Se fosse nato in Amazzonia sarebbe stato uno sciamano

Lo diceva di se stesso Christian Boltanski, scomparso a Parigi il 14 luglio

Wallace Ludel |

Christian Boltanski, l'artista concettuale francese noto per la ricerca sulle nozioni di memoria, perdita e storia personale e culturale, è morto il 14 luglio nella sua casa di Parigi all'età di 76 anni. La sua morte è stata confermata dalla Marian Goodman Gallery, che ha rappresentato l'artista dal 1987, ma la causa del decesso non è stata resa nota. Nella sua pratica concettuale Boltanski ha impiegato una numerosi media e processi, tra cui scultura, pittura, fotografia e video. Era conosciuto per includere spesso oggetti intimi trovati da soggetti anonimi, come fotografie personali e vestiti.

Boltanski è nato a Parigi il 6 settembre 1944, circa due settimane dopo la liberazione della città dal controllo nazista. Il padre dell'artista, che era di origine ebrea ucraina, sopravvisse all'occupazione trascorrendo un anno e mezzo nascosto sotto le assi del pavimento della casa di famiglia, un fatto che Boltanksi in seguito disse che influenzò notevolmente il suo lavoro (la madre dell'artista era cristiana e di origine corsa, quindi non ha avuto bisogno di nascondersi durante l'occupazione nazista).

«Sono nato alla fine della seconda guerra mondiale. La maggior parte degli amici dei miei genitori erano sopravvissuti... Quindi ho continuato a sentire tutte queste storie e per di più da quando ero molto molto piccolo, ha davvero cambiato il mio spirito», ha detto Boltanski in un'intervistaThe Brooklyn Rail. «Oggi credo che siamo ancora in guerra. Niente cambia. Non credo che siamo in un tempo di pace. Quanti immigrati muoiono nel Mar Mediterraneo? Questa è guerra». Nella stessa intervista, Boltanski si definiva «un minimalista sentimentale».

Lasciò la scuola all'età di 12 anni e, sebbene non avesse mai ricevuto alcuna formazione artistica formale, stava già realizzando sculture e dipinti. Da ragazzo, la sua arte era in gran parte figurativa e già affrontava i momenti più bui della storia. Nel 1968, poco più che vent’enne, ebbe la sua prima mostra personale al Théâtre le Ranelagh di Parigi, «La vie impossible de Christian Boltanski».

L'anno successivo pubblicò i suoi primi due libri, dal titolo Recherche et présensation de tout ce qui reste de mon enfance, 1944-1950 e Reconstitution d'un accident qui ne m'est pas encore arrivé et où j'ai trouvé la mort.

Boltanski espose sempre di più nel decennio successivo. La sua prima mostra personale istituzionale risale al 1970 al Musée d'Art Moderne de la Ville de Paris e ne seguirono altre in rapida successione. Nel 1972 partecipa alla mostra internazionale Documenta di Kassel e nel 1975 è per la prima volta alla Biennale di Venezia. Durante i suoi sei decenni di carriera, Boltanski ha continuato a scavare e indagare le più grandi domande della vita, sebbene i suoi metodi siano cambiati e la sua ambizione non abbia mai smesso di crescere.

Nel 2009, è noto che abbia «venduto la sua vita» al collezionista australiano David Walsh, che ha continuato a pagare a rate le riprese di 24 ore di Boltanski che lavorava nel suo studio. Più a lungo viveva l'artista, più costoso diventava il pezzo. «Le persone sono commosse perché le domande che pongo sono domande che si fanno anche loro», ha detto Boltanski a «Forbes» in un'intervista sul progetto, intitolata The Life of CB . «Forse sono più felice ora di quanto non lo fossi qualche anno fa. Forse quando ti poni molte domande, alla fine succede qualcosa che ti rende più capace di accettare le cose».

«Penso che raccontiamo sempre la stessa storia e che finiamo sempre per fare lo stesso lavoro, più o meno», ha detto ad «Artforum» all'inizio di quest'anno. Più di recente, nel 2019, si è tenuta la sua seconda retrospettiva al Centre Pompidou. «La memoria collettiva e la perdita continuano a permeare il suo lavoro», ha scritto Ben Luke per «The Art Newspaper» in una recensione della mostra, che denota la misura in cui Boltanski ha continuato a spingersi creativamente nonostante fosse già arrivato a una fase così matura nella sua carriera.

«Sono un artista perché sono nato in Francia nel XX secolo», ha aggiunto Boltanski nella sua intervista alla «Brooklyn Rail». «Ma se fossi nato in Amazzonia, sarei stato uno sciamano. Non parlo con le parole, parlo con i sentimenti, ed è per questo che amo essere un artista». L'installazione di Boltanski «Animitas, La Forêt des Murmures» (2016) è attualmente in mostra al Noguchi Museum di New York.


Da leggere anche un articolo di Daniel Soutif pubblicato da Il Giornale dell'Arte in occasione della personale di Boltanski «Pentimenti» alla Gam di Bologna nel 1997.

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