso conservano memorie di origini dolorose e raccontano di viaggi complessi e pericolosi. Una famiglia ebraica con radici polacche e con le cicatrici della paura del nazismo, magistralmente raccontate dal nipote Christophe nel libro Il nascondiglio. Una madre corsa a cui riconosceva un’eredità caparbia e determinata, un fratello, Luc, fra i grandi protagonisti della sociologia francese contemporanea. È in tale brodo intellettuale che Christian matura alcuni dei principali temi della sua arte.

Ho visto la prima mostra personale di Christian nel 1994 alla Kunsthalle di Malmö: un labirinto di armadietti metallici al cui interno gli abitanti del quartiere lasciavano ogni tipo di oggetto: pettini, spazzole, sigarette, calzini, indumenti ecc. Tre anni dopo facevamo assieme la sua prima mostra personale in Italia a Bologna, a Villa delle Rose: Monuments, la stanza delle rose, le fotografie dei partigiani morti nella resistenza, i cappotti abbandonati, le inquietanti Ombre spiate nella casa accanto.

Dieci anni dopo a Bologna Boltanski realizzerà una delle sue più imponenti e suggestive installazioni attorno all’aereo abbattuto nei cieli di Ustica, nel museo che ricorda quel dramma. La morte e la memoria sono i due poli dell’oscillazione di tutta l’arte di Boltanski: la fine e la persistenza, il buio e una fioca luce di ricordo, la tragedia collettiva e il sentimento privato.

Eppure, è difficile comprendere l’arte di Boltanski se non si riesce ad afferrare il sottile filo dell’ironia che affiora prepotente nelle sue prime opere per poi immergersi in una più notturna simbologia. Si riconosce qui il lato ebraico del suo carattere, quella leggerezza dissacrante che in Chagall faceva volare il violinista e che in Boltanski si riconosceva nel nome delle «scatole di biscotti» (poiché veramente erano scatole di biscotti), quei contenitori metallici ai quali l’artista attaccava una piccola fotografia trasformandoli in cupe urne cinerarie. Era un’ironia colta che rendeva l’uomo Boltanski un amico divertente, piacevole, allegro, con il quale si poteva affrontare anche il tema più spinoso e complesso in un confronto aperto, leggero e leale.

Non ho mai sentito Boltanski parlare male di qualche altro artista, certo, conoscevo i suoi pensieri sull’arte, sapevo delle sue simpatie e affinità, evitavo di accennare a quelle che potevano essere sue segrete avversioni. Veniva spesso a Roma e spesso stavamo assieme, anni fa girammo la città con il mio motorino e sentivo alle mie spalle il suo riso divertito.

Paolo Fabbri scriveva che l’Abecedario, ma anche tutta l’arte di Boltanski: «È una bottiglia in mare, che contiene una piccola architettura di pensieri, che in CB vengono sempre prima del gesto». Appunto i pensieri che per Boltanski fluttuano sui grandi temi della Storia, del Tempo, della Memoria dove costantemente soffia il vento della Morte. Aspetti tematici e filosofici che lo confrontano ad un altro gigante della contemporaneità e comune amico come Anselm Kiefer: in lui la Storia dei popoli, dei miti e delle religioni, in Boltanski la storia anonima dell’Uomo sconosciuto, la memoria privata delle piccole cose, l’insieme di intimi ricordi che però costituiscono la vita reale.

Boltanski ha sempre rincorso un’arte quotidiana, palpabile, ha sempre cercato un coinvolgimento diretto nel ricordo, nella ridefinizione di una realtà che cerca complici e protagonisti di un accadere nel quale non si può essere solo spettatori. La contemplazione è solo il primo passo di un assorbimento diretto al quale non è possibile sottrarsi e la cui emozione non potrà essere dimenticata. Vi era un bisogno quasi fisico nella ricerca di coinvolgimento diretto, come nella sua performance teatrale «Ultima», come nel desiderio di chiamare sempre giovani studenti per le sue opere, come trattare ogni mostra secondo una traiettoria di novità, di scoperta, di azzardo, una splendida sfida alla narrazione critica, un corpo a corpo con il curatore e la sua scrittura visiva.

Nel 2017, per festeggiare i dieci anni della sua grande installazione al Museo di Ustica e i vent’anni della sua prima mostra a Villa delle Rose, ritornammo assieme a Bologna, città che lui ha tanto amato, per una grande mostra «Anime» al MAMbo, l’anno dopo l’Alma Mater, l’Università di Bologna, conferì all’artista la laurea honoris causa e nel 2019 il Centre Pompidou di Parigi, a cura del suo direttore Bernard Blistène, gli ha dedicato un’ampia e indimenticabile mostra antologica.

L’ultima grande installazione che Boltanski ha realizzato per una mia mostra nel 2019 si intitolava «Éphémères»: uno spazio nero con grandi velari che scendevano dal soffitto sui quali veniva proiettato il caotico, rumoroso e vorticoso volo di migliaia di efemerotteri, piccoli insetti dalla vita eccitata che dura solo poche ore. Parabola di un tempo fragile, di un’individualità precaria, di una fine ineluttabile che non può pregiudicare una vita attiva, frenetica, eccitante e vagabonda come quella realmente vissuta da Christian Boltanski.

Ad ogni modo, il cuore di Christian batte ancora sull’isola di Teshima: basta indossare una cuffia e premere un pulsante.

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